Un mini percorso per abbeverarsi a un po’ di bellezza nei giorni di calura senza sosta. Da Roma, a Carrara, a Verona, fino al Cadore, c’è dell’arte che merita una visita (si spera con l’aria condizionata)
Agosto, mostre mie non vi conosco. L’estate piena non è certo il periodo per il quale vengono programmate le mostre d’arte più attraenti dell’anno, di solito mirate a sfruttare il pubblico residente delle città maggiori che, nella stagione calda, può anche spostarsi altrove. Non mancano pure in questo momento, però, le esposizioni degne di considerazione, specie nelle località di flusso turistico, o di quelle che aspirerebbero a esserlo, che in tal modo diversificano l’offerta di svago a disposizione dei villeggianti. Ne segnalo alcune fra le tante, senza che ciò corrisponda affatto a una selezione di eventi più meritevoli di altri (controllate bene prima se viene fornita l’aria condizionata).
Il processo di intellettualizzazione che riguarda le arti dal Rinascimento in avanti le fanno muovere secondo due direzioni uguali e contrarie, da una parte individuando il campo di una vera e propria scienza della visione, dall’altra mirando al modello della letteratura per potersi dare come una sorta di poesia per immagini. In questo secondo versante, le Metamorfosi, il poema classico di Ovidio in cui le vicende degli dèi si manifestano attraverso il fantastico trasmutarsi del corpo umano in altre forme di natura, costituiscono il punto di riferimento per tutta una serie di opere che nel celebrare il mito esaltano anche la capacità unica dell’arte di raffigurarlo. Un’ottantina di esempi del genere, molti dei quali così noti da non dovere essere citati, sono compresi in una mostra che la Galleria Borghese di Roma ha organizzato col Rijksmuseum di Amsterdam (a cura di Francesca Cappelletti e Frits Scholten, fino al 20 settembre).
Quanti sanno che Tiziano, migliore emulo di Giorgione anche in questo senso, veniva considerato un maestro nella resa del paesaggio che pure non era ancora assurto nel suo tempo a genere pittorico autonomo? Affronta l’argomento una mostra presso la nativa Pieve di Cadore (Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore, a cura di Bernard Aikema e Thomas Dalla Costa, fino al 18 ottobre), concentrandosi sul modo in cui Tiziano, pure quando ricava massicciamente gli spunti dei suoi paesaggi dalle stampe tedesche, li trasfiguri poi in una pittura che della natura si propone di comunicare un’emozione viva e avvolgente, nell’insieme di una visione per cui la civiltà della sua epoca stava riproponendo il perfetto equilibrio fra divinità, uomo e creato alla base dell’antica età dell’oro.
Con Luca Signorelli e Pietro Berrettini, Gino Severini (1883-1966) è l’altro grande artista nativo di Cortona. A lui la località toscana dedica una retrospettiva (MAEC, a cura di Daniela Fonti e Margherita d’Ayala Valva, fino all’1 novembre) che tocca i passaggi cruciali della sua carriera, dal Divisionismo degli esordi al primo Futurismo, dal coinvolgimento nell’avanguardia parigina del Cubismo al recupero di una figurazione tradizionalista che preannuncia il rappel à l’ordre internazionale piuttosto che seguirlo, trovando seguito nell’elaborazione di nuove iconografie “nazionali”, come quelle incentrate sulla Commedia dell’Arte e Pulcinella, che applica in particolare nella pittura murale, altro rimando al passato, nel mentre che gli ardori per il fascismo stavano lasciando spazio a una riscoperta vocazione cristiana.
È poco nota l’attività pittorica del newyorkese Julian Beck (1925-1985), leader del Living Theatre che ha rappresentato uno dei vertici del teatro d’avanguardia del Novecento, più volte, con l’inseparabile compagna Judith Malina, ospite del nostro Paese (Roma, Spazio Ripense dell’Accademia di San Luca, a cura di Lorenzo Mango, fino al 14 novembre). Prima di dedicarsi anima e corpo al teatro, Beck aveva partecipato ai fermenti astrattisti che a New York portano all’affermazione dell’Action Painting e di altri fronti della nuova arte americana, senza però rinnegare del tutto la figurazione anche per via di una passione che nutre per i muralisti messicani (sul più famoso di loro, Diego Rivera, l’infedelissimo marito di Frida Kahlo, è in corso una mostra ai Musei Capitolini di Roma, a cura di Miguel Fernández Félix e Alberto González Torres, fino al 13 dicembre).
Crescono le mostre che riguardano le donne, chissà fino a che punto per un richiamo maggiore che la materia sta esercitando su studiosi e pubblico o in risposta a sollecitazioni dall’alto – il ministero della Cultura riconosce agevolazioni di finanziamento a iniziative di questo genere – sul tipo delle delle “quote rosa”. Se ci si attende una rappresentazione quanto più equilibrata dell’arte al femminile fra tardo Ottocento e Novecento, la mostra Le signore dell’arte a Carrara (Palazzo Cucchiari, a cura di Massimo Bertozzi, circa centotrenta opere, fino al 25 ottobre) non fa al caso vostro, segnalandosi piuttosto per i numerosi rapporti di familiarità, originaria o acquisita, che le donne mantengono ancora rispetto a altri artisti, intellettuali o mecenati (per esempio Amanzia Guérillot, moglie di Angelo Inganni, Emma Ciardi, figlia di Guglielmo, Leonetta Pieraccini, moglie di Emilio Cecchi, Adriana Pìncherle, sorella di Alberto Moravia, Luce e Elica Balla, figlie di Giacomo, Daphne Maugham, moglie di Felice Casorati, Cesarina Gualino, moglie di Riccardo, Edita Broglio, moglie di Mario, ecc.), anche se non mancano naturalmente le eccezioni (Evangelina Alciati, Bice Lazzari, Regina Cassolo, Carla Accardi, per citarne solo alcune).
Non ha avuto invece bisogno di parentele propizie l’americana Dorothea Lange (1895-1965), figura di eccellenza nella fotografia sociale del primo Novecento, a cui il Centro internazionale di fotografia Scavi Scaligeri di Verona dedica una retrospettiva di circa duecento opere (a cura di Walter Guadagnini e Monica Poggi, produzione Camera, fino al 1 ottobre).
La Lange è una dei fotografi ingaggiati dall’agenzia governativa Fsa (Farm security administration) come strumento al servizio del New Deal rooseveltiano, documentando in compagnia dell’economista Paul S.Taylor le miserevoli condizioni degli agricoltori migranti per lavoro. Ne escono fotografie memorabili come il ritratto di Florence Owens Thompson, più conosciuto come Mother Migrant (1936), ancora di straordinaria attualità. Le documentazioni della Lange proseguono, nel 1937, fra le campagne del Sud, dove ai problemi dello sfruttamento incivile della manodopera – storie passate? – si aggiungono quelli della segregazione razziale, registrando anche i progressi che da questo punto di vista stavano conseguendo le politiche di Roosevelt. Un capitolo molto meno noto è quello che vede invece la Lange nutrire più di un dubbio sull’operato di Roosevelt, quando il presidente dispone di internare in campi di isolamento 110.00 americani le cui origini risalivano al Giappone, divenuti da un momento all’altro nemici in patria. La Lange si propone di testimoniare il loro ingiusto disagio, ma molte delle sue fotografie vengono censurate o relegate nel dimenticatoio dalle autorità federali.
Buone ferie di agosto a tutti, calura permettendo, ovviamente.
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Vittorio Sgarbi
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