Il Divo. Belzebù o, per meglio comprendere cosa abbia rappresentato la simbiosi dell’uomo con il sistema Stato, l’innominabile. Parliamo di Giulio Andreotti. Statista. La storia in calce della Democrazia Cristiana e dell’intera Prima Repubblica. Per oltre quarant’anni, incarnazione delle Istituzioni, capace di unire, fondere e coniugare la straordinaria longevità istituzionale con una visione pragmatica del potere, cinica ed estremamente raffinata. Unico. Irripetibile nei suoi modi. Il politico che, con i suoi mille volti, sguardi, sorrisi ed una calma autorevole fredda e rasserenante, ha fatto della sua personalità e della sua carriera, una caratteristica singolare della politica della Prima Repubblica. Ben sette volte Presidente del Consiglio; ventuno volte Ministro nei dicasteri più strategici, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, a soli 28 anni, nei governi di Alcide De Gasperi. Fu presente all’Assemblea Costituente del 1946, deputato in tutte le legislature fino al 1991, anno in cui fu nominato Senatore a vita dal Presidente Francesco Cossiga. All’interno del variegato e rissoso ecosistema di correnti della Democrazia Cristiana, quella guidata da Andreotti, la nota primavera andreottiana, si distingueva per un affermato centrismo pragmatico e moderato in contrapposizione alla spinta ideologica e rivoluzionaria di Fanfani. Il divo puntava ad una gestione pragmatica del potere e dello status quo. Niente grilli per la testa. Pragmatismo. Tirare diritto. Puntare agli obiettivi.
Di poi la forza dei democristiani tutti era un forte radicamento sui territori. Preferenze elettorali. Scelta degli uomini (Paese legale) che erano vicini agli altri uomini (Paese reale). Un forte radicamento del territorio, per il territorio e per la vicinanza alle esigenze di chi esprimeva fiducia agli appuntamenti elettorali. Passato alla storia per la sua teoria dei due forni con la quale inaugurò un approccio spregiudicato alle alleanze di governo. La Democrazia Cristiana doveva rivolgersi sia al Partito Comunista o al Partito Socialista a seconda di chi dei due “facesse il prezzo del pane più basso, ovvero offrisse le condizioni di alleanza più vantaggiose per la DC. Tutto calato in una storia di popoli e territori, soprattutto le terre del Sud del Paese. Ed infatti l’elemento che lega la storia politica a quella giudiziaria di Giulio Andreotti passa obbligatoriamente per la comprensione e l’analisi di quel processo evolutivo storico dei rapporti tra Cosa Nostra e la classe politica siciliana, almeno dal secondo dopoguerra ai primi anni del XXI secolo.
La sua vicenda processuale rappresenta uno dei momenti più drammatici, complessi e simbolici della storia repubblicana italiana. Non è stato solo un procedimento giudiziario, ma il processo a un’intera epoca politica. Per meglio capire a fondo le vicissitudini giudiziarie che lo hanno coinvolto è necessario scindere e distinguere i due filoni principali, svoltisi parallelamente tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila. Il primo, il processo di Palermo per associazione mafiosa e il secondo a Perugia per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Ma il filone palermitano per associazione mafiosa, dal punto di vista di cronaca giudiziaria, risulta molto più interessante quanto maledettamente accattivante. Il tutto ha inizio nella primavera del 1993, nel pieno della tempesta di Tangentopoli e a meno di un anno dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio. La Procura di Palermo, allora guidata da Gian Carlo Caselli, deposita una richiesta di autorizzazione a procedere contro il divo: l’ipotesi d’accusa suscita una forte attenzione mediatica e desta altrettanto scalpore. Andreotti avrebbe garantito per anni protezione politica a Cosa Nostra in cambio di voti e sostegno elettorale in Sicilia, agendo tramite i cugini Nino e Ignazio Salvo, potenti esattori e volti molto vicini alla mafia e il referente politico della DC sull’isola Salvo Lima, ucciso poi, per mano di stessa Cosa Nostra nel 1992. Ma cosa fece scattare la richiesta di autorizzazione a procedere da parte della Procura di Palermo?
Diverse testimonianze di alcuni pentiti eccellenti. Tutto l’impianto accusatorio si reggeva in gran parte sulle dichiarazioni dei primi grandi collaboratori di giustizia, tra cui Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia. Come fu ovvio, le loro dichiarazioni aprirono uno squarcio inedito fra i rapporti tra Cosa Nostra e gli andreottiani in terra sicula. Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi, è stato il primo grande grande pentito a svelare la struttura unitaria e verticistica di Cosa Nostra a Giovanni Falcone nel 1984. Tuttavia, per diversi anni, si rifiutò di parlare dei rapporti tra mafia e politica. La svolta si ebbe nel 1992. Solo dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio e l’assassinio dell’eurodeputato democristiano Salvo Lima, Buscetta decise di rompere il silenzio, ritenendo che era giunto il momento di parlare apertamente anche di ciò su cui anni indietro aveva fatto riserva.
Indicò l’onorevole Salvo Lima, che abbiamo detto essere stato il capocorrente andreottiano in Sicilia, come il principale punto di riferimento politico di Cosa Nostra a Roma, utilizzato per poter aggiustare diversi processi, in particolare il Maxiprocesso. Di poi i cugini Salvo, che indicò essere stati gli esattori mafiosi e anello di congiunzione tra la mafia, Lima e, di riflesso, la corrente andreottiana. Ma la dichiarazione che più di tutte suscitò forte clamore e profonda reazione nell’opinione pubblica fu quella di aver appreso da Andrea Di Carlo, un boss mafioso, che Andreotti in persona avrebbe incontrato a Palermo con i boss Stefano Bontate e Mimmo Teresi. Il limite della testimonianza di Buscetta su Andreotti non era frutto di conoscenza diretta, bensì confidenze ricevute da altri boss, come Bontate e Badalamenti. E così, pur essendo ritenuto estremamente attendibile sulla struttura di Cosa Nostra, la sua testimonianza però sul piano politico avrebbe dovuto avere forti riscontri esterni. Mentre, a differenza di Buscetta, le cui dichiarazioni fornite erano connotate da una visione d’insieme quelle di Marino Mannoia furono estremamente specifiche, dettagliate e circostanziate. Ad esempio le dichiarazioni dei due incontri a Palermo tra Giulio Andreotti, Salvo Lima, i cugini Salvo e i boss Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, dove si discusse del comportamento dell’allora presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella, poi ucciso nel 1980, che stava ostacolando gli interessi di Cosa Nostra. Mannoia fu ritenuto un testimone di eccezionale attendibilità. Non parlava per sentito dire. Descrisse i luoghi, i movimenti e le dinamiche di quegli incontri con una precisione che mise in seria difficoltà la difesa dello statista. Ed ancora il tanto discusso e presunto incontro avvenuto a Palermo nel 1987, durante il quale Andreotti avrebbe scambiato il cosiddetto “bacio” con il capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina. Un episodio inquietante che tuttavia non trovò mai un riscontro probatorio definitivo nelle sentenze.
La vicenda giudiziaria passò per i tre gradi di giudizio. In primo grado la V Sezione del Tribunale di Palermo assolse Giulio Andreotti dall’accusa di associazione mafiosa per insufficienza di prove. Il secondo grado, invece, rivalutò profondamente il quadro probatorio, operando una netta distinzione temporale nei comportamenti dell’imputato prima e dopo la primavera del 1980. Ci fu una doppia decisione. Per i fatti commessi fino alla primavera del 1980, stabilì che Andreotti avesse commesso il reato di associazione a delinquere, legato ad una stabile e consapevole collaborazione con i vertici di Cosa Nostra. Tuttavia, essendo ormai ampiamente decorso il tempo massimo previsto dalla legge, dichiarò il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione del reato. Mentre per i fatti commessi dopo la primavera del 1980, la Corte confermò l’assoluzione per non aver commesso il fatto. Infine la Suprema Corte di Cassazione, in terzo grado, confermò integralmente la sentenza d’appello. Con la conferma della Cassazione, venne sancito in via definitiva l’accertamento del reato di associazione a delinquere con Cosa Nostra fino alla primavera del 1980, ma non punibile a causa della prescrizione e l’assoluzione per tutte le accuse relative al periodo successivo.
La lunga vicenda giudiziaria del senatore Andreotti lascia aperti molti ed inquietanti interrogativi. Il primo, di sicuro, riguarda il rapporto tra potere giudiziario e potere politico; il secondo, la differenza tra la responsabilità penale, di cui è competente la magistratura, e responsabilità morale, che trascende il codice penale e interpella direttamente la coscienza dei cittadini. Viena dunque confermata la forte e quanto mai indubbia problematica dei pentiti, della validità e della veridicità dell’utilizzo delle loro dichiarazioni.
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Luca D’Alessio
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