Bisogna entrare nel cuore di Marchirolo, tra i vicoli stretti e le case addossate le une alle altre, per incontrare un mandarino cinese.
È un incontro inatteso, quasi surreale.
Il personaggio, sorridente e benevolo, compare su uno dei muri dipinti del paese e sembra rivolgere il suo ringraziamento proprio agli abitanti di questo piccolo centro della Valmarchirolo.

Dietro quel sorriso c’è però una storia vera, che porta a migliaia di chilometri da qui, dall’altra parte del mondo: la storia dei marchirolesi che all’inizio del Novecento partirono per lavorare alla ferrovia del Tonchino e dello Yunnan, tra l’attuale Vietnam e la Cina meridionale.

Il murale, La ferrovia del Tonchino, è opera di Gero Ursu ed è uno dei dipinti più rappresentativi del museo all’aperto di Marchirolo. La maggior parte delle opere nacque nei primi anni Ottanta nell’ambito della rassegna significativamente intitolata “L’emigrazione attraverso i secoli: dai maestri marchirolesi ai frontalieri di oggi”.

Non una curiosità esotica, ma un pezzo della storia di Marchirolo. O se si vuole: di tutta Italia, terra di emigranti.

La ferrovia francese verso lo Yunnan

Quella che nelle memorie locali è rimasta come la “ferrovia del Tonchino” apparteneva a uno dei più ambiziosi progetti infrastrutturali della Francia coloniale in Asia.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento Parigi progettò un collegamento ferroviario che dal porto vietnamita di Haiphong, passando per Hanoi e risalendo la valle del Fiume Rosso, raggiungesse lo Yunnan, nella Cina sudoccidentale, fino a Kunming.

Una linea di circa 850 chilometri, a scartamento metrico, pensata non soltanto come opera di trasporto ma come strumento economico e geopolitico dell’espansione francese. La ferrovia avrebbe consentito di collegare le regioni minerarie dello Yunnan con i porti dell’Indocina e quindi con le rotte commerciali internazionali. La Compagnie française des chemins de fer de l’Indochine et du Yunnan fu costituita nel 1901 e la grande opera venne completata nel 1910.

Costruirla significava però affrontare una geografia difficilissima. Montagne, gole profondissime, fiumi, foreste e un clima ostile imposero la costruzione di decine di gallerie e centinaia di ponti e opere in muratura. La ferrovia fu un’impresa ingegneristica, ma anche un gigantesco cantiere coloniale pagato con un prezzo umano altissimo. Decine di migliaia di lavoratori asiatici furono impiegati nei lavori e le condizioni ambientali, le malattie e gli incidenti provocarono migliaia di morti. Uno studio storico sulla linea parla esplicitamente di migliaia di vite perdute durante il decennio necessario alla sua realizzazione.

Ed è dentro questo enorme cantiere internazionale che compaiono anche gli uomini arrivati da Marchirolo.

Gli operai arrivati dalla Valmarchirolo

Nel 1903 un gruppo di lavoratori marchirolesi raggiunse lo Yunnan. Non erano semplicemente braccia reclutate per gli scavi: provenivano da una comunità che aveva maturato competenze nei lavori di costruzione e nella lavorazione del ferro e furono impiegati nelle opere della ferrovia e nelle strutture metalliche.

ferrovia kunming haiphong del tonchino

Una delle testimonianze più preziose è legata a Carlo Busti, marchirolese, il cui diario è conservato negli archivi comunali e che viene citato dal fotografo Fabio Nodari in un bel reportage con scatti anche al giorno d’oggi. Le annotazioni di Busti restituiscono una realtà molto diversa dalla retorica delle grandi opere: baracche, pioggia, umidità, freddo, cibo pessimo, malattie e condizioni di lavoro durissime.

17 febbraio 1904
Notte insonne e dolorosa, da mezzanotte cade acqua a dirotto. Tutta la mia pagliotta è inondata. Il letto fradicio. Fa freddo ed ho le coperte inzuppate d’acqua. Pazienza, forza e coraggio. Posso discendere dal letto e fare qualche passo. Il mio piede è gonfio in un modo straordinario. Cari figli miei, e oggi il mio natalizio; compio in oggi il mio 37mo anno di età. Un anno di più ed un anno meno. Comunque coraggio e confidiamo in Dio. Chi in Lui confida avrà pace e benessere e la vita eterna. E’ Lui che ci prova, e Lui che ci castiga per le nostre colpe, è Lui che ci premie per le nostre opere buone.  Da qui, da questi lontani paesi, in oggi il mio pensiero corre alla mia adorata famiglia ed ai miei cari defunti, e più fervorosamente prego e benchè ammalato, non so, mi sento bene, mi sento leggero, mi sento forte.

Poche settimane più tardi annota una canzone sarcastica (“la ballata degli sfruttati”) composta dagli europei del cantiere contro le promesse con cui erano stati convinti a partire: lo champagne e la bella vita annunciati prima della partenza erano diventati, una volta arrivati nello Yunnan, acqua, nebbia, umidità e privazioni.

Una canzone di protesta non priva di accenni di classe: “Al povero proletario che venne qui per fare una strada ferrata in questo canaglia paese e sotto codesta impresa assassina e ladra…”
È uno squarcio straordinario sulla vita quotidiana dell’emigrazione operaia di allora.

Tra le opere simbolo della linea c’era il grande ponte sul Nam-Ti, nella regione montuosa dello Yunnan, una delle realizzazioni ingegneristiche più spettacolari del tracciato. I marchirolesi parteciparono a quella stagione di costruzioni ferroviarie insieme a migliaia di operai cinesi e vietnamiti e a tecnici e lavoratori provenienti da diversi Paesi occidentali. Fonti cinesi ricordano infatti la presenza nel cantiere anche di ingegneri e specialisti italiani, francesi, britannici, americani e canadesi.

ferrovia kunming haiphong del tonchino

Non tutti tornarono. Anche tra gli italiani vi furono vittime e la memoria precisa di molti protagonisti si è progressivamente perduta. È rimasta però a Marchirolo, affidata ai documenti e soprattutto ai muri del paese.

Quando dal Varesotto e dall’Alto Milanese si partiva per costruire il mondo

La vicenda marchirolese appare eccezionale per la distanza raggiunta, ma non era affatto isolata.

Tra Ottocento e Novecento una parte consistente dell’emigrazione dalle campagne e dai piccoli centri lombardi era costituita da muratori, scalpellini, minatori, terrazzieri e operai specializzati. Uomini che seguivano i grandi cantieri internazionali là dove servivano competenze, forza fisica ed esperienza.

Poco più a sud di Marchirolo, nell’Alto Milanese, Cuggiono offre forse uno degli esempi più impressionanti. Il Museo Storico Civico del paese ricorda lavoratori cuggionesi impegnati nei forti di Bilbao, negli scavi del Canale di Corinto, nella ferrovia Salonicco-Costantinopoli, nel tunnel ferroviario del Gottardo, nel cantiere del Canale di Suez, negli scavi del Canale di Panama e perfino nella ferrovia del Congo. Tra il 1881 e il 1931 la popolazione di Cuggiono diminuì da oltre seimila a meno di 4.500 abitanti e gli emigranti furono almeno tremila.

A Lonate Pozzolo l’emigrazione prese invece con forza la strada della California. Tra il 1880 e il 1924 migliaia di lonatesi raggiunsero San Rafael, nella baia di San Francisco, creando una comunità così consistente che ancora oggi le due città sono gemellate. Molti si stabilirono definitivamente negli Stati Uniti, altri tornarono a Lonate dopo anni di lavoro portando con sé risparmi, abitudini e perfino giochi di carte imparati in America. E c’era poi l’emigrazione di mestiere di centri come Cassano Magnago, dove la lavorazione dei laterizi costituiva già nell’Ottocento una delle competenze caratteristiche dell’economia locale: un sapere artigiano e operaio che accompagnò anche lavoratori cassanesi emigrati nel Regno Unito.

Storie diverse, unite da uno stesso elemento: non si partiva soltanto perché mancava il lavoro. Si partiva anche portando con sé un mestiere.

Marchirolo, il paese dove l’emigrazione è dipinta sui muri. Ed è storia di famiglia

È questa la chiave per capire davvero i murales di Marchirolo. Nel Varesotto i “paesi dipinti” non mancano. Il caso più celebre è naturalmente Arcumeggia, dove dal 1956 artisti italiani furono invitati a realizzare affreschi sulle facciate del borgo.

Marchirolo ha però un’identità differente. Qui le opere non costituiscono semplicemente una raccolta d’arte all’aperto: sono legate da un filo narrativo preciso, quello dell’emigrazione.

I murales furono realizzati soprattutto nei primi anni Ottanta (i più nel 1983) e trasformarono il centro storico in un racconto collettivo: chi parte, chi aspetta, chi torna e chi non tornerà mai, le lettere e le cartoline spedite da lontano, il lavoro, la nostalgia, le frontiere. Quindici artisti raccontarono attraverso i muri la storia del paese, delle sue migrazioni e della sua gente.

Sono opere d’autore, ma conservano deliberatamente una leggibilità popolare.
Anche se sono a volte ricche di rimandi, non occorre conoscere la storia dell’arte per comprenderle. Una valigia, un treno, una famiglia che saluta, un uomo al lavoro, una cartolina dall’America diventano immediatamente riconoscibili. Dietro quelle immagini ci sono vicende familiari che per generazioni hanno riguardato quasi ogni corte del paese.

murales marchirolo

Oltre al già citato murale “del mandarino”, alla storia della ferrovia del Tonchino è legato un altro murales, firmato da Antonio Lanza.
«Mio padre scelse di raccontare questa storia attraverso un episodio della propria famiglia» ci racconta il figlio Andrea K. Lanza, autore ed editore. «Il murale è infatti dedicato al suo bisnonno Giacomo Secchi, che partecipò insieme ad altri marchirolesi ai lavori per la ferrovia del Tonchino, tra Vietnam e Yunnan», come si legge nella lunga didascalia al murale che s’intitola Lou-Kou 1906, dal nome di una località legata alla linea ferrata.
«Nel murale compare anche Natale Bozzolo. Il suo nome ricompare nel diario di Carlo Busti» che citavamo.

Accanto alla Ferrovia del Tonchino di Gero Ursu compaiono così Dedicato a Marchirolo di Giampietro Maggi, Lavoro, amore e fantasia di Glauco Baruzzi, Les Hirondelles di Marcello Lazzarin, Cartolina dall’America di Carlo Berta e Felice Filippini e l’opera di Aurel Ionescu, artista rumeno che proprio a Marchirolo ha trovato la sua nuova casa.

Generico 03 Aug 2026

Foto: Alex Winiger, 2017

La presenza di Ionescu aggiunge al racconto un ulteriore gioco di specchi. L’artista è arrivato dalla Romania e si è stabilito a Marchirolo, dove ha lavorato anche alla pittura di icone secondo la tradizione orientale. La sua opera inserita nel percorso dei murales richiama indirettamente anche un’altra pagina oggi poco ricordata: la lunga emigrazione italiana verso la Romania.

A partire dall’Ottocento migliaia di italiani, soprattutto provenienti dal Veneto, dal Friuli e da altre regioni settentrionali, raggiunsero infatti le terre romene. Erano minatori, scalpellini, muratori, carpentieri e lavoratori specializzati, chiamati da un Paese impegnato nella costruzione delle proprie infrastrutture e delle proprie città. Gli italiani lavorarono nelle miniere, nelle ferrovie e nell’edilizia, lasciando tracce profonde anche nell’architettura e nelle opere pubbliche.

È quasi il movimento inverso rispetto alla biografia dello stesso Ionescu: italiani che un tempo andavano verso la Romania, un artista rumeno che molti decenni dopo (insieme a migliaia di connazionali) arriva in Italia, stabilendosi in un paese del Varesotto, e contribuisce a dipingerne la memoria dell’emigrazione.

Storie che parlano anche all’oggi

Alla fine si torna inevitabilmente a quel mandarino. In mezzo alle case di Marchirolo il suo volto può apparire quasi una nota divertente, una parentesi orientale tra pietra, cortili e vecchie facciate lombarde. In realtà racconta quanto potesse essere vasto il mondo degli abitanti di questi piccoli paesi.

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Storie di fatiche, di speranza, di lotta di classe e – spesso si mette tra parentesi – anche di razzismo che emergeva spesso di fronte alle proteste per le condizioni di vita e di lavoro: come nell’estate 1896, quando a Zurigo si scatenò un pogrom contro gli italiani. Accusati di rubare il lavoro, di essere violenti e – in fondo – non integrabili. Cambiano i protagonisti, ma non le parole usate contro i poveri e i migranti.





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