Come dimostra la ricerca dell’Eurispes La criminalità giovanile. Fra rappresentazione e realtà, la definizione di “baby gang” è principalmente un’etichetta mediatica vuota, utile soltanto a restituire in maniera sensazionalistica l’immagine di un gruppo di ragazzi – preferibilmente immigrati o di seconda generazione – che aggredisce, rapina, semina paura in una piazza o in una stazione. La facilità con cui questo termine è entrato nel linguaggio comune dice più delle nostre inquietudini collettive che della realtà dei fatti. Ma che cosa c’è davvero dietro quella definizione? Chi sono i ragazzi che la incarnano, e cosa li spinge a certi gesti? Lo abbiamo chiesto alla Dottoressa Cristina Maggia, per trent’anni giudice e poi procuratore presso il Tribunale per i minorenni di Genova, oggi componente del consiglio direttivo dell’Associazione italiana Magistrati per i minorenni e per la famiglia.

Questa indagine si concentra sulla criminalità giovanile. Lei ha una lunga esperienza in questo senso, ed è per questo che l’abbiamo invitata a esporre le sue opinioni. Vorrei iniziare da un termine molto discusso: “baby gang”, tornato recentemente alla ribalta per episodi di violenza che hanno coinvolto giovanissimi. Cosa ne pensa?

Tutto il male possibile. È un termine improprio, una semplificazione dall’uso esclusivamente mediatico e negativo, che stimola paure rispetto a una criminalità minorile amplificata, ma non sostenuta dai dati. L’azione di gruppo è tipica di qualunque adolescenza: significa staccarsi dalla famiglia e cercare identità nel gruppo. La contrapposizione tra bande non è una novità: basti pensare a West Side Story, l’America degli anni Cinquanta, con bande che si affrontavano. A Genova, dove ho lavorato 30 anni come giudice minorile e poi come procuratore, nel 1993 c’erano vere baby gang: ragazzi sudamericani, soprattutto ecuadoregni; a Milano molti provenienti dal Salvador. Erano organizzazioni strutturate, con nomi, simboli, divise, rituali di ingresso. Dopo le condanne e le espulsioni dei capi, queste realtà si sono dissolte. Oggi i gruppi definiti “baby gang” sono improvvisati, fluidi, composti da italiani e stranieri. Sono mossi da impulsi, non da finalità di appropriazione: spesso rapine violente non per impossessarsi di beni – di cui dispongono – ma per colpire chi rappresenta ciò che sentono irraggiungibile. È un’aggressione a ciò che non riusciranno mai ad essere. Alla base ci sono fallimenti familiari, scolastici, comunitari. Ragazzi cresciuti senza sostegno, ghettizzati, che cercano visibilità anche attraverso i social: mostrano denaro o potere, se non nel bene almeno nel male. Spesso mancano di capacità riflessiva: agiscono senza chiedersi “dove mi porterà questo gesto?”. Sono impulsivi, talvolta con limiti cognitivi che non configurano una reale incapacità di intendere e volere, ma piuttosto ridotta comprensione del reale. Il continuo ricorso mediatico al termine “baby gang” spaventa soprattutto comunità del Nord, popolate da anziani che hanno in mente un mondo che non c’è più. Qui spesso gruppi di ragazzi si riuniscono nelle piazze centrali delle città, nei “salotti buoni”, fanno rumore, disturbano il paesaggio con il loro modo ingombrante di essere, disturbano i commercianti che protestano con la Questura e da qui gli articoli sulle baby gang. Ma ci siamo chiesti se le Amministrazioni si sono preoccupate di creare luoghi in cui possano incontrarsi “a loro misura”, dove essere rumorosi e fastidiosi come tutti gli adolescenti del mondo senza un continuo giudizio? La responsabilità dell’informazione è grande, perché contribuisce a creare conflitto sociale.

Lei ha osservato come il disagio giovanile fosse già presente prima della pandemia, che però ne ha fatto detonare gli effetti. Quali segnali vedeva prima e come si sono trasformati dopo?

Alla base c’è, e c’era anche prima, l’assenza dell’adulto autorevole e carismatico: genitori, insegnanti, istruttori sportivi. L’adolescente ha bisogno di guide mature, capaci di sostenere le proprie idee e di farsi stimare. Oggi invece vediamo adulti spaventati, genitori che vogliono essere amati a tutti i costi dai figli, incapaci di reggere le crisi adolescenziali. Bambini iperprotetti nell’infanzia si ritrovano all’improvviso a dover affrontare elevate aspettative di rendimento scolastico e sportivo senza averne la preparazione. Gli adulti, in crisi, cercano di delegare ad altri le proprie difficoltà. La pandemia ha aggravato la situazione: ha costretto ragazzi a vivere chiusi in case spesso troppo piccole e inadeguate, con rabbia ed esplosioni di malessere al momento della riapertura. Ci concentriamo sulla violenza etero-aggressiva, ma quella auto-aggressiva è più diffusa e meno discussa. Dopo la pandemia è aumentato il ritiro sociale (hikikomori), con ragazzi che non escono più, rifiutano le cure al punto che a volte devono essere raggiunti dai neuropsichiatri a domicilio. Tra i maschi prevale l’isolamento, tra le ragazze l’autolesionismo e i tentativi di suicidio. Il disagio è così grave al punto da far ritenere che una aggressione eterodiretta sia più “sana” che non rivolgere la violenza contro sé stessi.

Possiamo includere anche i disturbi del comportamento alimentare?

Certamente, rientrano nelle condotte autolesive. Oggi costruirsi un’identità è più difficile che in passato: la società è cambiata e i ragazzi non hanno più adulti di riferimento con i quali identificarsi.

A proposito di adulti, lei ha citato l’incapacità di vivere l’adolescenza come fase di crescita. Ha parlato di assenza di figure autorevoli, anche insegnanti o mentori. Quali sono, dal suo punto di vista, gli errori educativi più gravi e da chi vengono agiti?

Non è che due più due faccia quattro. Viviamo in una società molto attenta alle forme più che alla sostanza, e questo spaventa. Anche nel nostro settore siamo invasi da circolari ministeriali e nuove leggi, spesso prive di senso pratico. È più diffuso l’atteggiamento di chi obbedisce passivamente che quello di chi si assume la responsabilità di dissentire. Io ho rischiato, ma ho sempre motivato le mie scelte, spiegando le ragioni per cui non sarebbe stato produttivo per il mio lavoro allinearmi a quanto prescritto, le mie motivazioni sono state condivise, mi è andata bene. Forse ho potuto permettermelo per età ed esperienza; i giovani fanno più fatica. Nella scuola questo clima pesa: se un educatore si espone rischia denunce e processi, quindi si autocensura. Ne deriva un formalismo che tutela l’apparenza, ma non serve ai ragazzi. Questi hanno bisogno di “sentire” che per qualcuno sono importanti, anche attraverso la fermezza e il senso del limite. In udienza ho visto che viene apprezzato anche il giudice severo, che però li vede, che si assume responsabilità nei loro confronti, al quale sentono interessi davvero la loro vita. Questo atteggiamento paga: dimostra che il ragazzo è preso sul serio.

Può raccontare, in forma anonima, qualche esempio concreto?

Gli esempi sono tantissimi. Ma ricordo in particolare un ragazzo con leggeri limiti cognitivi, una forte immaturità e una famiglia incapace, che tutti i colleghi e gli operatori davano per perso dopo una serie di reati. Non voleva lasciare la madre, ma gli era necessario un contesto educativo e contenitivo. Sono stata ferma e tenace, con gli ottimi operatori dei nostri servizi ministeriali l’ho accompagnato in una serie infinita di udienze, non l’ho mai abbandonato al suo destino: alla fine ha trovato lavoro, si è costruito una vita onesta e mi ha scritto ringraziandomi per aver creduto che potesse farcela. Vi sono molti casi in cui è facile dare per perso un ragazzo, ma bisogna insistere, crederci e spesso sono loro a stupirci. Un collega mi raccontò di essere stato avvicinato in stazione da un giovane adulto che era stato protagonista di tanti processi, che lo pregava di portarmi il suo grazie: «Per me la dottoressa Maggia è stata come una madre». Non è narcisismo: dimostra quanto conti per i ragazzi sentirsi visti e pensati. Come diceva Danilo Dolci, «nessuno cresce se non è sognato». Se invece li riduciamo a etichette ‒ “baby gang” invece di Ibrahim, Giovanni o Stefano ‒ li condanniamo all’anonimato.

I dati mostrano che in Italia non c’è un’esplosione numerica dei reati giovanili, ma sembra esserci un cambiamento qualitativo: aumentano i reati violenti. Come spiega questa dinamica e come si concilia con una percezione sociale che appare drammatica?

Sono da sempre un’innamorata del processo penale minorile, almeno fino agli ultimi cambiamenti. Spero che su alcune questioni importanti, relative alla messa alla prova, la Corte Costituzionale si pronunci. I reati minorili restano numericamente contenuti. In linea generale, in Italia il numero degli omicidi è crollato rispetto al secolo scorso; eppure, sembra che ogni volta che usciamo di casa rischiamo la vita. Oggi restano quasi solo i femminicidi, sempre troppi, ma relativi a situazioni precise. Questo però non lo dice nessuno. I reati minorili sono pochi anche grazie al processo penale minorile, che con i suoi particolari strumenti riduce la recidiva. Prendere in carico, materialmente ed emotivamente, un ragazzo imputato con tutta la sua storia, accompagnarlo in un percorso trasformativo, lo porta a non delinquere più. All’estero la probation scatta solo dopo la condanna; da noi c’è la sospensione del processo, con assunzione di responsabilità e un progetto di messa alla prova personalizzato. Questo favorisce la maturazione e riduce i reati. Purtroppo, mancano ricerche sistematiche: i nostri sistemi statistici sono carenti. Come Associazione italiana Magistrati per i minorenni e per la famiglia stiamo tentando di costruire una collaborazione con tutti i Tribunali minorili per raccogliere dati più oggettivi sugli esiti delle prassi utilizzate. Il problema non è tanto il numero dei reati, quanto le modalità: violente e di gruppo, come aggressioni in strada. Questo spaventa, anche quando si tratta di fatti minori. Nella Lombardia orientale, per esempio, basta che un gruppetto rovesci un cestino dell’immondizia e imbratti le panchine al parchetto e il giornale locale titola urlando alle “baby gang”. Bisogna ridimensionare: non tutto è drammatico. Ricordo il caso di un paese bresciano con molti immigrati, accolti con le loro famiglie, con case e lavoro, ma vissuti come estranei, nonostante il lavoro e una discreta condizione economica. I ragazzi, sentendo di “non appartenere”, per rabbia presero a rapinare anziani nei giardinetti. È partito il processo e le misure cautelari. Io avrei voluto metterli a confronto: Ibrahim, 15 anni, che si percepisce escluso e rifiutato, con il signor Giuseppe, la vittima ottantenne, che nel portafoglio non aveva solo 10 euro ma anche la foto della moglie amata e morta. Forse Ibrahim avrebbe capito la gravità del danno causato, molto superiore a quello economico, e il signor Giuseppe avrebbe compreso che quel ragazzino non era un mostro. Ma non fu possibile per le pressioni dei politici locali che volevano “buttare via la chiave”, invece di cercare la pacificazione del loro territorio. Se continuiamo a reagire in modo simmetrico e punitivo, come possiamo pretendere che i ragazzi siano maturi e civili?

Questi gruppi fluidi di ragazzi, spesso senza finalità criminali definite, sembrano spinti da rabbia, noia, bisogno di visibilità. Quanto incide, secondo lei, la ricerca di visibilità sui social network rispetto al passato, quando il gruppo fisico era l’unico riferimento?

Sono sempre contraria ad attribuire colpe a un solo fattore. I social hanno pregi e difetti. Non li demonizzerei, perché servono a tante cose. Durante la pandemia hanno permesso alla scuola di continuare; oggi consentono di accedere a informazioni, di sapere che c’è una mostra, un evento culturale. La questione è l’uso che se ne fa. Gli adulti danno spesso un cattivo esempio. Usano i social in maniera esibizionistica: fotografano ogni piatto, mettono tutto in vetrina. I ragazzi osservano e imitano: capiscono che per esistere bisogna essere visibili. Non hanno più maestri o educatori che li guidino a un uso più consapevole. Anche noi, come associazione, abbiamo dovuto imparare che la comunicazione passa di lì, e non se ne può fare a meno. Per questo non demonizzo i social in sé: il problema è l’ambiente adulto, perché i ragazzi non nascono come i funghi da soli, ma in un contesto che li influenza.

Un tema molto discusso, anche mediaticamente, è quello dei minori stranieri: non accompagnati, di seconda generazione, o arrivati da poco. Nella sua esperienza giudiziaria ha riscontrato differenze rispetto ai ragazzi italiani, in termini di motivazioni e percorsi di devianza?

La risposta non è semplice. Partirei dai minori stranieri non accompagnati. Nel 2016 scrissi un articolo su «Questione Giustizia» che si intitolava Il “minore” autore del reato non è un nemico. In particolare i minori stranieri non accompagnati, che infatti non sono i più cattivi: sono i più soli. Se guardiamo agli Istituti penali per minorenni, la presenza di minori stranieri non accompagnati è proporzionalmente più alta. Non perché commettano reati più gravi, ma perché non hanno famiglie né luoghi in cui radicare un percorso alternativo. Senza un contesto di appartenenza non possono facilmente accedere a misure alternative come la messa alla prova o l’affidamento ai servizi sociali. Ecco perché finiscono in carcere più degli altri. In passato arrivavano soprattutto da Egitto e Albania. Erano ragazzi motivati, che accoglievano con grande disponibilità le proposte che venivano fatte, e i risultati erano buoni. Negli ultimi anni la tipologia è cambiata. Nel distretto della Corte d’Appello di Brescia, Cremona e Bergamo erano due città di eccellenza per l’accoglienza. I ragazzi si passavano parola: “Lì si sta bene, ci sono educatori capaci”. Ma senza aiuti centrali i Comuni si sono saturati e ora sono molto in difficoltà. Oggi i flussi annui sono circa di 20mila minori non accompagnati, di cui ne restano in Italia circa 10mila. Se ci fosse una distribuzione equa non sarebbe un problema insormontabile. Invece lo Stato lascia soli i Comuni. Negli ultimi anni sono arrivati molti ragazzi dalla Tunisia, spesso già distrutti: anche undicenni buttati fuori dal loro paese, già drogati e sotto psicofarmaci. Non si fidano di nessuno, non riescono a stare in comunità. Ricordo un bambino di dodici anni che il Comune di Brescia ha dovuto collocare in un albergo perché non restava in nessuna comunità, fuggiva da tutto, tornava in strada e continuava a delinquere. La sua era una storia terribile, nessuna famiglia, nessun affetto, buttato via da tutti, incapace di costruire legami. Trattare questa nuova tipologia è molto difficile. Non ci sono strutture adeguate e in numero sufficiente, e le poche comunità che resistono rischiano di chiudere. Alcuni Comuni del Nord sono costretti a collocare i minori stranieri non accompagnati in comunità del Sud, dove l’accoglienza e il contesto territoriale sembrano più semplici e più inclusivi. Ma poi manca il lavoro, e quindi i ragazzi tornano al Nord, anche solo per sopravvivere. La verità è che c’è una campagna di banale rifiuto rispetto a un fenomeno destinato a non cessare, ma manca un pensiero dedicato a costruire soluzioni pratiche percorribili. Il pensiero profondo, oggi, sembra latitare.

E per quanto riguarda i ragazzi stranieri di seconda generazione, o nati in Italia da famiglie immigrate?

Avevo scritto, dopo la strage del Bataclan, che in Italia non avremmo mai visto banlieue popolate da soggetti arrabbiati e non integrati come quelle parigine, perché siamo un popolo affettuoso. Mi sbagliavo. Milano, per esempio, sta riproducendo le dinamiche francesi: periferie lontane, estranee alla città, che non riescono ad integrarsi. Questi ragazzi hanno lasciato con fatica e dolore i loro paesi, subendo le decisioni dei loro genitori, ma qui si sentono diversi e senza prospettive. I genitori fanno lavori umili senza possibilità di crescita. In una società che premia solo l’avere e l’apparire, esplode la rabbia. Demonizzarli non serve: alimenta ulteriore rabbia, che può sfociare anche in terrorismo. Bisogna sempre provare a mettersi nei loro panni. A questi si aggiungono i tanti nati qui o arrivati piccolissimi, che si sentono a tutti gli effetti italiani, ma non hanno la speranza di ricevere il riconoscimento della cittadinanza e continuano a “non appartenere”. Nei gruppi fluidi si mescolano anche tanti italiani provenienti da condizioni di marginalità simili: solitudine, povertà, limiti cognitivi. Ricordo il parere di un perito: un ragazzo di 16 anni, tremendamente immaturo, avrebbe avuto bisogno di ripercorrere tutte le tappe della crescita, ripartire dall’essere neonato con il contatto fisico con un caregiver. Ma non si può. Chi non ha avuto niente non può trasformarsi facilmente, soprattutto da solo.

Esiste, secondo lei, una “devianza da benessere”, opposta a quella da marginalità o povertà?

Sono ragazzi che non hanno avuto tutto, hanno avuto troppo. Torniamo al discorso di prima: genitori completamente sdraiati sui diritti e i capricci dei figli. Mi viene sempre da pensare a come si giocava in strada. Io, che sono anziana, giocavo a pallone per strada con i bambini del mio palazzo, nessun adulto presente. Oggi vivo nella stessa casa in cui sono nata e non vedo bambini in strada, nonostante sia un quartiere tranquillo. Ora, se non c’è un adulto che organizza la festa, gonfia i palloncini e li intrattiene, i bambini non giocano. C’è una sostituzione dell’adulto alla creatività e alla fantasia del bambino che è castrante: il messaggio è “tu non sei capace”. Questi ragazzi crescono così e arrivano all’adolescenza convinti di avere ogni diritto e poter mancare di rispetto ai genitori, fino ad arrivare ai reati di maltrattamenti in famiglia. Un tempo il maltrattamento era agito dal padre padrone; oggi vediamo sempre più casi di figli che maltrattano i genitori, mai contenuti, mai abituati a sentirsi dire di no. È una tipologia in crescita. Un’altra situazione si verifica nelle famiglie in cui c’è un padre maltrattante: il figlio subentra al padre nel ruolo del prevaricatore di cui ha assorbito il modello di funzionamento e con cui si identifica e continua a maltrattare la madre o la sorella. Accade anche in famiglie apparentemente “normali”. A questo si aggiunge la difficoltà di costruire un’identità. Penso ai recenti omicidi avvenuti a Milano: famiglie perfette in apparenza, sport, barca a vela, privilegi… Eppure, un figlio ha ucciso i genitori. Sicuramente c’era una patologia, ma forse anche altro.

Il Decreto Caivano è stato molto discusso. Lei lo ha definito repressivo più che rieducativo. Quali rischi comporta per il modello di giustizia minorile introdotto dal Dpr 448 del 1988?

Il Decreto Caivano è stato originato da un paio di episodi molto gravi accaduti al Sud. Come ho detto pubblicamente, quando nei primi anni 2000 ci fu l’efferato omicidio della madre e del fratellino da parte di Erika e Omar a Novi Ligure, non ci fu nessun decreto straordinario: ci fu una presa in carico e una condanna. Non serve una nuova legge ogni volta che avviene un fatto grave. Il decreto ha introdotto una sorta di “messa alla prova anticipata alla fase delle indagini preliminari” che, per fortuna almeno al Nord, non pare essere utilizzata. Il Dpr 448 del 1988 prevede all’articolo 9 che il magistrato, anche il pubblico ministero, approfondisca con ogni mezzo, anche informale, la personalità del ragazzo, il suo contesto familiare e ambientale, il suo momento evolutivo. È un obbligo. Nel processo agli adulti, invece, conta solo il reato: se lo hai commesso vieni condannato, se non lo hai commesso vieni assolto, non importa chi tu sia. La persona torna a essere considerata solo nella fase esecutiva della pena. Noi giudici minorili, al contrario, non possiamo prescindere dalla conoscenza del ragazzo. Come si fa questa conoscenza? Con il lavoro dei Servizi Sociali del Ministero: ogni Tribunale minorile ha un USSM, composto da assistenti sociali ed educatori che su incarico del magistrato redigono relazioni sul ragazzo, sulla sua famiglia, sulle sue criticità e bisogni. Ci vuole tempo. La norma introdotta dal Decreto Caivano, invece, consente al difensore, ancor prima di sapere se il ragazzo è colpevole o innocente, di proporre un progetto di volontariato o attività riparative. Svolto il progetto in modo positivo, il reato può essere dichiarato estinto. Questo snatura il cuore del Dpr 448, che è la conoscenza approfondita del soggetto minorenne. Non sorprende che questa misura non venga utilizzata: è di fatto molto pasticciata. Inoltre, il decreto ha prolungato i termini di custodia cautelare, introdotto la possibilità di emettere misure detentive anche per piccoli reati di droga (per esempio, il quinto comma dell’articolo 73 del Testo unico sugli stupefacenti, cioè il piccolo spaccio, per il quale prima non si consentiva l’arresto mentre ora sì) e aggravato le pene. Fatto per me ancora più grave: per alcuni reati è stata esclusa la possibilità della messa alla prova. Per esempio, l’omicidio in danno degli ascendenti. Se un ragazzo uccide i genitori, significa che qualcosa nella famiglia non ha funzionato: è proprio un caso da messa alla prova, per capirne le ragioni e intervenire in modo costruttivo per il futuro, non da carcere. O la violenza sessuale di gruppo: può essere un caso gravissimo come quello accaduto in Sicilia, ma anche quello di quattro ragazzi ubriachi che palpeggiano in modo fastidioso ma non pericoloso una ragazza a una festa di piazza piena di persone pronte ad intervenire. Non possiamo mettere tutto nello stesso calderone e vietare sempre la messa alla prova. È un automatismo che prescinde dalla condotta concreta e dalla conoscenza del ragazzo e crea molti danni. Su questi temi è stata sollevata eccezione di incostituzionalità. Speriamo che la Corte Costituzionale si pronunci con la consueta saggezza. Il problema più grave, al quale il legislatore non pare avere dato alcun valore, è che i Tribunali minorili sono molto in sofferenza. Con la Riforma Cartabia del processo civile, entrata in vigore nel febbraio 2023, sono stati marginalizzati i giudici onorari, che compongono l’organo giudicante e che hanno sempre contribuito al buon funzionamento dello stesso, i pochi giudici togati presenti negli uffici devono quindi occuparsi di molte più attività urgenti del settore civile prima delegabili ai giudici onorari, con la conseguenza che tutta l’attività, anche il penale minorile, subisce rallentamenti. I processi vengono spesso fissati a distanza di anni dai fatti: un danno enorme, perché la risposta giudiziaria ai ragazzi per essere efficace deve arrivare presto. Ricordiamo anche che l’arresto del minorenne non è mai obbligatorio, a differenza che per gli adulti. Se oggi ci sono tanti minori in attesa di giudizio è perché si usano di più le misure detentive, soprattutto per i minori stranieri non accompagnati, che non hanno altri luoghi in cui stare. Personalmente non sono contraria in assoluto alla custodia cautelare: a volte è uno stop necessario, un limite che il ragazzo stesso cerca. Ma deve durare poco, il tempo utile a costruire un percorso diverso. Altrimenti, diventa solo affollamento carcerario, che oggi purtroppo riguarda anche i minori.

La misura della messa alla prova fallisce talvolta per “autosabotaggio” da parte dei ragazzi. Quali strumenti servirebbero per renderla più efficace?

È una circostanza che ho sperimentato nella pratica. Questi ragazzi, che vengono dipinti come cattivissimi, hanno quasi sempre una maschera: arrivano in udienza con la faccia feroce, lo sguardo torvo di sfida, le mani in tasca, masticano la cicca, il cappellino calato. Devi dirgli di togliere il cappellino e ti guardano con odio, ma poi dentro sono fragili, fragilissimi, con una stima di sé bassissima. Che cosa ho riscontrato? Che spesso svolgono bene le messe alla prova: frequentano corsi professionali, fanno volontariato con i bambini ‒ che li adorano ‒ o con gli anziani, che vogliono solo loro. Ragazzi abituati ad avere un’immagine di sé negativissima ‒ pessimi a scuola, criticati dai genitori, additati nel quartiere come “quelli sbagliati” ‒ si trovano a scoprire un’immagine di sé stessi diversa, positiva, che non conoscono e che li spaventa. Così, alla vigilia dell’udienza in cui si deve celebrare il loro successo, può capitare che commettano una rapina. È un modo per tornare nel ruolo negativo in cui si riconoscono da sempre e che sentono più familiare e in definitiva comodo. Hanno paura del nuovo bravo ragazzo che sono diventati e vanno a ripescare il loro sé stesso di sempre, temono di non farcela. Questo è l’autosabotaggio. Oppure temono di tornare nella invisibilità. Un ragazzo, quando gli dissi: «Andava tutto così bene, e ora ne hai combinata un’altra», mi rispose: «Ma se finisce la messa alla prova, chi si occuperà più di me?». Anche questa è una risposta importante: il fallimento può essere anche paura di perdere l’unico sguardo positivo ricevuto. I fallimenti vanno letti così, con attenzione, non giudicando e basta.

La carenza di comunità educative adeguate è una criticità molto grave. Può spiegarci perché?

Perché c’è la carenza? Le comunità servono perché le famiglie dei figli che hanno commesso reati gravi in un contesto problematico non sono in grado di sostenerli, contenerli, dare loro limiti. Quindi se il ragazzo è cresciuto, come dicevamo prima, senza stimoli, senza affetto, da solo, non lo possiamo rimandare a casa dove si ritrova nella stessa situazione. Ci vuole un luogo, che non deve essere il carcere perché sappiamo tutti che è una scuola di delitto, ma una comunità dove possa imparare a costruire relazioni positive. Un tempo le comunità erano preparate ad affrontare il tipo di ragazzo, meno arrabbiato, di allora. Oggi, c’è anche il tema delle droghe, della poli-assunzione di svariate sostanze, dell’alcool, degli psicofarmaci, venduti al mercato nero: situazioni difficili da trattare. Non sono tossicodipendenti classici da collocare in comunità di recupero, ma ragazzi che si stordiscono in vario modo. La comunità educativa è gestita da educatori che hanno superato un percorso universitario, pagati pochissimo, spesso giovani appena laureati, che non riescono a diventare quell’adulto autorevole che serve per fronteggiare ragazzi così complicati. Le rette sono molto basse, i Comuni non vogliono o non possono pagare, il comparto sanitario latita nel contribuire alle spese, e le comunità sono costrette ad assumere personale non sempre esperto, con turni di notte, in giorni festivi, con sentimenti di solitudine, paura e difficoltà. Quando i ragazzi si arrabbiano, fanno paura: serve una preparazione solida per affrontare le continue emergenze. Invece, siccome questa preparazione non c’è, si chiamano i carabinieri continuamente. Così ti dimostri fragile e non sei credibile. Oppure la comunità diventa un caos. Credo che si debba ripensare ai programmi universitari, perché sono tarati su un tempo che non c’è più, e soprattutto pagare bene questo personale. È un lavoro prezioso.

Se potesse indicare al decisore politico tre priorità immediate di intervento per contrastare la devianza giovanile, quali indicherebbe?

Temo che non ci sia interesse verso questo tipo di interventi, ed è triste constatarlo. Le scuole sono sempre più povere: accanto a poche scuole d’élite, ci sono Istituti abbandonati, con tetti che crollano e pochissime risorse. Sono le scuole frequentate dai ragazzi attenzionati dai Tribunali minorili, non quelle private dei licei classici. Gli insegnanti sono lasciati soli, oberati di burocrazia. Stessa situazione nei servizi sanitari: gli stessi numeri di operatori reclutati per seguire bambini down o autistici o con franche patologie, oggi devono occuparsi anche di tutta la fascia del disagio psichico e comportamentale, in crescita enorme. Non ce la fanno, sono pochissimi. Lo stesso vale per i servizi del welfare, sempre più depauperati, costituiti da giovani assistenti sociali, spesso neolaureate, mandate allo sbaraglio da sole ad affrontare famiglie violente, senza protezioni. Immagini in un piccolo centro una giovane assistente sociale che incontra, al supermercato, il padre criminale dei bambini che su disposizione dell’autorità giudiziaria ha allontanato: una condizione difficile da sostenere ma di cui non si tiene mai conto, specie sui mezzi di comunicazione, in prevalenza schierati dalla parte di chi grida di più. C’è una fetta del Paese sempre più povera di risorse, di pensiero non banale, di una mancanza di tempi per la riflessione, gravata da fatiche di cui non ci si occupa, sia che si tratti di chi lavora nei servizi e nei presidî di cura, nella scuola, nel sociale, nel sanitario: questo porta a conseguenze dirette sulla devianza e sulla sofferenza delle famiglie. Negli anni scorsi, con la Riforma Cartabia, si è persino legiferato, dandone ampia e trionfale risonanza e provocando enorme ansia in ogni operatore coinvolto, circa la costruzione di un nuovo tribunale “delle persone, dei minori e della famiglia”, “onirico”, pensandolo solo in astratto, sulla carta, senza prevederne la necessità di mezzi, i luoghi in cui collocarlo, né la dotazione adeguata di personale, ed ora la tanto sbandierata riforma, io dico per fortuna, non pare fra le priorità dei decisori. La verità è che non servono altre leggi, riforme o decreti: serve investire davvero in scuole, servizi sanitari e sociali, cioè nei luoghi della cura e della presa in carico. Senza questo, non vedo un futuro positivo.

Guardando al Dpr 448 del 1988, considerato un’eccellenza internazionale, quali aspetti dobbiamo assolutamente preservare?

Dobbiamo evitare di perdere il fatto che il ragazzo è al centro del processo: è un essere umano in crescita, in evoluzione, che va visto a 360 gradi non solo per il reato commesso, ma anche per tutto ciò che lo ha portato a commetterlo. Non per buonismo, ma per dare risposte di senso che gli consentano di diventare un adulto capace di vivere in modo onesto nella società civile. Se funziona così, il nostro processo continuerà a essere un’eccellenza. Se però cominciamo a sgretolarlo, come nel caso del Decreto Caivano, introduciamo una cultura formalistica che si sta già diffondendo nella nuova magistratura minorile. I maestri da cui abbiamo imparato oggi farebbero fatica, perché quando hai una serie di obiettivi numerici e di tempo nella definizione del fascicolo e su questo e non su altro sei misurato, finisci per lavorare in modo impiegatizio. Ma il nostro lavoro ben fatto significa prendersi cura di un ragazzo, non di una pratica. Per questo servono mezzi e risorse. Se siamo oberati da mille cose, le udienze diventano affollatissime e il tempo da dedicare a ciascuno si riduce. Come associazione cerchiamo di tenere accesa la fiammella, ma non siamo ottimisti: rischiamo di perdere qualcosa di straordinario che gli altri paesi non hanno. Un’altra cosa che mi irrita è che continuiamo a sentirci inferiori agli altri paesi europei. In realtà noi abbiamo una magistratura specializzata, Tribunali minorili e servizi che, finché hanno funzionato, erano altamente qualificati. Altrove non esistono, e per questo i numeri della criminalità giovanile sono più alti. Lì prevale l’approccio del giudizio da adulti, che non porta alcun benessere.

*Antonio Alizzi, giornalista, scrittore e ricercatore dell’Eurispes


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