Paolo Volponi e la Calabria raccontata tra silenzio, povertà e memoria



Otto poesie commentate per rivelare, come in un’illuminazione, quegli aspetti della coscienza o della rappresentazione di noi meridionali rimasti oscuri ai più ma che, comunque, hanno avuto un peso nella definizione del nostro carattere e continuano ad averlo nella disposizione della realtà di oggi. Dopo Terronia di Rocco Scotellaro, Calabria infame di Franco Costabile, San Paolo Ciraso di Aldo Dramis, Lo steddazzu di Cesare Pavese e Muore il ragazzo un poco di Leonardo Sinisgalli, è la volta di Le isole di argilla di Paolo Volponi.

Inclusa nella raccolta L’antica moneta, uscita nel 1955, e successivamente inserita in Poesie e poemetti 1946-1966, Le isole di argilla nasce dalle inchieste e dai viaggi che Paolo Volponi compì nel Sud d’Italia all’inizio degli anni cinquanta, inviato da Adriano Olivetti per studiare il territorio e proporre interventi di riqualificazione. È incentrata su una Calabria descritta attraverso immagini potenti e viscerali di un paesaggio aspro, desolato, “estenuato”, caratterizzato da calanchi, pietra e privo dei canti degli uccelli. I borghi e le colline calabre vengono metaforicamente visti come “isole d’argilla”, terre isolate, ma intrise di una profonda memoria e umanità.

La trascrivo per intero:

Le isole di argilla

Ogni stagione rimorde
i giunchi dei salici
in riva al ruscello.
Non ha ombra la terra
estenuata nei campi delle piene;
all’orizzonte l’inutile ginestra
dal chiaro profumo di contrada.
Solo a uno scoglio il mare
lambisce le sue spume;
al largo venti brevi
presto ricompongono
la calda scia del pesce spada.
Non ha lumi la costa.

Calabria dove non canta
il tordo sull’ulivo
e sull’arancio la gazza;
il bosco è lontano,
lontana la collina
verde a qualche stagione.
Quando il vento d’autunno
si leva dal fronte della Sila
intorno odora il basilico
ma non si vede giardino;
come a Pasqua nei paesi
che di sopra i torrenti
si mandano uccelli e strofe,
ed ogni ulivo sui cigli
è un tenero strumento.
È un vento assai lieve:
batte la scarsa vela
e remo risparmia
ai pescatori di Soverato
che invitano il pesce con un canto.
*
Cancella questa luce
cangiante sulla piana,
l’ansioso chiarore
nel cielo di Crotone.
L’interno ha piccoli cieli
e non sopporta, Calabria,
della tua parte concessa
a viaggi millenari
i fiati della vela.
*
È una sera maligna,
o confuso deserto,
mai vista negli orti di confine
o nelle sabbie battute
letto dello scirocco.
Nel latifondo la pietra solitaria
indice antico d’acqua o di strada
consuma l’ultima iscrizione.
I legni millenari
tratti d’odorose foreste
lasciano le tue radure.
Dopo tanto di pena
prendono le marine
i tuoi selvaggi paesi
senza vela.
*
Riaffiorano sulle sponde
impronte d’esili piedi
di uomini un tempo albergati,
fenici o saraceni, padroni dei venti,
abbandonati alle costellazioni
con occhi di diamante
fra i vasi d’acqua dolce.
Rompe il silenzio
in viaggio per i tempi
un lamento dai paesi
che avverte il branco nemico:
si riaprono i vecchi solchi,
le strade del tuo popolo
fuggiasco dalle coste.
*
Un falco contro la bianca distesa
cui il vento alza nel petto
una cresta di penne,
apre il becco sotto la pioggia;
sbigottito testimonia
che il passato e il presente
sono fratelli nel tuo grembo di creta.

Il mare lava il tuo orecchio
con sottili spume
e vi rovescia sassi luminosi.

Le isole di argilla è dedicata a una Calabria immobile e, seppur soleggiata, poco ridente e silenziosa. Sulla regione, che sembra disporre della compattezza di un sasso, soffia un vento incessante, millenario, che batte su tutto, ma che increspa a fatica il mare e non gonfia le vele: alza appena le penne sul petto di un falco che “sbigottito testimonia / che il passato e il presente / sono fratelli nel tuo grembo di creta”. Solitudine, unità, fissità, silenzio e vanità del tempo che passa sono le qualità che caratterizzano in maggior misura la dimensione contadina dell’Italia degli anni Cinquanta e il poeta, ponendosi, come ama dichiarare, di fronte a essa, riesce a coglierle con grande sensibilità.

Sul piano sintattico, il poemetto esibisce una tensione costante tra l’impulso narrativo e la frammentazione lirica. Volponi adotta strutture prevalentemente paratattiche ed elencative, che mimano l’andamento dell’esplorazione e del reportage sul campo, per poi spezzarle bruscamente attraverso l’enjambement e le continue variazioni metriche. La versificazione è libera, eppure governata da una musicalità interna che poggia sulla ripetizione di strutture anaforiche e riprese foniche. Questo andamento rispecchia la tematica del viaggio conoscitivo e del trauma del contatto con l’alterità meridionale: il ritmo procede per accumulazione, descrivendo i paesi arroccati e le desolazioni argillose, ma subisce un rallentamento o una frizione formale ogni volta che l’osservazione si scontra con l’ostilità irriducibile della natura e della miseria storica.

Dal punto di vista lessicale, la lingua del poemetto è strutturata su una marcata polarità: da un lato, emerge un lessico naturalistico, solare ed elegiaco, legato alla suggestione dei “chiari paesi marini” e alla purezza mediterranea; dall’altro, si impone un registro disforico e cupo che ridefinisce l’esperienza del paesaggio calabrese attraverso formule di desolazione: sintagmi come “terra estenuata”, “orizzonte inutile” e “sera maligna” correggono la solarità meridionale. Questa opposizione linguistica esprime la collisione tematica principale del testo: la Calabria descritta non è uno sfondo folklorico, ma una terra ferita dall’isolamento geologico e sociale (“Calabria dove non canta / il tordo sull’ulivo / e sull’arancio la gazza”). La privazione acustica e visiva della fauna che “non canta” si traduce in un lessico della sottrazione, che svuota il paesaggio della sua vitalità per esporne l’ossatura arida.

Lo stile di Volponi si caratterizza per quello che la critica definisce un “realismo visionario”, basato su un uso espressionistico dell’analogia e della metafora. L’argilla che dà il titolo al poemetto cessa di essere un semplice dato geologico per farsi sostanza metamorfica: i paesi stessi diventano “selvaggi paesi” che sembrano galleggiare o sprofondare come “isole” in un mare minerale e statico. La percezione della luce e dei colori (con una sensibilità cromatica che Volponi affina con lo studio dei classici e della pittura) subisce distorsioni espressionistiche: l’“ansioso chiarore”, ad esempio, non illumina, ma proietta un senso di imminente dissoluzione. Le figure retoriche oggettivano lo stato d’animo del poeta, determinando la pluralità allegorica dei paesaggi, al tempo stesso psichici e sociali. L’aridità della terra calabra riflette l’angoscia della coscienza intellettuale che constata la distanza storica tra lo sviluppo industriale del Nord e l’immobilità ancestrale delle comunità contadine del Sud.

La lingua scissa, tesa tra l’esattezza della nomenclatura geografica e la deformazione lirica, è lo strumento necessario per restituire la complessità delle “isole d’argilla”. Attraverso l’attrito tra la morbidezza delle “marine” e la durezza calcinata dell’entroterra calabrese, Volponi realizza un blocco unitario in cui l’alterazione formale si fa veicolo della denuncia storica e la ricerca stilistica diventa una forma di conoscenza critica della realtà.

La stessa terra, omogenea, avvilita e vacua sarà ben presente al senatore Volponi che, nel 1984, la porrà al centro della sua proposta di ricostruzione di uno Stato nazionale che si voglia disporre a essere veramente unitario. E, invece, il Sud continuerà a pagare la sua distanza dallo Stato centrale e dal resto del Paese, secondo un disegno sbagliato di unità nazionale, concepito come espansione violenta “del Regno più stupido […] il Regno del Piemonte e della Sardegna, o se volete il Regno dei Savoia” e, poi, portato avanti dal fascismo, colpevole “di aver lasciato il Sud ricadere su se stesso”. Solo un modello di sviluppo “nuovo e diverso” per il Sud avrebbe potuto conciliare gobettianamente “i termini di giustizia e di libertà”. Ciò è avvenuto perché lo Stato ha scelto (e continuerà a farlo dopo l’approvazione del decreto sul Mezzogiorno) quel modello capitalistico che – secondo Volponi – ha privato le popolazioni meridionali della coscienza di sentirsi “protagoniste effettive della crescita dello Stato unitario”.


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Alessandro Gaudio

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