I comunicati trionfali. Le percentuali in crescita. Gli aeroporti affollati. I nuovi voli. Le rotte internazionali. Le spiagge piene. Le fotografie degli stabilimenti senza un ombrellone libero.
E ci verrà raccontato, ancora una volta, che il turismo calabrese ha battuto ogni record.
È una liturgia che conosciamo bene. Si ripete da tanti anni ogni estate, con parole quasi identiche, come se bastasse cambiare qualche cifra per cambiare il destino di una regione.
Ma c’è una domanda che dovremmo avere finalmente il coraggio di porci: che cosa resta in Calabria quando i turisti se ne vanno?
L’economista Domenico Marino, in una rigorosa e documentata analisi pubblicata su queste pagine, invita a guardare oltre la propaganda dei numeri. E ricorda una regola elementare dell’economia, che troppo spesso fingiamo di dimenticare: una percentuale, da sola, non significa nulla. Bisogna sapere da dove si parte. E soprattutto bisogna capire quanta ricchezza quella crescita sia realmente capace di produrre.
È qui che il racconto del successo comincia a incrinarsi.
Sarebbe intellettualmente disonesto negare i segnali positivi degli ultimi anni. Gli arrivi sono aumentati. I collegamenti sono cresciuti. Gli aeroporti calabresi registrano numeri importanti. La regione è diventata più accessibile e, almeno in alcuni periodi dell’anno, più attrattiva.
Bene.
Ma un aeroporto pieno non è ancora sviluppo.
Una spiaggia affollata non è ancora ricchezza.
Un albergo esaurito per due settimane non è ancora un’economia.
Il problema comincia esattamente qui: quando confondiamo il movimento con la crescita, le presenze con lo sviluppo, agosto con l’intero anno.
Perché il vero bilancio del turismo calabrese non dovrebbe misurarsi soltanto contando quante persone arrivano. Dovrebbe misurarsi contando quanta ricchezza rimane.
Quanti posti di lavoro sopravvivono alla fine della stagione. Quanti contratti diventano stabili. Quante imprese crescono. Quanto aumentano i redditi. Quanti giovani possono costruire qui una professionalità senza essere costretti a partire. Quanti ristoranti, alberghi, servizi, musei e attività continuano a vivere quando vengono smontati gli ombrelloni.
Questa è la contabilità che conta.
E su questa contabilità la Calabria ha ancora pochissimo da festeggiare.
La stagione estiva 2026 conferma infatti il limite strutturale del nostro modello: un turismo ancora troppo concentrato in poche settimane, prevalentemente costiero, spesso legato a occupazione stagionale e salari modesti, mentre una parte enorme del patrimonio regionale rimane ai margini dei grandi flussi per gran parte dell’anno.
È quanto emerge anche dai dati della Banca d’Italia richiamati dal professor Marino: aumentare gli arrivi non basta se non aumenta il valore economico prodotto sul territorio.
E allora la domanda che la politica dovrebbe porsi non è soltanto quanti turisti arrivano in Calabria.
È quanto lasciano in Calabria.
Questa differenza sembra piccola. In realtà contiene un’intera idea di sviluppo.
Perché da troppi anni abbiamo trasformato il turismo in una specie di formula magica. La parola che dovrebbe risolvere tutto. La risposta pronta alla disoccupazione, allo spopolamento, alla debolezza del sistema produttivo, alla fuga dei giovani.
Abbiamo il mare.
Abbiamo il sole.
Abbiamo la montagna.
Abbiamo i borghi.
Dunque avremo sviluppo.
No.
Non funziona così.
La bellezza non è una politica economica.
È una risorsa. Straordinaria, certamente. Ma una risorsa diventa ricchezza soltanto quando intorno ad essa si costruiscono organizzazione, servizi, competenze, infrastrutture, impresa, formazione e visione.
Altrimenti rimane bellezza.
E qualche volta persino bellezza sprecata.
La Calabria possiede quasi tutto ciò che molti territori vorrebbero avere: le testimonianze della Magna Grecia, il patrimonio bizantino e normanno, le comunità arbëreshë e grecaniche, città antiche, borghi, parchi nazionali, montagne, cammini, coste diversissime tra loro, tradizioni popolari, produzioni agroalimentari di enorme qualità e paesaggi che appartengono alla storia del Mediterraneo.
Ma possedere un patrimonio eccezionale non significa avere costruito un prodotto turistico.
Pompei non è soltanto un insieme di rovine. Firenze non è soltanto un insieme di palazzi. Le Dolomiti non sono soltanto montagne.
Sono sistemi.
Dietro una destinazione turistica che funziona ci sono trasporti, servizi, professionalità, programmazione, comunicazione, manutenzione, accessibilità, formazione, imprese, cultura dell’accoglienza.
Ed è precisamente il sistema ciò che troppo spesso manca alla Calabria.
Da anni investiamo molto sulla narrazione. Campagne promozionali, grandi eventi, testimonial, spot, fiere, nuove rotte aeree. Tutto utile. In alcuni casi indispensabile.
Ma non basta portare qualcuno in Calabria.
Bisogna dargli una ragione per restare.
E poi un’altra per tornare.
Possiamo moltiplicare i voli, ma se chi atterra incontra collegamenti interni insufficienti, servizi discontinui e territori difficili da raggiungere, abbiamo risolto soltanto metà del problema.
Possiamo promuovere i nostri siti archeologici, ma se non costruiamo intorno ad essi percorsi, servizi, esperienze e una rete culturale, possediamo un tesoro senza averne costruito l’economia.
Possiamo raccontare i borghi, ma un borgo non vive grazie a una fotografia su Instagram. Vive se esistono attività, ospitalità, ristorazione, artigianato, servizi, eventi culturali, trasporti e persone che possano lavorarci tutto l’anno.
Possiamo celebrare la montagna, ma non possiamo ricordarci della Sila, dell’Aspromonte e del Pollino soltanto quando nevica o quando bisogna riempire una pagina di brochure.
È questa la distanza tra avere un territorio straordinario e saperlo trasformare in una destinazione.

L’esempio di Santa Fe, richiamato dal professor Marino, è significativo proprio per questo. Lo sviluppo nasce quando cultura, identità, arte, territorio e impresa smettono di essere compartimenti separati e diventano un ecosistema. Quando il turismo finanzia la cultura e la cultura produce nuovo turismo. Quando la presenza del visitatore genera reddito che rimane sul territorio e alimenta altra economia.
È un circuito.
Noi troppo spesso abbiamo soltanto un calendario.
E c’è una questione ancora più grande che bisogna avere il coraggio di affrontare.
Il turismo non può diventare l’alibi della mancata politica economica della Calabria.
Nessuna regione moderna può pensare di affidare il proprio futuro esclusivamente agli alberghi pieni, ai ristoranti, alle spiagge e agli arrivi aeroportuali.
La Calabria ha bisogno di turismo, certamente.
Ma ha bisogno anche di industria, innovazione, ricerca, università, infrastrutture, tecnologia, agricoltura avanzata, servizi, cultura e lavoro qualificato.
Il turismo deve essere una delle grandi gambe dello sviluppo calabrese.
Non può essere l’intero corpo.

Perché c’è qualcosa di profondamente pericoloso nel continuare a raccontare ogni incremento delle presenze come la prova che finalmente la Calabria stia cambiando: rischiamo di utilizzare i numeri del turismo per nascondere i numeri della regione.
Lo spopolamento.
La fuga dei giovani.
La fragilità dell’occupazione.
I redditi.
Le aree interne che si svuotano.
I paesi nei quali chiude una scuola e non apre un’impresa.
Un milione di turisti in più non cancella automaticamente tutto questo.
Può contribuire a combatterlo soltanto se diventa economia strutturale.
Ed è qui che si misura la differenza tra propaganda e politica.
La politica conta gli arrivi.
La buona politica costruisce ciò che rimane dopo le partenze.
Per questo la Calabria non ha bisogno semplicemente di più turisti. Ha bisogno di un turismo migliore.
Un turismo capace di vivere dodici mesi l’anno.
Capace di portare persone sulle coste ma anche nei borghi, nei musei, nei parchi, nelle montagne, nelle aree interne, nei siti archeologici, nelle città.
Capace di creare professioni e non soltanto occupazioni temporanee.
Capace di generare imprese e non soltanto fatturato stagionale.
Capace di rispettare il territorio invece di consumarlo.
Capace, soprattutto, di trasformare la nostra identità in valore senza trasformarla in merce.
Per riuscirci servono programmazione, formazione, innovazione, infrastrutture, mobilità, qualità dell’accoglienza, sostegno alle imprese sane, investimenti culturali e una strategia che abbia il coraggio di guardare oltre la prossima stagione.
Meno propaganda.
Meno autosoddisfazione.
Meno ossessione per i record.
Più economia.
Più qualità.
Più lavoro.
Più futuro.
Perché il successo turistico della Calabria non si misura il 15 agosto.
Si misura il 15 novembre.
Quando le spiagge sono vuote.
Quando gli aeroporti non sono più nelle fotografie.
Quando gli eventi dell’estate sono finiti e i riflettori si sono spenti.
È allora che bisogna andare nei borghi, negli alberghi, nei ristoranti, nei musei, nelle agenzie, nelle imprese e chiedere quanti sono ancora aperti.
È allora che bisogna chiedere a un lavoratore stagionale se ha ancora uno stipendio.
È allora che bisogna chiedere a un ragazzo di venticinque anni se sta progettando il proprio futuro in Calabria o se sta preparando una valigia.
Quello è il nostro vero dato sul turismo.
Il resto può riempire un comunicato stampa.
Può produrre un titolo.
Può regalarci, ancora una volta, l’illusione di avere vinto un’altra estate.
Ma una regione non si salva vincendo agosto.
Si salva quando riesce a non perdere novembre.
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Franco Laratta
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