Egregio direttore,
la ricostruzione post bellica di un paese devastato deve molto alle donne.Le donne si sono prese cura della repubblica. La repubblica non si è presa molta cura delle donne. Con una eccezione: la sinistra socialcomunista.
A pochi mesi dalla Liberazione il Pci convoca la conferenza nazionale delle donne. A suggellare l’ eccezionale importanza attribuita all’ evento, relazione e conclusioni sono affidate al capo in persona, Togliatti. Lo storico Ernesto Ragionieri scrive che l’ inserimento della questione femminile nei problemi generali del paese è uno dei punti più alti dell’ elaborazione politica del segretario comunista. Dice il segretario che “se la democrazia italiana vuole affermarsi come democrazia nuova, antifascista e popolare deve emancipare la donna”.
Rilevante la considerazione che la causa dell’ arretratezza delle donne non dipende dalla loro religiosità. Anzi il segretario porta come esempi di marcata personalità femminile Santa Chiara e Santa Caterina. Le donne nuove sono le eroine della Resistenza e Togliatti le chiama per nome, una ad una. Superando anche una svalutazione del ruolo della resistenza femminile. Comincia così, tra limiti e indubbie contraddizioni, la lotta in solitaria del Pci, ma anche del Psi, per l’ emancipazione femminile.
Le donne comuniste, ma anche tanta parte del gruppo dirigente maschile, combattono contemporaneamente due battaglie. Una in casa e una nella società. La prima, per dirla con Sclavo (segretario della federazione bresciana dal 1956 al 1960), “per spezzare le incrostazioni ideologiche e politiche interne al partito”. La seconda è il motore del purtroppo lento progredire dei diritti delle donne in famiglia, nei luoghi di lavoro, nella società e nella mentalità diffusa.
Non regge l’ interpretazione di una sinistra perennemente in ritardo sui tempi. Per l’ emancipazione femminile è vero esattamente il contrario. La sinistra anticipa i tempi. Non è casuale che tutte le leggi innovative in materia di diritti al femminile siano state precedute, anche di decenni, da disegni di legge dei gruppi parlamentari comunisti e quasi ripresi alla lettera. Non è casuale che un nuovo welfare locale (decisivo nella lotta per l’ emancipazione) prenda vita nelle regioni rosse. Con una esemplarità riconosciuta addirittura dai media americani.
Certamente per almeno un ventennio rimangono sullo sfondo le questioni che riguardano il se’ della donna, la propria vita interiore, la propria sofferenza. L’ emancipazione precede la liberazione. A partire dagli anni Settanta il Pci conquista la consapevolezza dell’ esistenza, accanto alla contraddizione di classe, della contraddizione di genere, sotto l’ impulso delle dirigenti sempre più combattive (si pensi all’ evoluzione delle posizioni in materia di divorzio e di aborto).
Di qui, all’ esplosione dei movimenti femministi, un fatto che può apparire singolare (se paragonato al rapporto Pci – sinistra extra parlamentare): il movimento femminista non è contro il Pci, il Pci non è contro il movimento.
Un caso di bella politica, al di là dei muscoli maschili. Di qui la grande stagione degli anni Ottanta (paradossalmente quando il Pci inizia a declinare): con le donne protagoniste del cambiamento.
È questo un itinerario che trova riscontro anche a Brescia, che vede gli anni Sessanta superare una concezione dell’ emancipazione tutta lavoristica, centrata su una visione particolaristica dell’ assistenza per approdare ad una idea universalistica del welfare che invoca gli orizzonti nuovi della deistituzionalizzazione, dei servizi domiciliari, del minimo vitale generalizzato. Con la Loggia di Boni sorda a queste istanze, come a quelle della partecipazione popolare.
Così come lo era stata nei Cinquanta alle richieste di istituzione degli asili nido (uno solo in città per decenni). È con la prima giunta Trebeschi (1975-1980) che fanno breccia finalmente le idee e la cultura politica della sinistra. Dopo lustri di lotte solitarie il centro della scena è occupato da prevenzione e sicurezza sociale. Anche per i nuovi orizzonti conquistati dal mondo cattolico-democratico. Di qui i consultori, la moltiplicazione dei nidi e altro ancora.
Insomma anche a Brescia all’ apogeo dei Trenta Gloriosi le lotte delle donne e della sinistra cambiano lo scenario. Arriva poi il tempo del ripiegamento ma i frutti di quelle battaglie la destra vincente non è riuscita a distruggerli.
Anche perché nell’ arena istituzionale centrale, la Loggia, non è riuscita ad insediarsi. La storia di una Repubblica delle donne è, quindi, ancora da scrivere.
In una condizione di difficoltà per la forza di una destra reazionaria costantemente con le spalle al futuro. Ma la forza delle donne, l’ ottimismo della volontà senza il pessimismo della ragione possono aprire una nuova stagione.
A conclusione mi piace ricordare alcune di quelle donne della sinistra bresciana (che non sono più tra noi) e che, in tempi duri e all’ incrocio dei venti, hanno seminato sorellanza e fratellanza. Maria Pippan, Antonia Oscar Abbiati, Renata Bottarelli, Adele Alberti, Dolores Abbiati, Alma Conti, Maria Bianchi, Mammola Bianchi, Franca Duina, Afra Milani, Carmela Trainini, Anita Antonelli, Bianca e Luisa Bologna, Nerina Valeri, Laura Faroni, Fernanda Capretti, Itala Andreoli, Rita Santorum, Elena Piovani e poi Santina Damonti (Berta) e Elsa Pelizzari per tutte le partigiane, fino a chi prematuramente ci ha lasciato: Donatella Zuccali, Caterina Parzanini, Renata Ferrari e Rosa Pedersoli.
LETTERA FIRMATA: Paolo Pagani, direzione regionale Pd
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