Non sempre il risultato di una ricerca corrisponde a quello che ci si aspetta. E proprio quando i dati smentiscono le ipotesi di partenza, possono emergere le indicazioni più interessanti. È quello che è accaduto a Salvatore Sciascia (foto sopra), professore di Economia aziendale alla Liuc di Castellanza ed esperto di family business, e alle ricercatrici Raffaela Gjergji e Sofia Brunelli.
Interpellando 264 imprese italiane, i tre studiosi si aspettavano di trovare in cima alla classifica delle competenze decisive per competere quelle legate alla transizione digitale e ambientale. Le aziende invece hanno indicato altro. Prima vengono marketing e vendite, amministrazione, finanza e controllo, governance e strategia. E quando si entra nel campo del digitale, la priorità ha un nome preciso: cybersecurity.
Prima ancora di innovare e correre più velocemente, per le imprese oggi è fondamentale sapersi proteggere. È uno dei risultati più significativi di “Competenze, governance e family business” (Guerini Next), il volume firmato da Sciascia con Gjergji, ricercatrice PwC in Family Business alla Liuc, e Brunelli, assegnista di ricerca dell’ateneo.
Lo studio, oltre a tracciare la mappa delle competenze ritenute più importanti dalle aziende, indaga il rapporto tra la loro dotazione e i modelli di governance, con un’attenzione particolare alle imprese familiari.
IL DIALOGO TRA UNIVERSITÀ E IMPRESE
Il progetto nasce dalla collaborazione tra Liuc e PwC. «PwC ha fatto una donazione alla Liuc con la quale è stato bandito un posto da ricercatore per tre anni», racconta Sciascia. Il posto è stato vinto da Gjergji, che ha lavorato sotto la sua guida sui temi del family business. Al termine del percorso è arrivata dalla società di consulenza la proposta di sviluppare insieme una ricerca partendo da una domanda concreta: quali sono, secondo le imprese, le competenze decisive per competere oggi? Da qui la survey rivolta alle aziende dei network Liuc e PwC. «Ci hanno risposto in 264 e già questo è un risultato, vuol dire che le imprese hanno voglia di raccontarsi», osserva Sciascia.
Il questionario ha preso in considerazione un ampio ventaglio di competenze: dal marketing alla produzione, dalla logistica alla finanza, fino a quelle digitali e ambientali legate alla cosiddetta twin transition. Proprio su quest’ultima è arrivata la prima sorpresa. Digitale e sostenibilità sono ritenuti importanti, ma non occupano i primi posti. Analizzando più in profondità le risposte emerge che, nel digitale, la competenza considerata prioritaria è la cybersecurity. Il tema non è soltanto acquisire nuovi strumenti o accelerare i processi, ma proteggere l’azienda e il suo patrimonio informativo. Sul fronte ambientale, invece, prevale il risparmio energetico, indicazione che riporta la transizione green anche alla concretezza dei costi e dell’efficienza aziendale.
IL PATRIMONIO NASCOSTO DELLE IMPRESE FAMILIARI
Un secondo filone dello studio riguarda la relazione tra competenze e governance. Circa l’80% delle aziende che hanno risposto è a proprietà familiare. E i dati mostrano che queste imprese si percepiscono particolarmente forti nelle operations, nella logistica e negli acquisti, attività spesso lontane dai riflettori ma nelle quali si concentra un patrimonio di conoscenze costruito nel tempo. «È nel sapere dei nonni e dei genitori che possono nascondersi determinate tecniche», osserva Sciascia.
Le imprese familiari si dichiarano inoltre più forti e attente sul fronte ambientale e, all’aumentare del peso della famiglia nella proprietà, questa relazione tende a rafforzarsi. Un risultato che porta in primo piano il valore delle conoscenze sedimentate attraverso le generazioni: competenze spesso poco visibili all’esterno, ma che costituiscono una parte importante del capitale dell’impresa.
IL CDA APRE LE PORTE A NUOVE COMPETENZE
La famiglia, però, non basta. È qui che entra in gioco la governance. Nelle imprese familiari la presenza di un consiglio di amministrazione è associata a maggiori competenze in ambiti come marketing, digitale e governance. Anche un cda più articolato sembra ampliare la dotazione di competenze. Ma soprattutto conta l’apertura a componenti esterni alla famiglia.
«Famiglia sì, ma anche l’esterno», sintetizza Sciascia. Un modello ibrido, dunque, capace di conservare conoscenze e valori sedimentati nell’impresa e, allo stesso tempo, di introdurre professionalità ed esperienze nuove. Non tutte le ipotesi formulate dai ricercatori hanno trovato conferma.
Ed è un elemento che Sciascia considera parte integrante del valore del lavoro.«Ci siamo posti delle domande, ci aspettavamo delle risposte e abbiamo trovato altro». Un richiamo alla necessità di non forzare i dati dentro schemi prestabiliti, ma di lasciare che siano i risultati a indicare la direzione. Il dialogo, del resto, è uno dei fili conduttori del volume.
I risultati della ricerca sono stati affidati anche ai commenti dei professionisti di PwC e di imprenditrici, scelte volutamente per rappresentare la voce delle aziende. Accademia, professionisti e impresa si confrontano così sulle competenze necessarie per affrontare il futuro. Con un’indicazione che attraversa l’intero studio: le competenze non sono un patrimonio acquisito una volta per tutte, ma richiedono investimenti continui. E la governance può essere lo strumento per riconoscere quelle che già esistono, attrarre quelle che mancano e trasformarle in un vantaggio competitivo.
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