Sara Verta, segretario di Unirai, da tempo interviene sulle modalità con cui Ranucci interpreta il ruolo di volto e dirigente del Servizio Pubblico. Dalla vicenda Lavitola alle regole deontologiche, fino al futuro di Report, Verta chiede che valgano per tutti gli stessi criteri.

Verta, cosa pensa della vicenda Lavitola-Ranucci?
«La considero una vicenda estremamente inquietante, ma proprio per questo bisogna avere il coraggio di guardarla senza filtri. Altrimenti, ogni domanda diventa, come sempre, solo un attacco al giornalismo d’inchiesta. Noi di Unirai siamo intervenuti più volte su alcune intemerate di Ranucci. Per esempio, sulla vicenda dei 127 giornalisti precari, quando Ranucci definì “farsa” un percorso che avrebbe finalmente portato alla stabilizzazione di 127 colleghi dopo un accordo trasparente fra azienda e sindacati. Lo abbiamo fatto quando parlò di “deportazione” riferendosi ai giornalisti destinati alla TGR. E lo abbiamo fatto quando, per delegittimare ulteriormente le redazioni regionali, arrivò a sostenere che nella TGR sarebbe impossibile fare vere inchieste e che lì si raccontano sostanzialmente soltanto sagre».

E sulle contestazioni pubbliche alla Rai?
«Abbiamo denunciato anche le sue contestazioni pubbliche alla Rai, compresa la protesta davanti alla sede di Napoli, lo scorso anno, durante la presentazione dei palinsesti, perché a nostro parere un dirigente e volto di punta del Servizio Pubblico non può trasformare continuamente l’azienda che gli mette a disposizione struttura, mezzi, collaboratori e una platea nazionale, nel bersaglio della propria, autoreferenziale, comunicazione pubblica».

Veniamo alla vicenda Lavitola. Qual è il punto?
«Partendo dal fatto che c’è un’inchiesta della magistratura. Tutti i dipendenti sono obbligati a rispettare le regole del Servizio pubblico e, ovviamente, anche Ranucci. Ma se lo si chiede al conduttore di Report si apre un caso: è come se si volesse solo colpire il giornalismo d’inchiesta. E intervengono Usigrai, Fnsi e Ordine dei giornalisti, così come una parte del CdA. Una corazza politica, sindacale e mediatica intorno ad un singolo giornalista. E quella corazza ha avuto un effetto molto preciso: rendere quasi impossibile discutere delle sue parole, dei suoi comportamenti e del suo modo di intendere il Servizio Pubblico senza essere immediatamente accusati di voler colpire il giornalismo d’inchiesta».

Quale dovrebbe essere, allora, il criterio?
«Chi occupa una posizione di tale visibilità e responsabilità dovrebbe essere, per usare una formula antica ma ancora attualissima, “come la moglie di Cesare”: non soltanto al di sopra di ogni sospetto, ma anche attento a non dare adito a sospetti. E questo vale ancora di più quando si è il volto di un programma del Servizio Pubblico. Oggi, davanti a una vicenda giudiziaria così inquietante, non servono altre protezioni. Ranucci sia sottoposto agli stessi criteri, alle stesse regole e alle stesse responsabilità di qualsiasi altro giornalista Rai».

Quali misure a tutela dei giornalisti Rai vanno prese?
«Credo sia inderogabile un’analisi seria della responsabilità editoriale di Report. Il caso dell’audio Sangiuliano-Corsini, che abbiamo già contestato, pone una domanda che non possiamo eludere: fino a che punto il giornalismo d’inchiesta può spingersi nella vita privata di una collega Rai, trasformando una conversazione privata in materiale televisivo? Il fatto che una condotta possa essere ritenuta legittima sotto un determinato profilo giuridico non significa automaticamente che rappresenti, sotto ogni profilo, un modello di comportamento giornalistico. E proprio perché parliamo di Servizio Pubblico, questo confine deve essere valutato con il massimo rigore. La libertà di informare è sacrosanta, ma non può diventare una zona franca dalla responsabilità professionale. E qui torniamo al punto: chi ha grandi poteri editoriali deve avere grandi responsabilità editoriali. Non può esistere una libertà di serie A per chi conduce Report e una libertà di serie B per tutti gli altri giornalisti Rai. La Rai, i suoi giornalisti e il suo giornalismo d’inchiesta hanno bisogno di libertà, ma anche di responsabilità. Nessun giornalista, per quanto famoso, può essere più grande delle regole del Servizio Pubblico».

Come selezionare il nuovo conduttore di Report?
«Io partirei da una considerazione molto semplice: Report non ha bisogno di trovare il nuovo Ranucci. Ha bisogno di trovare un onesto giornalista d’inchiesta, non un nuovo personaggio da trasformare in un’icona. Abbiamo bisogno di restituire centralità al programma e alla redazione, non di costruire un altro personaggio intorno al programma. Il nuovo conduttore deve essere scelto sulla base della professionalità: esperienza, capacità di fare inchieste, rigore nella verifica delle fonti, conoscenza delle regole deontologiche, capacità di lavorare con una redazione e rispetto dei colleghi. Deve bastare essere un bravo giornalista. Perché Report è un patrimonio della Rai e del Servizio Pubblico. E proprio per questo non può diventare il patrimonio personale del suo conduttore».

Che cosa deve avere, dunque, il vero giornalismo d’inchiesta?
«Il vero giornalismo d’inchiesta non ha bisogno di un martire. Ha bisogno di fatti, fonti, rigore e responsabilità. E il vero Servizio Pubblico non ha bisogno di eroi. Ha bisogno di giornalisti responsabili, capaci di accettare anche il peso delle proprie parole e delle proprie scelte».

Perché, a suo avviso, la Vigilanza Rai si è sciolta con le dimissioni delle opposizioni?
«La coincidenza temporale è singolare e credo sia legittimo chiedersi perché proprio in quel momento, a fronte di una vicenda giudiziaria molto grave, la Commissione di Vigilanza sulla Rai sia arrivata alla paralisi. Io credo che questa coincidenza debba essere spiegata dai partiti politici che hanno scelto la strada delle dimissioni. La Vigilanza dovrebbe servire a fare domande, verificare, approfondire, pretendere risposte. Non deve fare processi mediatici e non deve sostituirsi alla magistratura. Ma non può nemmeno diventare il luogo nel quale, davanti a una vicenda così inquietante, si abbassino le saracinesche».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.




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Aldo Torchiaro

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