Quindici giorni di intercettazioni, nessuna perquisizione e nessuna copia forense del telefono. Nel 2017 la prima indagine su Andrea Sempio si concluse con l’archiviazione, ma nove anni dopo gli investigatori hanno riletto quel fascicolo e individuato una serie di lacune che pongono una domanda inevitabile: l’amico di Marco Poggi venne indagato davvero fino in fondo?

I quindici giorni non coincidono con la durata complessiva del procedimento, ma con il periodo nel quale gli inquirenti intercettarono Sempio e la sua famiglia. Una precisazione necessaria, che non riduce però la portata del problema. In quelle due settimane gli investigatori avrebbero raccolto conversazioni soltanto in parte trascritte e, in alcuni casi, riassunte in maniera incompleta o poco fedele. Frasi oggi considerate rilevanti non avrebbero ricevuto allora l’attenzione che la nuova Procura attribuisce loro.

L’indagine nacque alla fine del 2016, quando la difesa di Alberto Stasi indicò una possibile compatibilità tra il Dna trovato sulle unghie di Chiara Poggi e la linea genetica maschile della famiglia Sempio. Andrea, amico del fratello della vittima e frequentatore della villetta di via Pascoli, entrò nel registro degli indagati. Pochi mesi dopo, il 16 marzo 2017, la Procura chiese l’archiviazione per assoluta carenza di riscontri oggettivi.

Quella decisione appariva destinata a chiudere definitivamente la sua posizione. La riapertura del caso ha invece trasformato il vecchio fascicolo in un’indagine sull’indagine.

Soltanto quindici giorni di intercettazioni su Sempio

Il primo punto riguarda la durata degli ascolti. Quindici giorni possono risultare sufficienti se producono elementi chiari oppure confermano rapidamente l’estraneità dell’indagato. Diventano più difficili da comprendere quando, a distanza di anni, le stesse conversazioni vengono rilette come possibili indizi di una conoscenza anomala della scena del crimine, del movente e delle circostanze dell’omicidio.

Il problema non riguarda soltanto quanto tempo gli investigatori ascoltarono Sempio, ma come conservarono e interpretarono quelle parole. Secondo la nuova lettura, alcune conversazioni non vennero trascritte integralmente, mentre altre finirono nelle informative attraverso sintesi che ne avrebbero attenuato o modificato il significato.

Una sintesi investigativa orienta inevitabilmente il magistrato che dovrà decidere quali accertamenti disporre. Se un passaggio importante viene ridotto a poche righe o giudicato irrilevante, può scomparire dal campo visivo dell’inchiesta. Per questo la nuova Procura ha ripreso in mano le registrazioni originali, attribuendo ad alcuni dialoghi un peso molto diverso rispetto a quello riconosciuto nel 2017.

La difesa di Sempio contesta questa interpretazione e sostiene che alcune frasi siano state estrapolate dal contesto. I suoi legali respingono in particolare la trasformazione di soliloqui, commenti e ragionamenti ad alta voce in confessioni indirette. Sarà un giudice, nell’eventuale processo, a stabilire quale lettura possa reggere.

Nessuna perquisizione e nessuna copia forense del telefono

Il secondo punto appare ancora più concreto. Nel corso della prima indagine Sempio non subì perquisizioni e gli investigatori non realizzarono una copia forense del suo telefono. Non acquisirono dunque in maniera completa e tecnicamente cristallizzata messaggi, contatti, fotografie, file, cronologie e altri dati potenzialmente utili.

Nel 2017 erano già trascorsi quasi dieci anni dall’omicidio, quindi difficilmente quel cellulare avrebbe potuto contenere dati originali risalenti al 13 agosto 2007. Una copia forense avrebbe però permesso di verificare le comunicazioni contemporanee alla prima iscrizione nel registro degli indagati, i rapporti tra le persone coinvolte e le eventuali reazioni agli sviluppi dell’inchiesta.

Anche l’assenza di perquisizioni impedì agli investigatori di cercare documenti, supporti informatici o altri elementi utili a ricostruire il contesto nel quale Sempio affrontava l’indagine. Non significa che una perquisizione avrebbe certamente prodotto una prova. Significa che quella possibilità non venne esplorata e oggi non può più essere recuperata nelle stesse condizioni.

Un’indagine non si giudica dal numero di atti compiuti, ma dalla loro capacità di verificare tutte le ipotesi. Nel caso di Sempio, la nuova Procura ritiene evidentemente che nel 2017 gli accertamenti non abbiano esaurito le domande aperte.

Le domande dell’interrogatorio furono davvero concordate?

Nel fascicolo è emerso anche il sospetto di contatti anomali tra persone vicine a Sempio e appartenenti all’Arma. La nuova indagine ipotizza che alcune domande dell’interrogatorio possano essere state conosciute o discusse prima che l’indagato si presentasse davanti ai magistrati.

Si tratta di un’accusa delicatissima, che non può essere trasformata in un fatto acquisito. Conoscere in anticipo il contenuto dell’interrogatorio avrebbe infatti permesso a Sempio di preparare le risposte, armonizzare il proprio racconto con quello dei familiari e neutralizzare gli elementi più problematici. Ma occorre dimostrare chi avrebbe trasmesso quelle informazioni, attraverso quale canale e con quale consapevolezza.

I contatti tra investigatori, avvocati e persone coinvolte in un procedimento non costituiscono automaticamente una condotta illecita. Soltanto la ricostruzione precisa delle comunicazioni può distinguere una normale interlocuzione da un’anticipazione indebita. La nuova Procura considera comunque questo punto parte delle anomalie che avrebbero indebolito la prima indagine.

Tramonta la corruzione di Venditti, restano gli errori investigativi

L’ipotesi più grave sosteneva che l’allora procuratore aggiunto Mario Venditti avesse ricevuto denaro per favorire l’archiviazione di Sempio. A far nascere il sospetto avevano contribuito un appunto trovato nella disponibilità della famiglia — con il riferimento a «Venditti», al gip, all’archiviazione e alla cifra «20-30» — e alcune conversazioni relative a somme di denaro.

Gli accertamenti successivi non avrebbero però trovato elementi capaci di confermare la corruzione dell’ex magistrato. Il crollo di questa ipotesi cambia profondamente il quadro e impone di evitare qualsiasi equivalenza tra un’indagine incompleta e un’archiviazione comprata.

L’assenza di una corruzione non cancella tuttavia le possibili lacune investigative. Un fascicolo può chiudersi troppo presto anche senza accordi illeciti: per sottovalutazione degli elementi, interpretazioni sbagliate, accertamenti omessi o eccessiva fiducia nelle prime conclusioni. È proprio su questo terreno che oggi si concentra il confronto.

Sempio venne davvero indagato fino in fondo?

Nel 2017 la Procura concluse che non esistevano riscontri sufficienti contro Andrea Sempio. Nel 2026 un altro gruppo di magistrati considera invece lo stesso uomo l’unico autore dell’omicidio di Chiara Poggi. Una distanza così radicale non può dipendere soltanto dal trascorrere del tempo: nasce anche dal diverso modo in cui gli investigatori hanno cercato, letto e collegato gli elementi.

La nuova inchiesta non dimostra automaticamente che quella precedente fosse orientata o che Sempio sia colpevole. Potrebbe arrivare anch’essa a un’archiviazione oppure non superare il vaglio di un giudice. Sempio continua a negare ogni responsabilità e deve essere considerato innocente.

Resta però un dato difficile da ignorare. Nel primo procedimento gli investigatori lo intercettarono per quindici giorni, non perquisirono i luoghi nella sua disponibilità e non copiarono il suo telefono. Alcune conversazioni ricevettero trascrizioni incomplete e oggi si sospetta che l’interrogatorio possa essere stato preceduto da contatti anomali.

Forse quegli accertamenti non avrebbero trovato nulla. Forse avrebbero confermato l’estraneità di Sempio. Oppure avrebbero permesso di verificare diciannove anni prima ciò che oggi la Procura tenta di ricostruire attraverso ricordi, file deteriorati e tracce fragili. È questo il vero peso degli atti mai compiuti: non provano la colpevolezza di nessuno, ma lasciano domande alle quali il tempo potrebbe avere ormai cancellato la risposta.


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Luca Arnau

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