Domenica scorsa, in una pausa del cammino lungo il fiume Tenna, organizzato dall’Associazione Viarum e dal FAI, raccontavo che uno spot per l’olio potrebbe essere tratto dall’affresco del soffitto della Cappella farfense di Montegiorgio. C’è raffigurata la tomba di Adamo da cui germoglia una pianta di ulivo. Da un’immagine una storia, anche promozionale. Anche salutare.
Prima del terremoto, una piccola chiesa di Monte San Martino custodiva diversi capolavori dei fratelli pittori Carlo e Vittore Crivelli. Ammirarli faceva bene non solo alla mente e all’anima.
Inoltre, chi non s’è stupito e commosso davanti agli affreschi nel Tempio di Sant’Agostino a Fermo? Speriamo che la chiesa sia riaperta al più presto.
Lo stesso capita girando per le sale ricchissime del Museo diocesano di Fermo o nella Pinacoteca di Ascoli Piceno, o, ancora, davanti alla Madonna del Latte un tempo nella chiesa di Sant’Andrea a Montegiorgio.
Quando si entra, ad esempio, nel grande tempio gotico di San Francesco a Fermo, ci coglie un non so che di bello e di buono.
Mi sto fermando alla nostra realtà locale, senza dire ad esempio della Cattedrale di Chartres, delle sue vetrate, del suo labirinto, o del Duomo di Milano, o di Santa Maria in Fiore a Firenze.
L’arte commuove, l’arte muove qualcosa nel nostro intimo. L’arte è curativa. Procura benessere.
Ecco, appunto. Per anni, il legame tra arte e benessere è stato però considerato soprattutto un tema di interesse unicamente culturale, tuttalpiù pedagogico o psicologico. Oggi, invece, questo rapporto sta assumendo una rilevanza sempre maggiore anche sul piano sanitario e istituzionale.
L’Italia sta infatti compiendo passi significativi verso il riconoscimento dell’arte come strumento di supporto alla salute e alla qualità della vita.
L’idea che la partecipazione ad attività artistiche e culturali possa favorire il benessere psicofisico non è nuova. Numerose ricerche internazionali hanno evidenziato come la frequentazione di musei, teatri, concerti, laboratori creativi e altre esperienze culturali possa contribuire a ridurre stress, ansia e isolamento sociale, migliorando al tempo stesso le capacità relazionali e cognitive. Questo approccio rientra nel concetto di “welfare culturale”, una prospettiva che considera la cultura parte integrante delle politiche di salute pubblica.
Una svolta importante però è arrivata a febbraio scorso, quando è stato approvato in Conferenza Stato-Regioni il Protocollo d’intesa tra il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute sulla cosiddetta “prescrizione dell’arte”. Il documento rappresenta il primo riconoscimento istituzionale nazionale del valore terapeutico delle attività culturali e artistiche come supporto alle cure tradizionali.
Scrivo questo e lo indirizzo al neo assessore alla Sanità delle Marche Paolo Calcinaro.
L’obiettivo del Protocollo non è sostituire le terapie mediche, ma affiancarle attraverso percorsi culturali strutturati. Visite ai musei, attività artistiche, spettacoli teatrali, musica e altre forme di fruizione culturale potranno essere integrate nei programmi di promozione della salute, soprattutto per persone fragili, anziani, soggetti con disturbi depressivi o patologie neurodegenerative.
Ne avevo sentito parlare lo scorso anno a Porto San Giorgio dal prof. Vincenzo Valentini, direttore dell’ex Fatebenefratelli di Roma.
Per rendere operativo questo approccio, il protocollo prevede l’istituzione di un tavolo tecnico interministeriale incaricato di censire le esperienze già esistenti sul territorio nazionale, raccogliere dati scientifici e definire modelli di intervento replicabili.
A sostegno di queste iniziative, la Legge di Bilancio 2026 ha istituito il Fondo per la cultura terapeutica e la cura sociale, con una dotazione annuale destinata a finanziare progetti che utilizzano le arti e il patrimonio culturale come strumenti di sostegno e benessere. Il fondo è rivolto a enti locali, organizzazioni del Terzo Settore, associazioni e fondazioni impegnate nella realizzazione di percorsi culturali a favore di persone con disabilità o in condizioni di vulnerabilità sociale.
Parallelamente, l’arteterapia è già presente da anni in numerosi contesti educativi, riabilitativi e socio-sanitari. Tuttavia, dal punto di vista normativo, la figura professionale dell’arteterapeuta non rientra tra le professioni sanitarie riconosciute dallo Stato. Attualmente il riferimento legislativo principale è la Legge n. 4 del 2013 sulle professioni non organizzate in ordini o collegi, che disciplina molte attività professionali esercitate in forma associativa e regolamentate attraverso standard formativi e codici deontologici.
L’arteterapia viene generalmente definita come un insieme di pratiche che utilizzano il processo creativo e l’espressione artistica per favorire il benessere della persona, sostenere percorsi di riabilitazione e migliorare le capacità comunicative e relazionali. Le sue applicazioni si estendono dall’ambito della salute mentale alla disabilità, dalla geriatria all’inclusione sociale.
Il riconoscimento dell’arte come strumento di cura rappresenta una delle innovazioni più interessanti delle politiche sanitarie contemporanee. Pur non configurandosi come una terapia medica in senso stretto, la partecipazione culturale viene sempre più considerata un fattore protettivo per la salute, capace di migliorare la qualità della vita e rafforzare il benessere individuale e collettivo.
L’Italia sta dunque entrando in una nuova fase, nella quale cultura e salute non vengono più considerate ambiti separati, ma elementi complementari di una visione integrata della persona. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questo riconoscimento istituzionale in pratiche diffuse, accessibili e supportate da evidenze scientifiche sempre più solide.
Mercoledì, 3 giugno 2026
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