Le Guardie rivoluzionarie occupano ormai tutti i principali centri decisionali della Repubblica islamica. La prolungata assenza pubblica della nuova Guida Suprema, mai incontrata neppure da importanti esponenti del governo, alimenta gli interrogativi sulla sua sopravvivenza e su chi eserciti realmente il potere a Teheran.

Quando Stati Uniti e Israele hanno avviato i bombardamenti contro l’Iran nel mese di febbraio, l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e di quasi tutti i principali responsabili della sicurezza ha eliminato un’intera generazione di dirigenti. Il vuoto lasciato dagli attacchi non sembra però essere stato riempito da una nuova autorità politica: a imporsi sono stati soprattutto i vertici dei Pasdaran. Ufficialmente, il potere sarebbe passato a Mojtaba Khamenei, figlio del leader scomparso. Dall’inizio della guerra, tuttavia, la nuova Guida Suprema non è mai apparsa in pubblico. Le informazioni diffuse sulle sue condizioni sono contraddittorie: l’intelligence americana sostiene che sia vivo ma gravemente ferito, mentre le autorità iraniane affermano che abbia riportato lesioni senza essere in pericolo. Ancora più significativo è il fatto che importanti membri del governo dichiarino di non averlo mai incontrato dopo la sua nomina. In assenza di immagini, interventi pubblici o testimonianze indipendenti, non è quindi possibile accertare che Mojtaba Khamenei sia ancora in vita né che eserciti realmente le funzioni attribuitegli. Il suo nome potrebbe servire a garantire una continuità formale alla Repubblica islamica, mentre le decisioni effettive sembrano essere passate nelle mani delle Guardie rivoluzionarie.

Tutto in mano a figure legate ai Pasdaran

Il profondo rimpasto annunciato tra domenica e lunedì rafforza questa interpretazione. Le posizioni decisive nella sicurezza nazionale, nelle forze armate e negli apparati repressivi sono state affidate a veterani provenienti direttamente dall’universo dei Pasdaran. Più che una normale riorganizzazione governativa, le nomine descrivono il consolidamento di un potere militare che controlla ormai le principali leve dello Stato. Il nuovo segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale è Mohsen Rezaei, già comandante delle Guardie rivoluzionarie per sedici anni. Figura centrale dell’apparato, Rezaei guidò la formazione durante la guerra contro l’Iraq e rimane uno dei suoi esponenti più influenti. Oltre alla segreteria del Consiglio, ha ricevuto anche il ruolo di rappresentante personale della Guida Suprema al suo interno. La doppia designazione concentra nelle sue mani un’autorità considerevole sulle scelte militari e diplomatiche.Anche il comando dei Pasdaran è stato assegnato a una personalità intransigente: il generale di brigata Ahmad Vahidi, contrario a qualsiasi concessione agli Stati Uniti. Hossein Taeb, storico esponente dell’apparato e uomo legato alla famiglia Khamenei, è stato invece posto alla guida dei Basij, la milizia utilizzata per reprimere manifestazioni e oppositori. Taeb dirigeva la stessa organizzazione durante la violenta repressione delle proteste del 2009. Rezaei, Vahidi e Taeb non sono semplicemente funzionari scelti per sostituire dirigenti morti in guerra. Rappresentano tre articolazioni dello stesso sistema di potere: la direzione strategica, il comando militare e il controllo coercitivo della popolazione. Le altre nomine, compresa quella del responsabile delle forze navali dei Pasdaran, confermano che le Guardie rivoluzionarie controllano ormai tanto la politica interna quanto le principali decisioni internazionali dell’Iran.

Il nodo del controllo delle Stretto Di Hormuz

La gestione dello Stretto di Hormuz offre un’ulteriore dimostrazione di questo predominio. Le forze navali dei Pasdaran hanno diretto gli attacchi contro le imbarcazioni nell’area, mentre Rezaei ha dichiarato che l’Iran non accetterà l’apertura di alcun corridoio sottratto al controllo di Teheran. La linea negoziale del Paese coincide così, in misura crescente, con quella stabilita dall’apparato militare. I ripetuti contrasti tra politici e responsabili della sicurezza avevano finora impedito al Consiglio supremo di raggiungere un’intesa. La scelta di sostituire Mohammad Bagher Zolghadr con Rezaei sembra destinata a superare tali divisioni non attraverso una mediazione, ma subordinando le componenti civili alle decisioni dei Pasdaran. Al Wall Street Journal Sina Toossi, ricercatrice del Center for International Policy, afferma che Khamenei aveva bisogno di una figura abbastanza autorevole da imporre una posizione comune al governo e alle forze di sicurezza. Rezaei possiede questa capacità grazie al suo passato di comandante e alla lunga esperienza politica. Resta tuttavia aperta una questione fondamentale: se Mojtaba Khamenei non è in condizione di governare, o se fosse addirittura morto, chi avrebbe realmente deciso queste nomine? La risposta più plausibile conduce ancora una volta ai vertici delle Guardie rivoluzionarie.

Chi è Mosen Rezaei

Nato nel 1954 a Masjed Soleyman e laureato in ingegneria meccanica, Rezaei iniziò la propria attività in al-Mansouroun, organizzazione guerrigliera impegnata contro lo scià. Quel gruppo divenne una palestra per numerosi futuri dirigenti della sicurezza iraniana, compresi Zolghadr e Ali Shamkhani, a lungo segretario del Consiglio supremo e ucciso il 28 febbraio. Dopo la rivoluzione del 1979, Rezaei entrò nei Pasdaran e nel 1981 ne assunse il comando, mantenendolo per sedici anni. Durante quel periodo, la magistratura argentina lo accusò di un coinvolgimento nell’attentato del 1994 contro un centro culturale ebraico di Buenos Aires, nel quale morirono 85 persone.Rimosso dall’incarico nel 1997 dal presidente riformista Mohammad Khatami, Rezaei ebbe successivamente contrasti anche con Mahmoud Ahmadinejad, del quale criticava le politiche economiche populiste e le provocazioni contro l’Occidente. Negli anni seguenti venne considerato un conservatore pragmatico: un uomo deciso a preservare la Repubblica islamica, ma disponibile a valutare un dialogo prudente con i governi occidentali. La sua storia mostra una notevole capacità di adeguarsi ai diversi equilibri di potere. Nel 2012 minacciò che un attacco israeliano avrebbe causato almeno diecimila morti in Israele. In un’altra intervista, però, si disse favorevole alla collaborazione con società straniere e ammise che l’arricchimento dell’uranio iraniano avrebbe potuto essere effettuato fuori dal Paese. Dall’inizio della guerra, questa flessibilità ha lasciato il posto a un linguaggio apertamente ostile. Rezaei ha definito Trump squilibrato e ha chiesto a Washington di arrendersi alle condizioni di Teheran. La sua ascesa suggerisce che l’ala favorevole al cessate il fuoco o a un compromesso sia stata emarginata da una dirigenza militare intenzionata a proseguire lo scontro. La sostituzione di funzionari anziani con altri veterani dello stesso apparato dimostra inoltre la difficoltà del regime nel rinnovarsi. Ma il punto politico più rilevante è un altro: dietro la continuità formale rappresentata dal nome dei Khamenei, la Repubblica islamica sembra aver completato la propria trasformazione in un sistema dominato dai Pasdaran. Mojtaba Khamenei, mai apparso pubblicamente e mai incontrato dagli stessi dirigenti che dovrebbero operare sotto la sua autorità, rimane una figura avvolta nell’incertezza. Finché non verranno fornite prove verificabili della sua presenza e della sua capacità di governare, la versione ufficiale sulla sua sopravvivenza non può essere considerata definitivamente accertata. Nel frattempo, gli uomini delle Guardie rivoluzionarie occupano tutti i centri decisionali essenziali e agiscono, a ogni effetto pratico, come i veri detentori del potere iraniano.


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Stefano Piazza

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