Il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato martedì 26 maggio la prima legge italiana che disciplina la realizzazione dei data center sul territorio. Il voto è passato con la maggioranza, contro il parere del centrosinistra e di buona parte delle associazioni ambientaliste e agricole. Il giorno dopo, Cia Agricoltori Italiani Lombardia ha diffuso una nota critica, denunciando che la normativa non garantisce tutela concreta del suolo agricolo e rischia di scaricare sul territorio i costi ambientali ed energetici della nuova infrastruttura.
La Lombardia ospita oggi sessantasette dei centosessantotto data center italiani censiti nel 2024, quasi la metà del totale nazionale, ed è la regione su cui converge la maggior parte degli investimenti annunciati dagli hyperscaler. La legge regionale arriva per colmare un vuoto, in Italia non esiste una norma nazionale di settore e gli enti locali si trovano a gestire richieste di insediamento da decine di megawatt senza criteri uniformi. Il problema è che la posizione della Lombardia fa scuola per il resto del paese, e le criticità denunciate da Cia rischiano di replicarsi altrove.
Sessantasette data center su centosessantotto, la Lombardia decide per tutta Italia.
Priorità alle aree dismesse, ma senza un vincolo che lo imponga
La legge istituisce uno sportello regionale unico per i data center, una task force tecnica di supporto, e introduce contributi di costruzione più elevati per chi sceglie di insediarsi su suolo agricolo. Le aree dismesse, degradate o oggetto di rigenerazione urbana sono indicate come scelta prioritaria. Il punto, e qui sta l’obiezione di Cia, è che la priorità è enunciata ma non vincolata. Un investitore può documentare di aver valutato le aree dismesse e poi insediarsi comunque su un terreno agricolo pagando il sovrapprezzo. Il presidente di Cia Lombardia Paolo Maccazzola ha sintetizzato il limite con una formula precisa, parlare di priorità non basta se manca un vincolo chiaro che impedisca nuove trasformazioni delle campagne.
Il contesto rende l’obiezione molto seria. Secondo il rapporto ISPRA 2025 tra il 2023 e il 2024 in Italia sono stati consumati 83,7 chilometri quadrati di suolo, il dato peggiore degli ultimi dodici anni. La Lombardia è la regione con la più alta percentuale di territorio cementificato, il dodici virgola ventidue per cento, contro una media europea del quattro virgola quattro. Aggiungere data center in aree agricole significa spingere ulteriormente verso il limite un sistema territoriale già stressato.
I numeri italiani sull’agricoltura raccontano la pressione dall’altra parte. ISPRA segnala che il consumo di suolo nel 2024 ha sottratto oltre milleottocento ettari ad aree agricole solo per impianti fotovoltaici a terra. Aggiungere a questa pressione la corsa ai data center, che richiedono spazi pianeggianti, accesso a reti elettriche ad alta tensione e disponibilità di acqua per il raffreddamento, significa concentrare la domanda esattamente sulle aree più produttive del territorio agricolo lombardo.
La pianura lombarda è la più produttiva e la più appetibile per i data center.
Il conto energetico chi lo paga, l’agricoltore o l’hyperscaler
Il secondo nodo sollevato da Cia riguarda chi sostiene i costi infrastrutturali dell’espansione. Un data center da cento megawatt richiede potenziamenti della rete elettrica, nuove sottostazioni, talvolta dorsali di trasmissione dedicate. La legge regionale non chiarisce in modo stringente se questi costi restano a carico del proponente o se vengono socializzati attraverso oneri di rete che ricadono sulle bollette di tutti gli utenti, agricoltori compresi. È lo stesso schema che si sta vedendo a livello globale, dove negli Stati Uniti gli hyperscaler hanno dovuto firmare un Ratepayer Protection Pledge proprio per impegnarsi a non scaricare gli oneri sui consumatori residenziali.
Le dimensioni dell’investimento atteso sono significative. La sola Italia ha ricevuto richieste di connessione per sessantanove gigawatt in un solo anno, una cifra che la rete elettrica nazionale non è in grado di soddisfare nemmeno parzialmente nel breve periodo. Quando una regione decide di accelerare sugli insediamenti senza un quadro nazionale di ripartizione dei costi, il rischio concreto è che le bollette aumentino per tutti per finanziare infrastrutture il cui beneficio economico resta in larga parte fuori dal territorio che le ospita. Gli utili vanno a Seattle e Dublino, i potenziamenti di rete restano a carico dell’Enel locale.
L’agricoltura come variabile politica del nuovo capitale infrastrutturale
Il punto di fondo della denuncia di Cia non è solo ambientale, è politico. La domanda di chi pagherà il nuovo capitale infrastrutturale digitale non è mai stata posta in modo trasparente in Italia. La narrazione dell’Italia come hub europeo dei data center ha goduto di consenso bipartisan, ma il consenso si è formato senza che venissero esplicitate le voci di costo non ovvie, terreno agricolo perso, infrastrutture energetiche da costruire, consumo idrico per il raffreddamento, ricadute sui prezzi dell’energia per le piccole imprese del territorio. La legge regionale lombarda cristallizza il compromesso a favore degli investitori, lasciando agli enti locali l’onere di gestire le conseguenze.
Una lettura più storica aiuta a inquadrare il problema. Ogni rivoluzione infrastrutturale, dalla ferrovia alle autostrade alla banda larga, ha richiesto al territorio di cedere spazio e accettare costi diffusi in cambio di benefici concentrati. La differenza, in quei casi, è che il beneficio era prevalentemente nazionale, anche quando concentrato in alcune città. I data center hyperscale, invece, servono traffico AI globale i cui ricavi maturano in giurisdizioni fiscali estere, con una ricaduta occupazionale locale che difficilmente supera il centinaio di posti di lavoro qualificati per impianto. Lo scambio è strutturalmente più sbilanciato.
Cia chiede di tornare al testo della legge per introdurre vincoli reali, non più priorità simboliche. La richiesta è ragionevole, ma il pendolo politico tende dall’altra parte, perché ogni mese di ritardo significa che gli investitori valutano altri mercati europei già attrezzati. Spagna, Irlanda, Paesi nordici hanno regole più chiare e in alcuni casi più favorevoli al proponente. La Lombardia ha scelto di accelerare per non perdere terreno competitivo, e questa scelta ha un prezzo che qualcuno dovrà pagare. La nota di Cia serve a ricordare chi rischia di trovarsi il conto in mano senza averlo ordinato.
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Marco Ferretti
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