Nell’estate del 1985 Palermo era una città in guerra che fingeva di non esserlo. La seconda guerra di mafia aveva lasciato sul selciato centinaia di morti; i corleonesi di Riina avevano sterminato le famiglie perdenti e chiunque, dentro lo Stato, avesse osato alzare la testa: Boris Giuliano, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, il generale dalla Chiesa, Rocco Chinnici. Il 28 luglio e il 6 agosto di quell’anno caddero anche Giuseppe Montana e Ninni Cassarà. Eppure, nei salotti buoni e persino nelle aule scolastiche, resisteva la vulgata rassicurante: la mafia non esiste, o se esiste è un fatto culturale, folclore da non disturbare.
In quella Palermo, dentro il palazzo di giustizia, un gruppo di magistrati stava compiendo l’impresa istruttoria più imponente della storia giudiziaria europea. Il pool antimafia voluto da Chinnici e guidato da Antonino Caponnetto — Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta — aveva trasformato le rivelazioni di Tommaso Buscetta in un’ordinanza-sentenza di rinvio a giudizio di 8.607 pagine: 475 imputati, l’intera cupola di Cosa Nostra chiamata a rispondere, per la prima volta, come organizzazione unitaria, verticistica, piramidale. Era la scommessa dell’articolo 416 bis, introdotto nel 1982 dalla legge Rognoni-La Torre e mai davvero messo alla prova.
Tutto era cominciato nell’estate del 1984, quando Buscetta, estradato dal Brasile, aveva scelto di parlare con Falcone. Non un pentito, avrebbe sempre precisato: un uomo che si sentiva tradito da una Cosa Nostra che non riconosceva più. Da quei colloqui era nata la mappa: la commissione, le famiglie, i mandamenti, la regola per cui nessun omicidio eccellente si decide senza il consenso dei vertici. Il 29 settembre 1984, nella notte di San Michele, trecentosessantasei mandati di cattura avevano tradotto quella mappa in un terremoto. Restava il passaggio decisivo, quello davanti al quale ogni istruttoria può morire: il dibattimento, la prova delle prove.
Ma un processo, per quanto istruito genialmente, ha bisogno di un giudice. E qui la storia, che fino a quel punto aveva avuto il passo dell’epica, assunse per un momento quello della commedia italiana. Il presidente del Tribunale di Palermo, Franco Romano, persona perbene, avviò una sorta di interpello tra i presidenti di sezione per individuare chi avrebbe presieduto il dibattimento. Dieci magistrati dissero no. Due avevano reali problemi di salute; per gli altri otto — annoterà poi asciuttamente la cronaca — «prevalsero probabilmente considerazioni di altro tipo». Certificati medici, scuse, giustificazioni: nessuno, nella Palermo del 1985, voleva sedersi su quella poltrona. Era un processo «elefantiaco», impegnativo, e soprattutto si rischiava la vita.
Accettò un civilista. Alfonso Giordano, palermitano, cinquantasei anni, libero docente di diritto civile, una carriera passata tra sentenze civilistiche e cattedra universitaria, nominato da pochi mesi presidente di sezione e non ancora assegnato a una sezione specifica. Di criminalità organizzata non si era mai occupato. Quando la proposta gli arrivò tra le mani, non pronunciò proclami. Disse soltanto, in famiglia: «Se lo devo fare, lo faccio». Sette parole, nessuna retorica. Calamandrei scrisse che la giustizia si regge sulla fede silenziosa di chi la amministra più che sull’eloquenza di chi la celebra: quella frase domestica, così poco eroica, era esattamente questo. Io avevo quattordici anni ed ero suo figlio. Di quell’uomo conoscevo un’altra vita: le mattine in cui mi portava con sé al palazzo di giustizia e mi lasciava al bar del tribunale davanti a una focaccia con burro e prosciutto; i pomeriggi in cui lo osservavo scrivere sentenze civili, con quella calligrafia paziente, mentre io fingevo di fare i compiti e in realtà studiavo lui. Tra noi c’era una complicità antica, nata in una stagione difficile della famiglia, quando restammo soli per qualche mese e fui io, bambino, a insegnargli a cucinare un piatto di rigatoni.
Posso quindi testimoniare che cosa significò, in concreto, quel sì. Significò anzitutto un’ultima estate: mio padre volle regalarci due settimane di mare, l’ultima vacanza che avremmo fatto da persone normali, senza scorta, e cercò di farmela vivere con spensieratezza, senza dirmi ciò che entrambi già sapevamo. Al ritorno, il quotidiano della sera uscì con la notizia in prima pagina — il presidente del maxiprocesso sarà Giordano — prima ancora che a mio padre arrivasse una comunicazione ufficiale. Da quel titolo compresi che la nostra vita era finita in un’altra vita. Nel giro di poche settimane la casa fu trasformata da operai inviati dal Ministero dell’Interno: vetri corazzati, porte blindate, finestre da tenere sempre chiuse — e i primi condizionatori d’aria che io avessi mai visto, installati perché non si poteva più aprire. Davanti al portone, una camionetta della polizia. Mio padre aveva posto una sola condizione per accettare l’incarico: la protezione della famiglia. Così anche il mio tragitto verso il liceo — il Gonzaga dei gesuiti — divenne un percorso obbligato, ogni giorno, con autista e tutela. I compagni mi guardavano in un modo nuovo: perché anche lì, tra i figli della buona borghesia palermitana, circolava ancora l’idea che la mafia fosse un’invenzione dei giornali del Nord. Ero l’obiezione vivente a quella comoda teoria, e le obiezioni, a Palermo, non sono mai state popolari.
Mentre la nostra casa si blindava, accanto al carcere dell’Ucciardone si costruiva la più singolare opera pubblica della storia repubblicana: un’aula di giustizia a forma di fortezza. Milletrecentocinquanta metri quadrati, trenta gabbie d’acciaio, struttura in cemento armato capace di reggere l’urto di un missile, sedici miliardi di lire. E qui va detto un nome che i libri di storia dimenticano: Liliana Ferraro, dirigente del Ministero, che coordinò appalti, maestranze e forniture piegando la burocrazia italiana a tempi che ancora oggi paiono inverosimili. Mesi, non anni. In un Paese in cui si impiegano decenni per un tratto di autostrada, l’aula bunker fu consegnata puntuale. Quando lo Stato vuole, sa volere. Accanto a mio padre sedette come giudice a latere Piero Grasso, più giovane, più tecnico, caratterialmente diverso — e proprio per questo complementare: i collegi, mio padre lo ripeteva sempre, esistono perché le opinioni si scontrino. E poi c’erano loro, i dimenticati di ogni commemorazione: i sei giudici popolari, Francesca Agnello, Maria Nunzia Catanese, Luigi Mancuso, Lidia Mangione, Renato Mazzeo, Francesca Vitale. Impiegati, insegnanti, cittadini comuni chiamati a decidere del destino della cupola senza la protezione di una carriera, di una toga pesante, di un nome. La Corte d’Assise del processo del secolo era, alla lettera, il popolo italiano.
La mattina del 10 febbraio 1986 il mondo si accorse di Palermo. Blindati agli incroci, cecchini sui tetti, elicotteri sulla città «come in stato d’assedio», scrissero i cronisti. Dentro, il gotha di Cosa Nostra: Michele Greco detto il Papa, Luciano Liggio con la giacca buona, Pippo Calò il cassiere; e nelle gabbie accanto, i picciotti, la manovalanza del terrore. Quattrocentosettantacinque imputati, duecento difensori, seicentotrentacinque testimoni da ascoltare. Le televisioni di mezzo mondo collegate, dalla ABC a Radio Radicale, che di quel processo avrebbe custodito la memoria sonora integrale. Solo per fare l’appello degli imputati il presidente impiegò tre ore. Io lo guardavo dalla televisione, con il codice di procedura penale accanto — l’avevo studiato da solo, da ragazzino, per capire che cosa facesse mio padre: non è un caso se poi la procedura è diventata il mestiere della mia vita. Provavo orgoglio, eccitazione e una paura sottile nel vedere quell’uomo mite, piccolo di statura, cortese fino alla cerimoniosità, seduto davanti all’esercito del male con la sola arma di un codice. Il gotha mafioso, si seppe poi, era convinto di uscirne impunito: i processi alla mafia, a Palermo, erano sempre finiti in nulla — istruttorie insabbiate, testi smemorati, giudici «ammorbiditi». Che paura poteva fare un civilista prestato al penale, un professore che veniva dalle cause di condominio?
Era, naturalmente, l’errore di calcolo più grave che Cosa Nostra avesse mai commesso. Perché quell’uomo mite non portava in aula un furore giustiziere, che si sarebbe potuto strumentalizzare, né un protagonismo mediatico, che si sarebbe potuto logorare. Portava una cosa molto più pericolosa per un’organizzazione criminale che prospera sulle scorciatoie altrui: la regola. Applicata a tutti, sempre, con serenità. Nei ventidue mesi successivi quella serenità sarebbe stata messa alla prova da eccezioni a raffica, ricusazioni pretestuose, minacce, lusinghe, Erinni urlanti e proposte indecenti. È la cronaca che racconteremo nella prossima puntata: il dibattimento, Buscetta, il confronto con Calò, il metodo di un giudice che vinse la guerra rifiutandosi di combatterla come una guerra.
Perché questa, in fondo, è la tesi dell’intera storia, e conviene dichiararla subito: il maxiprocesso non fu grande perché fu duro. Fu grande perché fu giusto. E l’antimafia che ne è discesa — l’antimafia che oggi celebra se stessa nei convegni e nelle fiction — ha custodito la durezza e smarrito la giustizia. Ma non anticipiamo. Nel febbraio del 1986, nell’aula verde dell’Ucciardone, tutto questo era ancora da scrivere. C’era solo un uomo che aveva detto sì mentre dieci colleghi dicevano no, una famiglia che imparava a vivere blindata, e un Paese che per la prima volta guardava la mafia dentro una gabbia — e non il contrario.
(1 — continua)
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Stefano Giordano
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