A poche ore dall’approvazione della legge regionale sui data center, il vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia, Emilio Del Bono, interviene nel merito del provvedimento evidenziando limiti e criticità della norma approvata dal Consiglio regionale.
«Le finalità della legge sono condivisibili ma gli strumenti concreti messi in campo per orientare davvero il mercato sono debolissimi – spiega Del Bono -. È già successo con la grande distribuzione commerciale e con la logistica: leggi regionali troppo deboli, incapaci di governare i processi, che hanno lasciato il mercato libero di collocarsi dove voleva, con effetti esplosivi sui territori».
Il nodo centrale è l’assenza di una reale pianificazione regionale, al contrario di quanto sta succedendo in Irlanda, Spagna e Germania. «Altri Paesi europei non si limitano a definire regole autorizzative, ma pianificano quantità, distribuzione e sostenibilità territoriale degli insediamenti. In Lombardia invece continuiamo a non chiederci quale sviluppo vogliamo e quali condizioni imporre a chi investe – continua Del Bono, che poi richiama quanto già avvenuto in altri comparti -. La legge sulla grande distribuzione ha messo in crisi il piccolo commercio. Quella sulla logistica non ha regolato la collocazione territoriale dei poli logistici rispetto a ferrovie, autostrade e aeroporti. Oggi paghiamo un cortocircuito infrastrutturale e di mobilità. Quando manca la pianificazione, il mercato fa semplicemente il suo mestiere: si insedia dove conviene».
Per Del Bono, il tema non è essere contro gli investimenti o contro l’innovazione tecnologica: «La regolazione è normale anche nel capitalismo. Anzi, il buon capitalismo è quello delle regole, non il liberismo sfrenato. La tecnologia deve essere al servizio delle persone e del territorio».
Uno degli aspetti più critici riguarda il consumo di suolo agricolo e l’assenza di strumenti realmente disincentivanti. «La legge introduce correttamente il principio di favorire le aree dismesse e scoraggiare gli insediamenti su aree agricole o ambientalmente pregiate – commenta -, ma poi questi principi non trovano una traduzione concreta negli strumenti economici e urbanistici».
Il sistema di costi e oneri previsto dalla norma rischia addirittura di produrre l’effetto opposto: «Oggi costruire su area agricola rischia di costare meno che recuperare un’area dismessa, questo è un principio insopportabile – aggiunge Del Bono -. Dovrebbe essere esattamente il contrario: il consumo di suolo agricolo dovrebbe trovare davanti a sé una montagna di vincoli e costi tali da renderlo l’ultima opzione possibile».
Al momento manca un monitoraggio complessivo reale del fenomeno: «Non sappiamo nemmeno con precisione quanti data center ci siano e quanti ne arriveranno – rimarca il vicepresidente del Consiglio regionale – Abbiamo dati frammentari ricavati da Terna o dalle procedure amministrative locali. Sulle altre province lombarde manca una visione complessiva. E senza numeri e pianificazione non si governa nulla».
Altro elemento critico è il ruolo marginale attribuito ai comuni: nell’iter autorizzativo dei data center medio-grandi le amministrazioni vengono sostanzialmente estromesse: partecipano alle conferenze dei servizi ma con un ruolo consultivo.
«È un dato di fatto che questo tipo di insediamenti ha impatti molteplici sui territori – ribadisce Del Bono -. Effetti che non possono essere ridotti al solo consumo di suolo, ci sono aspetti ambientali, idrogeologici, energetici, emissioni di calore, emissioni di CO2. I data center sono infrastrutture strategiche e devono essere trattate come tali».
Il consigliere regionale richiama anche i numeri della crescita del settore: «Secondo i dati del Politecnico, la domanda energetica complessiva dei data center previsti in Lombardia equivarrebbe al consumo di suolo pari alla grandezza dell’intera città di Bergamo. È evidente che il tema non può essere affrontato senza una strategia complessiva».
Da qui la richiesta di introdurre rapidamente nuovi strumenti di pianificazione e principi di valutazione del fattore di pressione complessivo sul territorio. «Bisogna decidere quale sviluppo vogliamo per la Lombardia e quale equilibrio vogliamo tra innovazione, qualità della vita, tutela ambientale e salvaguardia del suolo agricolo – conclude l’ex sindaco di Brescia -. Mi auguro che si riesca ad affrontare tali questioni in modo pragmatico. Gli strumenti che stiamo adottando oggi non sono né adeguati né sufficientemente sofisticati per governare trasformazioni di questa portata».
Sulla legge interviene anche la consigliera regionale Miriam Cominelli, che sottolinea l’assenza di una strategia complessiva sul tema energetico e territoriale.
«Il provvedimento sui data center è l’ennesima dimostrazione dell’assenza di una strategia della Regione sul tema dell’energia – spiega -. Si continuano ad affrontare separatamente questioni che sono invece strettamente connesse: data center, aree idonee, rete elettrica, pianificazione territoriale. Servirebbe una visione sistemica e obiettivi chiari». Proprio per aprire questo confronto il Pd ha chiesto e ottenuto un Consiglio regionale straordinario che si terrà il 4 giugno.
«Di fronte allo sviluppo dei data center non bastano i principi, servono norme cogenti e puntuali. Siamo stati i primi a segnalare la necessità di mettere delle regole, ma questa legge manca di una cosa fondamentale: la programmazione – afferma Cominelli -. I data center rappresentano certamente un elemento di sviluppo, ma sono anche impianti che hanno un impatto enorme sul territorio, in particolare sulle risorse idriche ed energetiche».
È necessario, quindi, un approccio integrato tra autorizzazioni, produzione energetica e sostenibilità territoriale. «Servirebbe una programmazione che tenga insieme nuovi data center e sviluppo delle energie rinnovabili, con l’obiettivo di mantenere sotto controllo il prezzo zonale dell’energia – sottolinea la consigliera -. Non possiamo permetterci di vedere aumentare le bollette di cittadini e imprese per effetto della crescita dei centri dati».
Deboli anche le misure di tutela previste dal provvedimento: «Questa legge non introduce veri paletti, si limita a semplificare e accelerare il fenomeno, senza difendere realmente i campi agricoli e i parchi regionali – aggiunge Cominelli -. Gli oneri previsti fanno il solletico alle big tech: poche centinaia di migliaia di euro di fronte a operazioni da centinaia di milioni, se non miliardi. Di fatto la destra ha messo un prezzo al nostro suolo, anche a quello tutelato. Tutto diventa sacrificabile, basta pagare».
Da qui la scelta del voto contrario del Pd: «È stata persa un’occasione per governare davvero lo sviluppo difendendo territorio e cittadini».
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Redazione BsNews.it
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