Pubblichiamo di seguito il discorso integrale del presidente Confindustria Brescia, Paolo Streparava, all’assemblea annuale che si è tenuta oggi.
IL DISCORSO INTEGRALE DI STREPARAVA
Autorità, care Colleghe e cari Colleghi imprenditori, rappresentanti delle Istituzioni, del mondo economico, finanziario, universitario e associativo, gentili ospiti,
grazie per essere qui.
Saluto Maurizio Molinari e Veronica De Romanis: dopo questa relazione, ci aiuteranno a leggere ciò che sta accadendo nel mondo: il primo con lo sguardo della geopolitica, la seconda con quello dell’economia e dell’industria.
Saluto e ringrazio il Presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che concluderà i nostri lavori e che in questa fase così complessa rappresenta con forza le ragioni dell’industria italiana. Emanuele, la tua vicinanza al nostro territorio si conferma anche in questa Assemblea: un aspetto non scontato per cui ti ringraziamo, considerato che solo ieri hai affrontato l’Assemblea pubblica nazionale a Roma.
Un’Assemblea – lasciatemelo dire – che ci inorgoglisce per la vastissima partecipazione di Governo, Istituzioni e del Presidente della Repubblica, dove Emanuele non ha fatto sconti a chi dubita della forza industriale di questo Paese.
Dove la Premier Meloni si è assunta l’impegno di collaborare subito con Confindustria sui dossier più scottanti e strategici per la nostra competitività: energia, semplificazione e altro ancora.
Grazie ancora Emanuele per essere qui con noi.
A questo punto non possiamo altro che augurarti di fare breccia una volta per tutte nel pantano legislativo e burocratico che frena le nostre aziende.
Noi, da Brescia, ti assicuriamo pieno appoggio.
Veniamo al tema odierno, partendo da un concetto.
Il mondo è frantumato.
Non siamo davanti a una turbolenza passeggera. Siamo dentro una rottura profonda che cambia le condizioni della competizione.
Per anni abbiamo pensato che la globalizzazione avrebbe garantito stabilità e cooperazione. Oggi dobbiamo dirci la verità: quella stagione è finita.
Sicuramente non è finito il commercio internazionale.
Certamente non è finita la necessità di cooperare.
È finita però l’illusione che apertura dei mercati e interdipendenza bastino a garantire ordine e sviluppo.
Il mondo è tornato a essere governato dai rapporti di forza.
Energia, tecnologia, finanza, materie prime e difesa sono diventati strumenti di potere.
La guerra russo-ucraina, le tensioni in Medio Oriente, gli altri 120 conflitti armati nel mondo, le crisi sulle rotte commerciali non sono temi lontani.
Entrano nei costi dell’energia, nelle forniture, nei margini delle imprese, nei tempi di consegna.
L’industria lo ha capito prima di altri.
Quando una nave ritarda, una materia prima raddoppia o il costo dell’energia esplode, non siamo più nel campo delle analisi: siamo nel campo degli investimenti, dell’occupazione e della competitività.
In questa fase l’Europa appare compressa tra grandi potenze e dipendenze energetiche, tecnologiche e finanziarie.
Ma l’Europa non è condannata all’irrilevanza.
È chiamata a decidere se vuole essere protagonista o spettatrice.
Il punto non è più capire cosa serve.
Lo sappiamo.
Servono competitività, energia, tecnologia, sicurezza, investimenti e semplificazione.
Il punto è decidere e realizzare.
Mario Draghi lo ha detto chiaramente, nel suo discorso ad Aquisgrana di qualche giorno fa: “gli shock degli ultimi anni hanno ristretto lo spazio dell’esitazione. l’Europa non può più attendere che torni il mondo di prima”.
Non tornerà.
Senza crescita non esistono le risorse per sostenere transizione, difesa, innovazione e autonomia strategica.
E senza industria, la crescita non arriva.
Per questo la competitività non può più essere trattata come un tema tecnico.
È il presupposto di welfare, coesione sociale, sicurezza e libertà economica.
Mentre l’Europa discute, altri investono.
Mentre l’Europa rallenta, altri costruiscono capacità produttiva e occupano mercati.
In tale contesto, il passaggio dal Green Deal a una nuova stagione di politiche industriali europee, fino all’Industrial Accelerator Act, va guardato con attenzione.
È positivo che si parli di manifattura al 20% del PIL europeo entro il 2035. È positivo che si ragioni di filiere strategiche, preferenza europea, difesa commerciale, aiuti di Stato più flessibili, ricerca, innovazione e competitività.
Ma attenzione: questi strumenti serviranno solo se diventeranno realtà operativa, e se lo diventeranno presto.
Se l’Industrial Accelerator Act sarà un altro contenitore di principi, non servirà. Se invece sarà lo strumento per rimettere davvero la manifattura al centro, allora potrà segnare un cambio di fase.
Una cosa però è certa: non possiamo permetterci di aspettare ancora.
Anche una buona idea, con un processo di approvazione troppo lungo – aspetto a cui l’Europa ci ha abituati in questi anni – rischia di non servire a nulla.
Eppure, l’Europa possiede una forza reale: la sua industria.
E dentro questa forza europea Brescia rappresenta uno dei territori manifatturieri più significativi.
Eurostat lo ha certificato di recente: Brescia e provincia contano più di 1.260.000 abitanti.
Con 14.500 imprese industriali in senso stretto sul territorio, ha contribuito al PIL nazionale dal 2013 al 2023 più di Bologna, di Bergamo e di Firenze.
Quinta in Italia dopo Milano, Torino Roma e Napoli, realtà ben più grandi per popolazione.
Parliamo – su oltre 520 miliardi di nuova ricchezza accumulata in dieci anni a livello nazionale tra 2013 e 2023 – di quasi 15 miliardi che portano la firma del sistema produttivo bresciano.
Brescia è industria vera.
Acciaio e metallurgia, meccanica e automotive, gomma e plastica, agroalimentare, servizi avanzati.
Una provincia che non ha mai commentato la realtà da lontano: l’ha costruita con lavoro, rischio e responsabilità.
Sappiamo innovare, esportare, investire e formare persone.
Ma sappiamo anche che nessuna impresa può vincere da sola se il contesto diventa ostile.
E oggi troppo spesso il contesto europeo non aiuta la manifattura.
L’Europa è lenta nelle decisioni, nelle autorizzazioni, nell’attuazione.
Negli ultimi anni non sono mancati documenti e dichiarazioni.
Quello che manca è la capacità di trasformare le analisi in risultati concreti.
Per questo la dichiarata competitività europea deve tradursi subito in una politica industriale vera, concreta ed efficace.
Siamo quindi di fronte a una serie importante di banchi di prova.
Il primo banco di prova è l’energia.
Non esiste politica industriale europea se l’energia resta strutturalmente più cara rispetto ai principali concorrenti.
Nel 2024, mediamente, l’industria europea pagava l’energia elettrica 2,6 volte in più degli Stati Uniti e 2,4 in più della Cina.
E nel 2025 il dato non si discosta di molto.
L’energia non è una semplice voce di bilancio.
È una condizione di sovranità industriale.
La decarbonizzazione non può tradursi in perdita di competitività.
Servono strumenti sostenibili e realistici.
ETS e CBAM devono accompagnare la transizione, non trasformarsi in ostacoli produttivi.
L’Europa deve assumersi la responsabilità critica di ammettere che l’ETS si è tradotto in un mero meccanismo finanziario, quasi speculativo, che non solo non aiuta l’industria ma la mortifica.
Il sistema ETS va sospeso senza indugi, subito,
anche per evitare che la proposta di benchmark per il periodo 2026 – 2030 aggravi in modo significativo i costi per l’industria, in una fase già segnata da prezzi energetici elevati, forte concorrenza internazionale e limitata disponibilità di tecnologie mature e competitive per la decarbonizzazione dei settori hard-to-abate.
Gli impatti stimati sono rilevanti e riguardano comparti industriali diversi.
Serve una strategia energetica concreta:
più infrastrutture, più accumuli, reti più robuste, rinnovabili sostenibili e una riflessione pragmatica anche sul nucleare.
A tal proposito, sul nucleare, accogliamo con entusiasmo la proposta – letta proprio stamattina sulla stampa – del Vice Presidente di Confindustria, Antonio Gozzi, che è qui e con noi e che saluto:
Brescia come contesto ideale per ospitare mini reattori nucleari nelle proprie acciaierie.
Un ulteriore passo avanti spinto dal nostro territorio verso un prodotto totalmente green.
E forse, quel 33,3% in più rispetto alla Germania, quel 78,5% in più rispetto alla Spagna ed il + 90,2% sulla Francia che l’industria italiana paga si ridurrà fortemente.
Il secondo banco di prova è la semplificazione.
Nel solo 2025 l’Unione europea ha prodotto oltre 2.600 atti pubblicati in Gazzetta ufficiale; un dato che conferma la dimensione ormai molto estesa della regolazione europea, anche se solo una parte di questi atti corrisponde a vere nuove iniziative legislative di indirizzo politico.
La burocrazia è diventata un fattore competitivo negativo.
Ogni autorizzazione che non arriva, ogni norma incerta, ogni adempimento duplicato è competitività che perdiamo.
Il tempo dell’impresa non è il tempo della burocrazia.
Gli investimenti si decidono in mesi, a volte in settimane, non in anni.
Il terzo banco di prova è l’automotive.
Una filiera strategica che significa manifattura, ricerca, elettronica, software, competenze.
Brescia lo sa bene.
Dietro ogni scelta europea sull’auto ci sono aziende, investimenti e lavoro.
La neutralità tecnologica e la flessibilità introdotte nel dibattito europeo vanno nella direzione giusta. Non basta più discuterne; serve agire, e in fretta.
Una transizione senza realismo rischia di trasformarsi in deindustrializzazione.
Non si salva l’ambiente indebolendo l’industria europea. Lo si salva mettendo l’industria nelle condizioni di guidare l’innovazione.
Il quarto banco di prova riguarda le materie prime.
Chi controlla gli input critici controlla una parte decisiva della competitività globale.
L’Europa deve muoversi con maggiore rapidità e con una strategia industriale più forte.
Servono accordi stabili, relazioni con Paesi affidabili e strumenti concreti di sostegno alle filiere.
C’è poi il tema del capitale, l’ultimo banco di prova.
L’Europa dispone di risparmio, ma fatica a trasformarlo in investimenti industriali di lungo periodo.
Se vogliamo campioni europei servono mercati dei capitali più profondi e strumenti comuni.
Occorre creare nuovi strumenti fondati sul debito pubblico comune europeo, solo a supporto del rilancio competitivo del sistema industriale.
Questa è politica industriale!
Non bandi incerti, non strumenti che cambiano continuamente, come spesso accade nel nostro Paese.
E qui c’è un caso concreto, in casa nostra: Transizione 5.0.
È stato un esempio negativo di ciò che non deve più accadere. Non si può costruire uno strumento strategico per accompagnare trasformazione digitale ed energetica e poi modificarlo continuamente, complicarlo, renderlo incerto, trasformarlo in una lunga vicenda amministrativa.
Le imprese programmano investimenti, firmano contratti, impegnano capitali. Se le regole cambiano mentre la partita è in corso, la fiducia si rompe.
Lo stesso vale per Transizione 4.0.
Gli incentivi agli investimenti sono strumenti di politica industriale: supportano le imprese nella programmazione e strutturazione di investimenti in temi prioritari, individuati dallo stato stesso.
Servono a rinnovare impianti, aumentare produttività, introdurre tecnologie, sostenere competitività, creare lavoro qualificato.
E ancora: il nodo Iperammortamento.
L’ultimo sviluppo, con l’esclusione a inizio maggio dei software in cloud, è un’ulteriore testimonianza della poca chiarezza che circonda la misura.
Non è tutto: ad oggi il decreto attuativo non è ancora stato ufficializzato.
Sapete perché?
Perché la norma originaria è stata scritta in maniera fortemente limitativa, e ha richiesto importanti correttivi.
Con ovvie ripercussioni sulle tempistiche, che si sono allungate di mesi.
Sempre a proposito della necessità di riduzione dei tempi, di cui parlavo a chiare lettere pochi minuti fa.
Poi c’è il tema del lavoro.
Serve ridurre strutturalmente il cuneo fiscale e premiare produttività, competenze e contrattazione di qualità.
Serve l’impegno di tutti, imprese, Organizzazioni Sindacali, Governo affinché chi lavora benefici di salari netti più alti, evitando però automatismi che rischiano di risultare inadeguati alla complessità che viviamo, così come inadeguato è – dobbiamo avere il coraggio di dirlo – tutto l’impianto regolatorio su cui poggia il mondo del lavoro di fronte alle tante sfide che le aziende devono affrontare.
Ci sono poi le infrastrutture.
Per un territorio manifatturiero come Brescia strade, ferrovie, energia e reti digitali sono connessioni di mercato.
Ogni ritardo infrastrutturale è un costo industriale. Penso al raccordo autostradale della Val Trompia, per cui va compiuto l’ultimo e definitivo passo: un’opera che aspettiamo da decenni.
Ricordo l’infelice episodio della Corda Molle a pagamento, emerso nei mesi scorsi, e l’ambito collegamento proprio tra la Corda Molle e il Raccordo autostradale Val Trompia, senza il quale quest’ultima non riuscirebbe ad esprimere pienamente la propria effettiva potenzialità.
Guardo all’Aeroporto di Montichiari, che aspetta da anni investimenti effettivi per diventare finalmente un hub merci nazionale. E non dimentico l’auspicata Stazione dell’Alta Velocità sul Garda perché trovi definitivamente “patria” in provincia di Brescia: l’industria del Turismo, e non solo, la aspettano da tempo.
Ogni strozzatura logistica è una tassa occulta sulla competitività dell’intero territorio.
E c’è la formazione.
La manifattura non regge senza competenze.
ITS, università, scuole tecniche e formazione continua sono una parte decisiva del nostro futuro.
Dobbiamo dire ai giovani che l’industria di oggi è tecnologia, intelligenza artificiale, robotica, sostenibilità e lavoro qualificato.
Per questo siamo da tempo impegnati grazie alla nostra Fondazione AIB sui temi di frontiera, e per questo abbiamo deciso di supportare in modo convinto la realizzazione della nuova sede che, a qualche decina di metri di distanza dalla sede della nostra Associazione, ospiterà i tanti corsi ITS oggi promossi da Machina Lonati.
Anche sull’intelligenza artificiale l’Europa non può sbagliare.
La prossima crescita di produttività dipenderà dalla capacità di integrare l’IA dentro l’economia reale.
Ma l’IA significa anche data center, semiconduttori, capitale, competenze e tanta, tanta, tanta energia.
Siamo sicuri di averla davvero tutta l’energia che serve per fare ciò che stiamo facendo?
Se l’Europa resta frammentata, il divario con Stati Uniti e Cina rischia di diventare permanente.
A proposito di Cina, voglio citare solo un dato. Il Dragone è il Paese con il maggior numero di brevetti sull’intelligenza artificiale al mondo, con una quota pari al 60% del totale globale, secondo il Digital China Development. Non è solo una curiosità statistica: segnala la forza con cui Pechino sta trasformando l’IA in un’infrastruttura economica, industriale e strategica.
Per Brescia questo non è un tema astratto.
L’IA entrerà nei processi produttivi, nella manutenzione, nella qualità, nella logistica e nell’efficienza energetica.
Dobbiamo governarla, non subirla.
Il progetto della Fondazione Brescia Innovation District che sta per prendere corpo e di cui siamo sostenitori sin dalla prima ora, va in questa direzione: promuovere e fare innovazione, proprio per governarla, non subirla
Fin qui la denuncia.
Ma questa Assemblea non deve lasciare un messaggio di sfiducia.
NON siamo qui per dire che l’Europa è perduta.
Siamo qui per dire che può farcela.
Ma per farcela è irrinunciabile un drastico cambio di passo.
Serve anche riscoprire le fondamenta dell’Europa Unita.
Penso alla visione di Jean Monnet che credeva e voleva un’Europa unita attraverso i fatti, non le dichiarazioni. Credeva che l’integrazione economica fosse il vero primo passo per l’integrazione politica. Oggi invece corriamo il rischio di un’Europa più romantica, più retorica e radical chic, che concreta.
Non basta essere aperti.
Dobbiamo essere forti.
Apertura senza capacità interna diventa dipendenza.
Sostenibilità senza competitività diventa arretramento.
Anche la difesa non è un tema separato dall’industria.
Sicurezza, tecnologia, manifattura ed energia appartengono ormai alla stessa partita.
Ma su questo occorre essere realisti: la conversione industriale verso l’aerospace e la difesa, tanto sbandierata in questi mesi, non avviene in un attimo. Servono pianificazione, collaborazione vera e tantissime risorse.
Non può esistere una reale autonomia industriale senza una politica energetica solida.
Così come innovazione e tecnologia richiedono capitali, investimenti e competenze.
Sono temi collegati che impongono rapidità nelle decisioni.
Le imprese hanno bisogno di un’Unione Europea che stia dalla parte di chi produce.
Non chiediamo privilegi.
Chiediamo condizioni eque per competere, almeno all’interno del Mercato Unico, condizione non sempre rispettata.
Allo stesso tempo, serve un Paese che ascolti prima di decidere.
Che non cambi le regole mentre la partita è in corso.
Che sostenga chi investe, assume, esporta e innova.
LA MANIFATTURA NON PUÒ ESSERE DEFINITA CENTRALE NEI CONVEGNI E TRATTATA COME SECONDARIA NELLE DECISIONI.
Questa è la posizione dell’industria bresciana: ferma, ma responsabile.
Perché sappiamo che anche le imprese devono fare la loro parte.
Dobbiamo continuare a investire in innovazione, formazione, competenze e collaborazione con scuole, ITS e università.
L’industria bresciana non si è mai tirata indietro.
Non lo ha fatto nelle crisi finanziarie, nella pandemia o nello shock energetico.
Brescia ha sempre risposto con il lavoro e lo farà ancora.
Serve però un’Italia capace di portare in Europa le ragioni della manifattura con continuità e competenza.
Serve un’Europa che riconosca l’industria come condizione del proprio futuro.
Il titolo di questa Assemblea non è una domanda retorica.
Europa: se non ora, quando?
Il mondo si sta riorganizzando.
Le catene del valore vengono ridisegnate.
L’energia orienta gli investimenti.
La tecnologia decide la produttività.
Davanti a tutto questo, l’Europa non può restare ferma.
Vogliamo un’Europa che abbia fiducia nella propria industria.
Capace di competere senza rinunciare ai propri valori.
Sostenibile senza essere ingenua.
Aperta senza diventare vulnerabile.
Da questa Assemblea mandiamo un messaggio chiaro.
Alla politica diciamo: l’industria non è un problema da gestire, ma una risorsa da mettere nelle condizioni di crescere.
All’Europa rimarchiamo: la competitività non può più essere rinviata.
All’Italia aggiungiamo: chi produce ha bisogno di stabilità, energia competitiva, infrastrutture, formazione e regole semplici.
A noi imprenditori dico: continuiamo a investire, a rischiare, a costruire, perché questa è la nostra missione, questa è la nostra responsabilità.
Il mondo è frantumato, è vero.
Ma proprio nelle fratture si vede la qualità dei materiali.
L’industria bresciana ha dimostrato volte di essere fatta di materiali solidi: competenza, lavoro, responsabilità, innovazione.
Non siamo qui per costruire il futuro.
Non chiediamo di tornare indietro: chiediamo le condizioni per competere domani.
Gli imprenditori non chiedono che venga eliminato il rischio.
Chiedono però che il rischio industriale non sia aggravato da incertezza normativa, ritardi pubblici, costi energetici fuori scala e infrastrutture incomplete.
O l’Europa torna a essere un luogo in cui conviene produrre, investire e innovare, oppure la sua autonomia resterà una parola.
Per questo la nostra richiesta è semplice:
meno esitazione, più attuazione.
Meno frammentazione, più scala.
Meno burocrazia, più responsabilità.
Meno annunci, più risultati.
L’Europa ha ancora la forza per essere protagonista.
Ma deve scegliere davvero l’industria, la competitività e il lavoro.
E deve farlo adesso.
Perché se non ora, davvero, quando?
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Redazione BsNews.it
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