Il Papa parla di AI, e lo fa meglio di tanti “esperti”


Papa Leone XIV ha pubblicato ieri la sua prima enciclica, ed è simbolico che sia dedicata all’intelligenza artificiale. Il sottotitolo scelto dal pontefice, “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale“, ci rimanda al rapporto fra questa tecnologia strabiliante, che ha colonizzato il pensiero degli ultimi anni, e l’essenza dell’essere umano, oggetto prediletto della riflessione cattolica, e dell’umanesimo in generale.

Prima di considerare il messaggio, tuttavia, non è necessariamente ovvio che sia necessario porsi la domanda fondante. La Persona Umana ha bisogno di essere custodita? Protetta in qualche modo? L’AI è una minaccia che richiede azioni speciali? Il messaggio di Leone XIV sembra andare in questa direzione. Nell’ipotesi, condivisa da chi scrive, che queste questioni siano necessarie e urgenti, il messaggio è un’opportunità preziosa, più unica che rara, di riflettere su temi che spesso lasciamo da parte, troppo presi dall’immediatezza delle nostre azioni quotidiane.




C’è una continuità chiara con il pontificato precedente. Francesco aveva già denunciato il «paradigma tecnocratico» nella Laudato Si’ del 2015, ripreso il tema della frammentazione digitale e della comunicazione algoritmica nella Fratelli Tutti del 2020, e a gennaio 2025 aveva approvato la nota Antiqua et Nova della Dottrina della Fede e del Dicastero per la Cultura, primo documento ufficiale vaticano dedicato all’AI. Leone XIV raccoglie quel filo e lo rilancia, alzando il livello da nota istituzionale a enciclica papale.

Una voce politica dissonante

Ad accompagnarlo c’era almeno uno dei grandi nomi che abbiamo imparato a conoscere: sul palco accanto al pontefice, a parlare in nome dell’industria AI, c’era infatti Chris Olah, cofondatore di Anthropic. Sam Altman, Sundar Pichai, Satya Nadella, Mark Zuckerberg, Elon Musk, Demis Hassabis hanno preferito non commentare. Tacere, in questo caso, è la risposta più eloquente di quante ne potessero scrivere.

D’altra parte Leone XIV parla di mettere regole e freni all’AI, così come parla di pace. Posizionandosi così agli antipodi rispetto all’attuale governo statunitense (con Trump non corre buon sangue), e per conseguenza in antitesi anche rispetto alla maggior parte di Big Tech. Vale la pena ricordare un dettaglio che il silenzio rende più eloquente: Demis Hassabis è membro della Pontificia Accademia delle Scienze dal 2024, e il 19 maggio al Google I/O ha dichiarato che «AGI è ormai all’orizzonte, e sarà la tecnologia più profonda e impattante mai inventata». Sei giorni dopo, il Papa firmava un documento che contesta frontalmente quella stessa antropologia.

Leone XIV traccia alcuni punti fermi e costruisce su quelli un discorso ampio. Il concetto-chiave è disarmare l’intelligenza artificiale, da cui discendono i fronti che l’enciclica affronta in modo più sostanziale: le disuguaglianze, il lavoro, la guerra, la verità come bene comune. Il Pontefice ha invece dedicato ben poco spazio all’emergenza climatica. Peccato, perché è probabilmente un problema più importante di tutti gli altri messi insieme; ma offre meno appigli per costruire un discorso che metta al centro i valori cattolici. Non se ne può fare una colpa al Pontefice, ovviamente, ma avrei preferito che ne parlasse un po’ di più.

Disarmare l’Intelligenza Artificiale

«Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva». Il paragrafo 110 dell’enciclica continua: «Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile».

Il verbo disarmare ha un peso diverso da quelli che hanno dominato il dibattito fino a ieri, come “regolare”, “governare”, “rallentare”. Porta con sé un valore semantico militaresco, violento, pericoloso, e proprio per questo descrive ciò che oggi accade in quattro arene parallele.

L’AI è arma economica, perché chi parte avanti accumula vantaggio strutturale che gli altri non possono colmare. È arma ambientale, perché i suoi consumi materiali stanno ridisegnando il bilancio energetico globale. È arma cognitiva, perché può plasmare narrative, decisioni invisibili, immaginario collettivo. È arma sociale, perché può sostituire lavoro umano su una scala che nessuna delle rivoluzioni industriali precedenti ha conosciuto.

«Le decisioni sull’AI non dovrebbero essere lasciate alle persone dell’industria», ha detto Olah dal palco. Detta dal cofondatore di una delle tre frontier lab al mondo, è una confessione. Detta accanto al Papa, è un’investitura. Il consenso sulla diagnosi sta arrivando. È sulla cura che resta tutto aperto.

Disarmare l’AI: il Papa ha messo sul tavolo un verbo che la politica e i CEO non avevano osato pronunciare.

L’AI e il problema delle disuguaglianze, non è cosa da poco

«Come accade per ogni grande svolta tecnologica, l’IA tende ad accrescere soprattutto il potere di chi dispone già di risorse economiche, competenze e accesso ai dati», scrive Leone XIV al paragrafo 108. E al 109 nomina ciò che pochi nominano: «il lavoro invisibile, spesso sfruttato, che alimenta i modelli algoritmici» — i milioni di annotatori sottopagati nel Sud globale che insegnano ai modelli cosa è offensivo e cosa è accettabile, perché OpenAI, Google e Anthropic possano vendere prodotti puliti ai clienti enterprise occidentali.

Le disuguaglianze globali sono il secondo grande problema del pianeta dopo la crisi climatica. E, allora, una tecnologia che le accelera non è una buona notizia. Le cifre del talent shortage raccontano che il 65% dei profili AI senior è negli Stati Uniti, il 18% in Cina, meno dell’1% in Italia. Il capitale computazionale dei data center AI è concentrato in quattro hyperscaler. I dataset di addestramento sono proprietà privata di chi è arrivato per primo. Paolo Carozza, della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e chair del Meta Oversight Board, lo dice a TechCrunch in una formula efficace: la pratica di «raccogliere e manipolare» dati umani pone «sfide fondamentali alla libertà cognitiva».

Raccogliere e manipolare dati umani pone sfide fondamentali alla libertà cognitiva.

Quando Garry Tan, CEO di Y Combinator (la fucina che ha lanciato OpenAI) confessa a Vanity Fair che in Silicon Valley «la gente è così pronta a fare dell’AGI il proprio dio», non sta facendo letteratura. Sta documentando che chi controlla questa tecnologia ha già abbandonato l’idea che il suo prodotto sia uno strumento: lo pensa già come un soggetto, e si concepisce come il sacerdote che lo serve. È la posizione contro cui Leone XIV ha costruito l’antropologia di Magnifica Humanitas. A poco vale, ma è pur sempre una speranza, il fatto che qualcuno abbia cominciato a fare un timido passo indietro sul termine AGI — definito ora «poco utile» perfino da Sam Altman.

IA come arma climatica

In quarantaduemila parole…


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 Valerio Porcu

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