L’azienda media getta 21 milioni di dollari l’anno in licenze SaaS che nessuno apre. Il dato esce dal SaaS Management Index 2025 di Zylo, l’osservatorio più grande sul consumo reale del software in abbonamento. Il 53% dei posti pagati non registra accesso negli ultimi trenta giorni, e il marketing è il dipartimento con lo stack più gonfio: in media nove applicazioni sovrapposte per la sola gestione progetti, dieci per la collaborazione, quattordici per la formazione interna.
Stiamo parlando quindi del cosiddetto MarTech, termine che indica genericamente tutti i tool digitali usati per il marketing, e che nasce dalla contrazione di Marketing Technology. Uno stack che può essere incredibilmente utile quando quegli strumenti vengono effettivamente utilizzati, ma che contribuisce — in parte anche considerevole — ad aumentare i costi per prodotti che poi invece restano più o meno abbandonati; a volte persino dimenticati.
Il problema non si risolve con un nuovo contratto enterprise né con un consulente esterno da venti giornate. Si risolve con un audit che si fa in tre ore, con strumenti che esistono già nel perimetro aziendale. Il risultato tipico, stimato anche da Nexthink su campioni cross-industry, è un taglio compreso fra il 15% e il 30% della spesa SaaS, recuperato in poche settimane senza toccare le campagne attive.
Vale la pena leggere e applicare questi suggerimenti, anche perché non farlo potrebbe significare pagare due volte: licenze morte oggi, e una posizione contrattuale debole al prossimo rinnovo. Chi consolida prima, rinegozia meglio. I fornitori, invece, sanno benissimo quante postazioni stai pagando senza usarle. E sanno che tu non lo sai.
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Il metodo che descriviamo è stato testato su stack tipici di PMI con fatturato fra cinque e cinquanta milioni. Funziona perché impone disciplina cronometrica: chi sfora la fase si ferma, archivia il risultato parziale e ricomincia il giorno dopo. Tre ore secche sono sufficienti per stack composti da dodici a venticinque tool. Sopra le venticinque applicazioni, allungare a quattro ore con una pausa.
L’audit serve a rispondere a tre domande secche, una per ogni ora di lavoro:
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Cosa abbiamo davvero.
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Quanto vale quello che abbiamo.
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Cosa teniamo, cosa tagliamo, cosa rinegoziamo.
L’obiettivo è arrivare a una chiusura, non la perfezione: meglio una decisione su tutto in tre ore che un piano dettagliato su metà dello stack che resta nel cassetto.
Prima ora: l’inventario reale (non quello del CFO)
L’inventario che tiene il direttore finanziario è incompleto per costruzione. Riporta i contratti centralizzati, raramente le carte di credito personali del marketing manager e quasi mai gli abbonamenti free-trial scaduti che si sono trasformati in addebiti mensili. La proliferazione decentrata pesa: secondo Zylo, il settanta per cento della spesa SaaS oggi è gestita dalle linee di business, non dall’IT.
Le fonti vere da incrociare sono cinque, in quest’ordine:
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Il provider di identità o SSO (Microsoft Entra, Google Workspace, Okta) che lista ogni app autenticata dai dipendenti negli ultimi novanta giorni;
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L’estratto conto delle carte aziendali del team marketing degli ultimi dodici mesi, filtrato sui merchant SaaS;
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Il gestionale con cui gestite il rimborso spese, se esiste, con focus su voci ricorrenti sotto i cento euro;
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La console del CRM principale, che spesso ha integrazioni con tool dimenticati;
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Un giro veloce di interviste a chi nel team marketing apre quotidianamente i tool: spesso emergono abbonamenti personali pagati con metodi misti.
Il deliverable della prima ora è un foglio Excel con cinquanta righe, una per applicazione, con nome, owner, costo annuale lordo, modulo di pagamento, ultimo accesso registrato. Niente di più. La completezza arriva dopo.
Il settanta per cento della spesa SaaS oggi non passa più dal CIO.
Seconda ora: scoring su cinque criteri, scala zero-dieci
Ogni riga del foglio riceve cinque punteggi da zero a dieci. La somma totale va da zero a cinquanta. Useremo questo punteggio per decidere cosa fare di ogni singolo prodotto.
Se uno strumento ottiene più di trenta punti, lo teniamo; tra venti e trenta, va rinegoziato. Meno di venti, bisogna liberarsene subito. La regola va decisa prima di iniziare lo scoring, mai dopo: l’effetto-ancoraggio sui tool preferiti dal team altrimenti distorce ogni valutazione.
I cinque criteri:
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Utilizzo reale: percentuale di seat licenziati che hanno effettuato login negli ultimi trenta giorni. Sotto il cinquanta per cento la regola Zylo classifica il tool come sottoutilizzato e merita uno zero netto sulla voce;
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ROI attribuibile: contributo dichiarato alle pipeline o alle revenue degli ultimi due trimestri. Se il tool non sa rispondere alla domanda “quante lead ha qualificato” o “quante deal ha chiuso”, il punteggio è basso;
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Sovrapposizione funzionale: numero di altri tool nello stack che svolgono la stessa funzione di base (email, CRM, project management, analytics, design). Più sovrapposizione, meno punti;
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Qualità dell’integrazione: il tool si connette con il CRM principale via API native o richiede middleware? Quanti errori sync registra al mese? Un’integrazione zoppa è un costo nascosto;
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Compliance e residenza dati: il vendor garantisce data residency UE, ha SCC validi, supporta SSO a livello di piano? Tool senza queste tre condizioni perdono valore nel mercato europeo.
Sopra trenta si tiene, sotto venti si taglia. La regola si decide prima.
Terza ora: la matrice di decisione e il piano di taglio
L’ultima ora produce tre liste e un calendario di azioni.
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La prima lista contiene i tool da disdire alla prossima fatturazione, con data di scadenza del contratto già verificata.
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La seconda contiene i tool da consolidare, indicando per ognuno la piattaforma di destinazione (quasi sempre già nello stack).
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La terza contiene i tool da rinegoziare al rinnovo, con la richiesta-target chiara: meno seat, prezzo per seat più basso, oppure migrazione su un piano inferiore.
Per i tool da consolidare, spesso bisogna affrontare un problema di sovrapposizione. Per esempio, il marketing usa una piattaforma email e il team sales ne usa una diversa, ma entrambe pagano per funzionalità di drip e segmentazione. Bisogna decidere per una sola delle due e disdire l’altra: il risparmio tipico è quattrocento-novecento euro al mese su una sola voce.
Per i rinegoziati, la leva contrattuale è il dato che abbiamo raccolto nella prima ora: la percentuale di seat dormienti. I fornitori hanno team di customer success il cui bonus dipende dal rinnovo, e si siedono al tavolo se sentono il rischio di perdita. La richiesta da fare è per una riduzione concreta del numero di seat, con conseguente riduzione del prezzo, accompagnata da un piano di rilancio del prodotto interno. A volte è possibile cambiare il numero di sedute in autonomia, ma più spesso vorranno parlare con voi: il vendor preferisce un cliente più piccolo a un cliente perso.
Il problema italiano: lo stack standard parte già fuori scala
Le PMI italiane che pubblicano contenuti, mandano newsletter e gestiscono lead in ingresso costruiscono in tre anni stack da venti-sessantamila euro l’anno. Il mercato digitale nazionale viaggia verso i novanta miliardi entro fine 2026 secondo Anitec-Assinform, e una parte rilevante della crescita arriva proprio dal moltiplicarsi di abbonamenti specialistici nel marketing.
Il problema specifico per noi in Italia è che lo stack tipico imita quello USA quasi alla lettera. Brevo per le email, HubSpot per il CRM, Notion per la documentazione, Loom per le demo, Canva Pro per la grafica. Ognuno legittimo, ma spesso si pagano funzioni che esistono già in piattaforme native europee. La sostituzione conviene per prezzo e per compliance, non per ideologia digitale.
Per il mercato locale alcune scelte di consolidamento tagliano sul colpo trenta-cinquanta per cento del costo:
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Email marketing e marketing automation di base su MailUp (Cremona, gruppo Growens) invece di Brevo o ActiveCampaign quando il volume di invio supera le centomila email al mese e serve deliverability italiana certificata;
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CRM PMI su TeamSystem CRM o Zucchetti invece di HubSpot Starter, quando l’integrazione con il gestionale già in uso vale più dell’interfaccia friendly;
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Lead intelligence B2B su Atoka (Spaziodati, Trento) invece di Hunter.io o Apollo, perché copre sei milioni di aziende italiane con dati ATECO e bilancio integrato;
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Generazione testo per copy di campagna su Mistral Le Chat invece di soli Claude e ChatGPT, quando la conformità AI Act è un requisito di vendor selection.
Gli agenti AI nello stack moltiplicano i costi nascosti e i punti ciechi
Negli ultimi diciotto mesi allo stack standard si sono aggiunti gli agenti AI: copilot integrati nei tool esistenti, assistenti di scrittura, generatori di immagini, analizzatori di campagne. Il 94% delle imprese li vede proliferare fuori controllo secondo le ultime rilevazioni, e il problema è doppio: costo invisibile e perimetro di dati incerto.
Il costo invisibile nasce dal fatto che molti agenti hanno pricing a consumo, calcolato su token, chiamate API o minuti di elaborazione. Una funzione che il fornitore presenta come inclusa nel piano enterprise spesso sblocca capability che vengono fatturate separatamente a fine mese. Senza un alert sulla console di billing, il team marketing scopre l’overrun solo quando arriva la fattura.
Il perimetro di dati è il secondo nodo. Gli agenti che leggono il CRM, scrivono nel calendario, accedono al deposito documenti non sempre passano dalla stessa policy di accesso degli utenti umani. Nell’audit vanno trattati come tool a sé stanti, con la stessa griglia di scoring. La voce compliance pesa di più per gli agenti, perché un’esfiltrazione di dati provocata da un agente mal configurato costa più del tool stesso.
Tom’s Hardware ha già descritto il rollout confuso degli strumenti AI, con le quattro azioni concrete per mettere ordine. L’audit MarTech va in parallelo a quello: uno stack che ignora gli agenti nell’inventario è soltanto contabilizzato, non auditato.
L’audit è il prerequisito di qualsiasi piano AI serio
Il salto culturale che bisogna fare riguarda la disciplina; non si tratta di prendere più strumenti, di prenderne di meno, di istituire nuove policy sui costi. Si tratta di cambiare mentalità, e poi eventualmente si comincia a piazzare agenti dove serve.
Ma prima bisogna fare ordine, perché un agente AI piazzato sopra uno stack disordinato moltiplica la confusione invece di razionalizzarla. Le aziende che ottengono ROI veri dall’automazione hanno tutte una caratteristica in comune nel pattern emerso dalle ventiquattro implementazioni studiate da Wharton: hanno ridisegnato i processi prima di comprare la tecnologia.
Il risparmio diretto dell’audit è importante ma solo una parte: il bonus maggiore è il quadro di realtà che si ottiene su ciò che il proprio team usa davvero. Quel quadro è il prerequisito per qualsiasi conversazione seria con il CFO sul prossimo budget, con l’agenzia esterna sul prossimo brief, con il vendor AI sul prossimo proof-of-concept.
Chi non ha mai fatto l’audit pensa che basti un consulente esterno per ottenere il risultato. Non basta, perché il consulente porta il metodo, ma le decisioni sui tool da tagliare le prende solo chi conosce il flusso del team. Tre ore di lavoro interno valgono più di trenta giornate di consulenza esterna, perché chi decide è chi sa, e chi sa è chi lavora sui tool ogni giorno.
Quindi, cosa resta da fare? Semplicemente, bloccare tre ore in agenda entro la prossima settimana, applicare il framework, prendere una decisione su ogni voce dello stack. Il foglio risultante diventa la base del piano AI dei prossimi dodici mesi, perché senza inventario non c’è piano, e senza decisione non c’è inventario.
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Sara Romano
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