Google sta trasformando la ricerca in un sistema agentico, e nell’ultimo episodio di Two Humans in the Loop Valerio Porcu e Fabrizio Degni discutono il prezzo di questa nuova comodità. Il contesto è Google I/O 2026, evento in cui la società ha presentato una visione molto chiara: meno ricerca come lista di link, più AI come interfaccia che interpreta, sintetizza, ordina e agisce per conto dell’utente.
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Il cambiamento è enorme sia per chi usa la ricerca come utente sia per gli utenti professionali. Google non sta solo aggiungendo un riassunto sopra i risultati, sta riscrivendo il patto di base del web commerciale: l’utente chiede, la macchina decide quali fonti contano, poi restituisce una risposta già composta. La promessa è meno caos cognitivo, ma il rischio è che il criterio di selezione diventi invisibile proprio nel momento in cui diventa più potente. E invece noi umani abbiamo sempre più bisogno dell’esatto contrario, cioè della massima trasparenza.
Nel blog ufficiale di Google, Sundar Pichai ha scritto che AI Overviews ha superato 2,5 miliardi di utenti attivi mensili e che AI Mode ha superato un miliardo in un anno. In un altro post dedicato alla nuova era di AI Search, Google parla di query più che raddoppiate ogni trimestre dal lancio e di agenti informativi capaci di lavorare in background 24 ore su 24.
La ricerca non mostra più il web: lo interpreta prima di farvelo vedere.
Per molti anni abbiamo usato un browser per raggiungere un motore di ricerca, scrivere la query, scorrere i link nella SERP, leggerne a volte più di uno per fare un confronto. Era già un sistema mediato, certo, ma lasciava ancora all’utente una parte visibile del percorso, e soprattutto ci permetteva di scegliere tra più fonti e di metterle a confronto. All’utente restava una buona quantità di agency, e quella che si perdeva era tutto sommato un prezzo accettabile in cambio di una ricerca sul web impossibile da fare a mano.
Con l’AI Search perdiamo più agency, invece. L’interfaccia diventa conversazionale, multimodale, personale, integrata con Gmail, Foto, calendario e documenti. Google stessa, nel riepilogo delle 100 novità di I/O 2026, parla di una search box ripensata per ragionare su testi, immagini, file, video e schede Chrome. Tom’s Hardware ha seguito lo stesso spostamento raccontando Google I/O 2026, la spinta di Gemini 3 e degli agenti e il browser come prima linea degli agenti in Chrome.
Nel lavoro quotidiano questo può essere utilissimo. Un assistente che legge email, calendario e documenti può preparare una riunione, trovare allegati, ricostruire il contesto di un progetto, proporre priorità. È la stessa traiettoria che Tom’s Hardware ha già raccontato parlando del desktop agent di Gemini Enterprise: il chatbot smette di rispondere e inizia a eseguire. La logica attraversa anche strumenti laterali come Google Stitch, dove il design diventa un flusso guidato da agenti.
La promessa di Google è portare ordine nel caos.
Degni mette però il dito sul punto debole: chi decide che cosa sia “ordine”? Un riassunto può essere corretto e insieme riduttivo. Può togliere rumore, ma anche cancellare segnali deboli. Può semplificare una discussione complessa fino a renderla gestibile, oppure fino a renderla falsa. Il problema non è la sintesi in sé, ma la perdita della catena di ragionamento che portava dalla fonte alla conclusione.
Questo vale ancora di più quando la ricerca si sposta dall’organizzazione privata alla conoscenza pubblica. Se un agente ordina la casella email, il rischio è circoscritto e recuperabile. Se un agente decide quali fonti rappresentano un tema, quali posizioni sono marginali, quali dati meritano di essere mostrati, la posta in gioco cambia. L’utente non consulta più il web, consulta una mediazione probabilistica del web.
E in questa mediazione possono esserci pregiudizi invisibili, o persino specifica volontà politica. Impossibile saperlo guardando solo la pagina dei risultati.
La bolla informativa con la voce dell’oracolo
La delega operativa può essere una liberazione: archiviare email irrilevanti, preparare bozze, recuperare documenti, creare un’agenda. La delega informativa è più delicata, perché tocca il modo in cui una persona costruisce la propria visione del mondo. Il rischio non è solo l’errore fattuale. È l’autorità percepita della risposta sintetica, soprattutto quando viene da un marchio che per decenni è stato sinonimo di accesso all’informazione.
Il vecchio “l’ho letto su Facebook” era fragile proprio perché la fonte appariva socialmente debole. “Me l’ha detto Gemini” o “l’ha trovato NotebookLM” suona diverso. La risposta arriva con forma ordinata, tono neutro, apparente competenza.
Ed è proprio questa apparente competenza che diventa un problema, su molti livelli. Prima di tutto, il testo generato dall’AI è ben fatto, scritto bene, comprensibile. E può farci dimenticare che la macchina non capisce veramente le cose che scrive, non ha idea di quale sia la giusta gerarchia tra le informazioni, non sa niente di niente. Eppure sembra il contrario.
Allora, contestare un output del genere richiede energia, tempo e alfabetizzazione informativa. Bisogna ricordare che la macchina è un po’ stupida, che non capisce; bisogna ricordare che è uno strumento potenzialmente pericoloso; bisogna ricordare che le informazioni vanno verificate e controllate. Semplicemente, è uno sforzo troppo grande per la maggior parte di noi.
Molti semplicemente accetteranno le parole dell’AI come verità, soprattutto se la risposta conferma ciò che volevano già sapere. E anche i più attenti, a un certo punto, potrebbero finire per controllare sempre di meno.
Dall’altro lato di questa frontiera immaginaria, ci sono problemi diversi. Per gli editori e per chi produce contenuti professionali, questo potrebbe essere la svolta definitiva verso lo scenario che molti chiamano Google Zero: la piattaforma può usare il web come materia prima e ridurre il traffico verso le fonti originali. Ma per le imprese il problema è anche interno. Se i team smettono di leggere fonti, report e documenti perché ricevono riassunti già pronti, perdono contatto con le sfumature che fanno la differenza in una decisione.
La comodità, quindi, va trattata come un farmaco potente e rischioso: funziona, ma ha effetti collaterali a cui fare attenzione. Un’azienda può decidere di usare AI Search per accelerare ricerca preliminare, monitoraggio competitivo e analisi documentale. Deve però stabilire quando la risposta AI basta e quando serve tornare alle fonti, quali decisioni richiedono citazioni verificabili, quali team devono mantenere competenze di lettura critica. Senza questa disciplina, l’assistente diventa un filtro cognitivo permanente.
Governare la comodità
La ricerca con la lista di link blu aveva già opacità, incentivi commerciali, SEO aggressiva, dipendenza dagli algoritmi. Da molti anni ormai, la volontà e gli interessi di Google si intromettono tra noi e le informazioni che cerchiamo. Il problema di questa intermediazione aggressiva dunque nasce prima dell’AI, ma questa nuova tecnologia lo rende ancora più difficile da gestire, portandolo a un livello più profondo. Per questo il tema è costruire regole d’uso più mature.
L’AI può preparare materiale, trovare piste, creare confronti, suggerire domande. La decisione dovrebbe restare ancorata a fonti aperte, citazioni controllabili e responsabilità umana. Tra l’altro questo tipo di trasparenza è ciò che cerchiamo in altri contesti, e la maggior parte delle AI fornisce i link in modo più diretto e trasparente. Google, che ha il 90% del mercato della ricerca, dovrebbe essere il primo soggetto interessato a rendere le fonti più visibili e accessibili. Anche perché l’AI Search arriverà dentro strumenti già dominanti: Chrome, Gmail, Workspace, Android. Sarà l’ambiente normale in cui molti lavoreranno, ed è l’ambiente dove molte persone passano quasi tutto il loro tempo digitale.
Vivere costantemente dietro ai filtri costruiti da una multinazionale non sembra una buona idea.
Abbiamo un rapporto con un bot che prende le fonti e ce le confeziona.
Il punto politico è questo: quando un’azienda controlla insieme infrastruttura, dati personali, motore di ricerca, strumenti di produttività e assistente AI, l’ordine che propone non è neutro. Può essere comodo, efficiente e spesso utile. Ma resta un ordine costruito da qualcuno, con incentivi propri. Accettarlo senza attrito significa consegnare alla piattaforma una parte crescente della nostra dieta informativa. E questo, per chi deve decidere sul serio, è un prezzo troppo alto per risparmiare qualche clic.
[BOX] Ascolta il podcast: questo episodio di Two Humans in the Loop, il podcast di Tom’s Hardware dedicato all’intelligenza artificiale e al suo impatto sul lavoro, è disponibile su YouTube: https://youtu.be/KvNaoFgbev4. Puoi ascoltare tutti gli episodi anche su Spotify: https://open.spotify.com/show/7AkvXGbx26OqLsL4POIPUh. [/BOX]
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Valerio Porcu
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