PROCESSO “ALIBANTE” | La telecamera inesistente e le “false annotazioni” che demoliscono le accuse contro l’appuntato Cardamone


C’è un momento preciso, nell’ultima udienza del processo “Alibante”, in cui l’intero impianto investigativo costruito attorno all’Appuntato Scelto Francesco Cardamone sembra sgretolarsi sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.

Quel momento arriva quando il teste chiave dell’accusa, l’Appuntato Angelo Platamone, chiamato a confermare le annotazioni che hanno dato origine alla contestazione più grave contro Cardamone, si trova davanti a una domanda semplicissima dell’Avvocato Antonio Gigliotti:

“Sa spiegarci come mai, a novembre 2018, una telecamera disinstallata a luglio 2018 ancora funzionava?”

La risposta dell’investigatore del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Lamezia Terme è devastante nella sua semplicità:

“Non mi ricordo, onestamente”.  

Ed è in quel preciso istante che il “giallo” della telecamera fantasma diventa qualcosa di molto più pesante. Molto più inquietante. Molto più scandaloso.

La telecamera che “non poteva esistere”

La vicenda riguarda un sistema di videosorveglianza installato dalla DDA di Catanzaro presso un distributore di carburanti sulla SS18, nel territorio di Falerna.

Secondo la ricostruzione accusatoria, Cardamone avrebbe rivelato l’esistenza di quella telecamera occulta, consentendo così ai soggetti monitorati di individuarla. Circostanza che, sempre secondo l’accusa, sarebbe culminata con un incendio doloso dell’11 novembre 2018.

Il problema è che quella telecamera, semplicemente, non esisteva più.

E a dirlo non è la difesa. Lo dice lo stesso Appuntato Platamone, autore delle annotazioni investigative.

Nel verbale dell’udienza del 20 gennaio 2026, infatti, il militare conferma davanti al Tribunale le date ufficiali dell’impianto:

Installazione 16 febbraio 2018, la disinstallazione, alle 24:00, del 10 luglio dello stesso anno, del 2018”.  

Quindi la telecamera termina il servizio il 10 luglio 2018.

Ma allora come può, quattro mesi dopo, comparire improvvisamente in un’annotazione dell’11 novembre 2018 come se fosse ancora attiva?

È la domanda che da mesi aleggia sul processo “Alibante”. Ed è la domanda a cui nessuno, in aula, è riuscito a dare una risposta credibile.

L’annotazione impossibile

Nel verbale acquisito al processo emerge infatti un dato clamoroso.

L’annotazione dell’11 novembre 2018, firmata da Platamone insieme al collega Pasquale Grauso, descrive una presunta attività di videosorveglianza ancora in corso durante un incendio sviluppatosi nei pressi della torretta dove era stata installata la telecamera.  

Ma quella circostanza collide frontalmente con tutti gli atti ufficiali già depositati dalla stessa Procura:

  • la fattura della società RCS S.p.A.;
  • i decreti di liquidazione;
  • gli hard disk contenenti le registrazioni;
  • il prospetto riepilogativo dei giorni di servizio.

Tutti convergono sul medesimo dato: il sistema funzionò per 145 giorni, dal 16 febbraio al 10 luglio 2018.

Non un giorno di più.

Non esiste alcuna registrazione successiva al 10 luglio.

Non esiste alcun pagamento successivo.

Non esiste alcun hard disk con immagini successive.

Eppure l’annotazione investigativa dell’11 novembre 2018 continua a raccontare un’attività di videosorveglianza in corso.

Una circostanza materialmente incompatibile con gli atti ufficiali della stessa indagine.

Il controesame che inchioda il Nucleo Investigativo

Ed è proprio durante il controesame dell’Avvocato Gigliotti che il quadro assume contorni ancora più inquietanti.

Alla domanda sul perché una telecamera disinstallata a luglio risultasse ancora operativa a novembre, Platamone non offre alcuna spiegazione tecnica, investigativa o documentale.

Dice soltanto:

Non mi ricordo, onestamente”.  

Ma il passaggio forse più grave arriva subito dopo.

L’annotazione del 20 marzo 2019 — quella che ha innescato formalmente il procedimento contro Cardamone — viene definita dallo stesso teste come un’annotazione redatta “ora per allora”.

Tradotto: un atto compilato quasi un anno dopo i fatti.

E su richiesta di un superiore.

Alla domanda diretta della difesa, Platamone conferma infatti:

L’allora comandante in sede vacante del Nucleo Investigativo, che era il Luogotenente Valente”.  

Dunque l’annotazione decisiva per aprire il filone investigativo su Cardamone non nasce nell’immediatezza dei fatti, ma viene ricostruita retroattivamente mesi dopo.

Ed è impossibile non ricordare che proprio il metodo delle annotazioni tardive era già stato duramente censurato dalla Corte d’Appello di Catanzaro in altra vicenda riguardante la Compagnia Carabinieri di Lamezia Terme.

Una sentenza che parlava apertamente di:

enorme ritardo nella redazione dell’annotazione” capace di “privare del tutto di attendibilità la segnalazione, esponendola al sospetto di manovre opache”.

Parole pesantissime che oggi tornano drammaticamente attuali.

Le dichiarazioni spontanee di Cardamone

A quel punto, davanti a un’aula attonita, Francesco Cardamone sceglie di intervenire personalmente.

E le sue dichiarazioni spontanee, messe a verbale, sono una vera requisitoria contro l’impianto accusatorio costruito nei suoi confronti.

Cardamone ricostruisce punto per punto la documentazione depositata dalla stessa Procura:

  • installazione il 16 febbraio 2018;
  • disinstallazione il 10 luglio 2018;
  • hard disk contenenti immagini solo fino al 10 luglio;
  • liquidazione economica per 145 giorni di servizio;
  • decreto firmato dal PM Elio Romano.

Poi arriva il passaggio centrale:

Quindi, ripeto, secondo me, da parte mia, che ci sia stata una valutazione errata sull’11 novembre, perché non può coesistere una telecamera l’11 novembre 2018, in quanto disinstallata il 10 luglio del 2018”.  

Parole nette. Precise. Documentate.

E soprattutto mai realmente smentite.

Il falso della parentela con Bagalà

Ma il caso della telecamera fantasma non è l’unica anomalia emersa nel processo.

Massimiliano Pezzi

Tra gli atti investigativi compare infatti anche una nota del Maresciallo Massimiliano Pezzi, all’epoca comandante della Stazione Carabinieri di Nocera Terinese, nella quale si attestava che Francesco Cardamone e Carmelo Bagalà fossero “cugini”.

Anche quella circostanza, però, è stata completamente demolita.

La certificazione anagrafica del Comune di Nocera Terinese ha infatti attestato in maniera inequivocabile l’assenza di qualsiasi vincolo di parentela o affinità tra i due.

E allora la domanda diventa inevitabile.

Quante delle contestazioni costruite contro Cardamone poggiavano su dati verificati?

E quante, invece, su suggestioni investigative trasformate in verità processuali?

Intercettazioni, misure cautelari e rinvio a giudizio costruiti su un fatto impossibile

Ed è qui che la vicenda assume un rilievo enorme.

Perché quella telecamera “inesistente” non era un dettaglio marginale.

Era uno degli assi portanti dell’impianto accusatorio.

Su quella contestazione sono stati costruiti:

  • l’inserimento di Cardamone nel registro degli indagati;
  • le richieste di intercettazioni telefoniche;
  • la misura cautelare del maggio 2021;
  • il rinvio a giudizio del febbraio 2022.

Tutto partendo da una circostanza che oggi, alla luce degli…


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