Bastava una frase. Giuseppe Conte ha detto che il nodo Ucraina “lo scioglieremo con le primarie, faremo decidere agli italiani”, e nel giro di ventiquattr’ore il campo largo è passato dalla foto dell’unità alla resa dei conti. Elly Schlein ha replicato che “non funziona così, prima il programma condiviso e poi le primarie”. La stessa linea che Stefano Bonaccini aveva sostenuto a metà luglio su La7, liquidando le primarie come un esercizio per scegliere chi è più bello. Quello che sta succedendo in queste ore non è un incidente. È il prodotto, prevedibile, della linea “testardamente unitaria” che Schlein ha scelto come bussola per la sua leadership. Testarda, forse lei lo è stata. Ma la linea evidentemente non era così unitaria. Tenere insieme cose che non stanno insieme non è unità: è rinviare la scelta. Il rinvio, quando riguarda la collocazione internazionale del Paese, prima o poi presenta il conto. E il conto è arrivato adesso, tutto insieme.
Il punto politico, del resto, è tutto interno alla maggioranza che sostiene Schlein. Aver coperto per mesi la frattura sulla politica estera con il mantra del “prima il programma” non l’ha sanata: l’ha lasciata lavorare fino a farla esplodere. A insorgere non è la destra di governo, è il suo stesso partito: Filippo Sensi ha bollato Conte come “il Vannacci del campo largo”; Giorgio Gori ha ricordato che il sostegno a Kyiv e la sicurezza europea “non sono negoziabili”; Lia Quartapelle ha invitato a prendere atto che qualcuno la coalizione la vuole rompere davvero. Quando è la tua stessa maggioranza a fibrillare così, nel cul de sac non ti ci ha messo Conte: ti ci sei infilata da sola. E serve a poco andare a pranzo a Campo de’ Fiori per chiarirsi se poi ti alzi da tavola con le stesse posizioni di prima. Fino a quando si potrà rimandare nel nome dell’unità? Se dopo l’incidente parlamentare del 14 luglio si fosse votato, con quale programma e quale leadership si sarebbe presentato il centrosinistra?
Qui bisogna ribadire una cosa sull’ordine dei fattori, perché invertendoli il risultato cambia eccome. Che le primarie vengano prima del programma è la condizione perché servano a qualcosa. Se vogliamo che siano una scelta, e non una recita, devono essere di coalizione, aperte, a doppio turno. E soprattutto vere: con regole pensate perché possa emergere, se c’è, una candidatura riconoscibile e riconosciuta dell’area liberaldemocratica del centrosinistra, un profilo nel quale chi la pensa così possa riconoscersi senza sentirsi ospite a casa propria. Il programma viene dopo, perché lo decide chi vince.
Su questo la penso diversamente da Lia Quartapelle, che sul Riformista ha sostenuto che le primarie devono decidere la leadership ma non la linea sull’Ucraìna. Sto con Lia su Kyiv, ma non sul metodo: proprio perché la posta è così alta, va affidata agli elettori del centrosinistra, non sottratta al voto e messa tra i paletti decisi a pranzo o a cena. Tenerla fuori non la mette al sicuro: se poi si arriva al governo, i nodi vengono comunque al pettine. Meglio scioglierli quando si può, che ritrovarseli irrisolti dopo, quando è troppo tardi.

Va anche sciolto un equivoco che Conte ha diffuso ad arte. “Sulle armi a Kyiv faremo decidere gli italiani”, ha detto. Ma alle primarie non votano gli italiani, votano gli elettori del centrosinistra. Le primarie scelgono chi guida la coalizione e con quale linea; le elezioni politiche chi governa il Paese, ed è lì che votano gli italiani. Confondere i due momenti è un trucco con cui si vorrebbe trasformare una conta interna in un mandato nazionale. Ecco perché è giusto battersi affinché a vincere sia la candidatura liberaldemocratica, senza firmare cambiali in bianco. So bene che partecipare alle primarie comporta sostenere chi vince, chiunque sia. Ma è un impegno con cui, se dovesse prevalere la linea della resa a Mosca, non so quanti riuscirebbero a convivere.
È comprensibile che ci sia chi è tentato di andarsene prima ancora di provarci. Ma uscire adesso significa consegnare le primarie senza combatterle, e regalare a Conte esattamente ciò che vuole: una coalizione a sua immagine, senza che nessuno gli abbia conteso il programma. E consegnare il Paese a una coalizione dove Vannacci e Salvini conteranno più di oggi. Far vincere una candidatura riformista alle primarie è, oggi, l’ultima occasione per poter ancora votare centrosinistra alle politiche. Chi se ne va la rende impossibile, salvo poi dispiacersene quando conteremo i danni. Meglio giocarsela. Facciamola insieme questa scommessa: il modo sicuro per perdere una partita è non giocarla. Meglio primarie che decidano davvero, sostegno a Kyiv incluso. Costa di più, divide di più, espone di più. Ma è l’unico modo perché quel voto significhi qualcosa, e perché chi lo vince abbia il diritto di guidare invece del dovere di eseguire. Perché tra le cose che le primarie servono a decidere c’è anche chi è più bravo a fare sintesi: chi sa battere alle primarie sia Schlein sia Conte saprà anche tenere insieme la coalizione.
Torna alla mente Bonaccini, e la sua battuta sul “concorso di bellezza”. Aveva ragione a temerlo, ma ha sbagliato il bersaglio. Perché il concorso di bellezza non è la primaria che si fa prima del programma: è la primaria che non serve a scriverlo. Se il candidato eredita una linea decisa altrove (i paletti, le sintesi tra segreterie, le “cose non negoziabili” concordate a tavolino) agli elettori resta solo da votare la faccia, e le primarie diventano passerella: decidono tutto tranne ciò che conta, e chiamano “unità” la resa preventiva. L’alternativa è sperare che la frattura si richiuda da sola. Non si richiuderà. E il conto lo pagheranno il Paese e chi ha lavorato per un centrosinistra di governo, europeista e liberale.
L’articolo Alle primarie del campo largo è in gioco la postura sull’Ucraina: europeisti e liberali facciano sentire la loro voce proviene da Il Riformista.
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Marco Campione
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