Export, Zurino replica a Urso: «Made in Italy, attenzione ai dati»


Lorenzo Zurino interviene sui dati dell’export italiano dopo le dichiarazioni del ministro Adolfo Urso a “La Piazza – Il Bene Comune” di Ceglie Messapica. Il presidente del Forum Italiano dell’Export non mette in discussione la crescita delle esportazioni, ma invita a guardare alla composizione dei numeri: nel primo semestre 2026 il valore sale del 4,5%, mentre i volumi aumentano dello 0,7%. E negli Stati Uniti i settori a maggiore presenza di micro e piccole imprese mostrano, nel periodo analizzato da Confartigianato, una flessione dell’8,3%.

Non è una contestazione dei numeri, ma della lettura che se ne può ricavare. È questo il punto centrale dell’intervento di Lorenzo Zurino, presidente del Forum Italiano dell’Export, dopo le dichiarazioni del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso a Ceglie Messapica.

Il confronto nasce durante “La Piazza – Il Bene Comune”, dove Urso ha indicato nell’andamento delle esportazioni uno dei segnali di una maggiore competitività e attrattività dell’Italia, richiamando il +3,3% dell’export nel 2025 e la crescita registrata nella prima parte del 2026.

Zurino parte proprio da questi dati, senza negarli, ma propone di andare oltre il valore complessivo.

«Non contesto al Ministro Urso i numeri dell’export. Chiedo semplicemente di leggerli tutti».

Export +4,5%, ma in volume la crescita è dello 0,7%

Il primo elemento sul quale Zurino richiama l’attenzione riguarda la differenza tra valore e volume delle esportazioni.

Nel primo semestre 2026, secondo i dati Istat richiamati dal presidente del Forum Italiano dell’Export, le esportazioni italiane hanno raggiunto 337,2 miliardi di euro, crescendo del 4,5% in valore. Misurata in volume, tuttavia, la variazione si ferma al +0,7%.

Una differenza che diventa importante quando si prova a utilizzare l’andamento dell’export come indicatore dello stato di salute dell’intero sistema produttivo.

Anche la composizione settoriale aiuta a comprendere meglio il quadro. La crescita del primo semestre è stata sostenuta in particolare dalle vendite all’estero di metalli di base e prodotti in metallo, aumentate del 28,9%, dai prodotti petroliferi raffinati e coke, +23,3%, e dagli autoveicoli, +8,3%.

Sono performance significative, ma proprio la forte accelerazione di alcuni comparti rende, secondo Zurino, necessario evitare di estendere automaticamente il risultato medio a tutte le filiere del Made in Italy.

Senza metalli una parte della manifattura rallenta

Un’altra fotografia arriva dai primi cinque mesi del 2026.

In quel periodo l’export manifatturiero italiano registrava complessivamente una crescita del 3,4%. L’elaborazione dell’Ufficio Studi Confartigianato citata da Zurino mostra però che, eliminando metalli e prodotti in metallo, la variazione sarebbe stata del -0,1%.

Il dato mette in evidenza quanto il risultato complessivo possa cambiare a seconda dei comparti presi in considerazione.

«Una crescita concentrata in pochi comparti non può diventare automaticamente il certificato di salute dell’intero sistema produttivo italiano», è in sostanza la posizione espressa dal presidente del Forum Italiano dell’Export.

Stati Uniti, il nodo delle piccole imprese del Made in Italy

Il passaggio più delicato riguarda gli Stati Uniti, mercato strategico per numerose produzioni italiane.

Nel primo semestre 2026, le esportazioni italiane verso gli USA sono cresciute complessivamente del 2%, mentre a giugno l’incremento tendenziale è stato dello 0,4%.

Ma Zurino concentra l’attenzione anche sull’analisi Confartigianato relativa al periodo agosto 2025-maggio 2026, dieci mesi nei quali sono stati valutati gli effetti del nuovo contesto tariffario.

In questo intervallo, l’export manifatturiero italiano verso gli Stati Uniti risulta in crescita del 2,9%. Escludendo la farmaceutica, però, il dato passa al -1,3%.

Ancora più marcata è la differenza per i settori caratterizzati da una maggiore presenza di micro e piccole imprese: alimentare, moda, legno-arredo, gioielleria, occhialeria, articoli sportivi e giochi. In questo perimetro la flessione indicata è del -8,3%.

«Il +2% americano e il -8,3% delle produzioni a maggiore presenza di micro e piccole imprese possono essere contemporaneamente veri. Proprio per questo bisogna evitare che il primo numero cancelli politicamente il secondo».

Il peso della farmaceutica sull’export

La farmaceutica merita, secondo Zurino, una lettura distinta non perché il settore debba essere ridimensionato nel suo valore economico, ma per le caratteristiche della sua struttura industriale.

Nel Rapporto sulla competitività dei settori produttivi 2026, Istat evidenzia infatti il ruolo delle imprese multinazionali, in larga parte a controllo estero, nella generazione dei valori di import-export farmaceutici e segnala come i flussi con Stati Uniti e Cina possano essere influenzati anche da strategie internazionali e operazioni infragruppo.

Da qui la necessità, sostiene Zurino, di distinguere fenomeni differenti quando l’obiettivo è comprendere specificamente le condizioni delle piccole imprese italiane.

Anche il +3,3% del 2025 va scomposto

Lo stesso metodo viene applicato dal presidente del Forum Italiano dell’Export ai dati dello scorso anno.

Il +3,3% delle esportazioni italiane nel 2025, ricordato da Urso, viene riconosciuto come corretto. Ma dietro il risultato generale emergono differenze settoriali importanti.

Tra i comparti che hanno contribuito maggiormente alla crescita figurano gli articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici, +28,5%, i metalli e prodotti in metallo, +9,8%, e i mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli, +11,6%.

Il problema, quindi, non è stabilire se l’export italiano sia cresciuto: è capire quali settori abbiano prodotto quella crescita e quanto essa sia diffusa nel tessuto produttivo nazionale.

Dazi USA, Zurino: «Serve precisione»

Nel confronto entra inevitabilmente anche il tema dei dazi tra Unione Europea e Stati Uniti.

Zurino invita a evitare semplificazioni in entrambe le direzioni. Il quadro commerciale UE-USA prevede per la maggior parte delle esportazioni europee un tetto tariffario complessivo del 15%, con eccezioni e modalità che non equivalgono necessariamente all’aggiunta automatica di quindici punti di dazio a qualsiasi prodotto.

Ma, secondo il presidente del Forum Italiano dell’Export, sarebbe altrettanto sbagliato concludere che il problema tariffario sia irrilevante.

Per diverse filiere l’accesso al mercato statunitense è diventato più oneroso e le conseguenze economiche possono essere distribuite tra produttori, importatori, distributori e consumatori.

Le aziende italiane, sottolinea Zurino, hanno cercato di reagire attraverso la compressione dei margini, la rinegoziazione dei rapporti con gli importatori e la difesa delle proprie quote di mercato.

«Resistere a un dazio non significa non averlo subito».

Zurino: «Non sono opinioni, sono numeri»

La posizione di Zurino non si traduce quindi nella negazione dei risultati positivi dell’export italiano, ma nella richiesta di utilizzare indicatori più dettagliati prima di formulare un giudizio generale sulla competitività del Paese.

Il rischio è che un dato aggregato positivo finisca per nascondere le difficoltà di alcune delle filiere maggiormente rappresentative del tessuto delle piccole e medie imprese.

«Una parte dell’Italia produttiva certamente» è più competitiva, osserva Zurino, mentre un’altra parte «sta combattendo per mantenere mercati e marginalità».

Da qui anche la proposta per i prossimi mesi: continuare a difendere la presenza delle imprese italiane negli Stati Uniti, ma contemporaneamente accelerare la diversificazione geografica dell’export, individuando nuovi mercati e riducendo la dipendenza dalle dinamiche di una singola area.

Per il presidente del Forum Italiano dell’Export è proprio questa una delle sfide decisive: rendere il Made in Italy meno vulnerabile alle crisi commerciali e geopolitiche che possono interessare uno dei suoi principali mercati di destinazione.


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