In questi giorni in cui il “caro carburanti” domina un po’ ovunque in Europa su tutti i temi di economia, sono passate relativamente in secondo piano quattro altre notizie di rilievo. La prima è la revisione al rialzo della crescita del PIL della Germania nel secondo trimestre 2026; la seconda è invece la revisione al ribasso della crescita del PIL della Francia sia nel primo sia nel secondo trimestre 2026; la terza è che a giugno, per il terzo mese consecutivo, l’export cumulato degli ultimi dodici mesi dell’Italia è risultato superiore a quello del Giappone; la quarta, come riportato dal Messaggero, è che il Financial Times ha riconosciuto i rilevanti progressi fiscali del nostro Paese degli ultimi anni contrapponendoli alla disastrosa situazione delle finanze pubbliche della Francia, indicata come l’economia che «sta rimpiazzando l’Italia come punto focale delle preoccupazioni del mercato circa la sostenibilità del debito europeo».
La notizia di una revisione al rialzo da +0,2% a +0,3% del PIL tedesco del secondo trimestre, soprattutto sulla spinta di una ripresa delle esportazioni, è positiva perché l’Europa ha molto bisogno di una Germania che riparta, dopo la lunga stagnazione che l’ha colpita negli ultimi sei anni, e anche perché il mercato tedesco è il primo delle esportazioni del Made in Italy. Destatis ha anche rivisto leggermente al rialzo le dinamiche passate del PIL di Berlino, in particolare portando da zero a +0,5% la crescita del 2024. In termini tendenziali, la dinamica tedesca del secondo trimestre 2026 rispetto allo stesso trimestre del 2025 è stata incrementata dal precedente +0,9% a un più rotondo +1%, raggiungendo così quella dell’Italia, che speriamo sia confermata dall’Istat con la seconda rilevazione che sarà diffusa il prossimo primo settembre. Sempre su base annua, è da rilevare che la spinta al PIL tedesco è venuta soprattutto dall’export di prodotti chimici, elettronica e mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli. Restano invece ancora deboli i consumi delle famiglie e gli investimenti in costruzioni. A questo punto, la crescita già acquisita dalla Germania per il 2026 dopo due trimestri è pari a +0,88% contro il +0,81% provvisorio dell’Italia, dunque è leggermente superiore alla nostra.
Anche se bisogna sempre ricordare che dall’ultimo trimestre pre-Covid (il quarto del 2019) ad oggi il PIL italiano è cresciuto del 7,7%, mentre quello tedesco, anche dopo le revisioni, registra soltanto un modesto +1,9%. Dunque, la Germania sta guarendo? È ancora presto per dirlo, ma i segnali del primo e del secondo trimestre di quest’anno per ora sono incoraggianti, così come l’ultimo indice di fiducia IFO.
Profondo rosso, invece, per la Francia, e non solo per i conti pubblici (di cui parleremo dopo). Infatti, l’Insee ha rivisto ieri al ribasso da +0,2% a zero la crescita congiunturale del secondo trimestre 2026 e da -0,1% a -0,2% quella del primo trimestre. Una doccia gelata per il governo di Parigi. La crescita acquisita dalla Francia per il 2026 dopo due trimestri si fissa così in un modesto +0,31%, cioè meno della metà delle crescite acquisite di Germania e Italia.
Così come meno della metà rispetto a Germania e Italia è anche la crescita francese del secondo trimestre 2026 sullo stesso trimestre dello scorso anno: +0,5%. Negli ultimi tre trimestri appare chiara la diversa dinamica tendenziale delle economie italiana e tedesca (entrambe in crescita) e di quella della Francia (in netta decelerazione), aggravata, quest’ultima, anche da una forte perdita del potere d’acquisto delle famiglie negli ultimi due trimestri: -0,1% nel primo trimestre 2026 e -0,5% nel secondo.
Le accuse
I commentatori francesi hanno dato la colpa del rallentamento della loro economia anche alla canicola estiva che avrebbe avuto un pesante impatto sulla produzione agricola ma il calo era già stato forte nel primo trimestre. In definitiva, c’è molta confusione oltralpe anche nel capire esattamente che cosa stia accadendo. L’unica cosa certa è che, a questo punto, con un PIL più “sgonfio” sarà oltremodo difficile per il governo transalpino centrare gli obiettivi di deficit prefissati, già molto laschi.
La terza notizia riguarda l’Italia, il cui l’export cumulato su dodici mesi a fine giugno è risultato per il terzo mese consecutivo superiore a quello del Giappone: 767 miliardi di dollari contro 761,6, secondo i dati grezzi mensili dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Nel 2026 l’export italiano in dollari è stato più alto di quello nipponico in tutti i singoli mesi escluso gennaio. Cifre confermate ieri anche dall’OCSE nel suo report trimestrale sull’export dei Paesi del G20. Per il Made in Italy un successo senza precedenti storici.
Infine, la quarta notizia concerne il lungo articolo che il Financial Times ha dedicato il 27 agosto alla crisi delle finanze pubbliche francesi e, nello stesso tempo, alla efficace azione di risanamento di quelle italiane. Una evoluzione che sta portando sempre di più gli investitori internazionali (tra cui quelli giapponesi) a disinvestire dai titoli di Stato transalpini e ad investire nei nostri.
I passaggi
All’articolo di cui stiamo parlando hanno lavorato ben sei giornalisti del quotidiano finanziario britannico (tre dalla sede di Londra, un corrispondente da Washington e uno da Parigi, più un analista per i grafici); si tratta di una approfondita analisi che, tra l’altro, sbugiarda clamorosamente una rancorosa lettura negativa del nostro Paese apparsa pochi giorni prima sulle colonne dello stesso giornale, un “incidente” di percorso, opera di un pressoché ignoto visiting professor italiano presso la London School of Economics (il solito nostro “esperto” che parla male dell’Italia all’estero, di cui ne abbiamo in abbondanza).
Il Financial Times sottolinea diversi punti importanti che abbiamo messo in evidenza su queste colonne negli ultimi mesi. Il primo aspetto è l’avvitamento inarrestabile delle finanze pubbliche francesi che, alle soglie di nuove elezioni presidenziali, nessuno sembra in grado di contrastare con riforme coraggiose (a cominciare da quella “congelata” delle pensioni). Ogni pur minimo taglio di spesa pubblica possibile viene osteggiato dalle varie forze politiche che non vogliono alterare lo status quo dell’oneroso stato sociale francese, per non perdere voti. Secondo gli analisti intervistati, la Francia è quindi una tipica “tempesta perfetta” dal punto di vista degli investitori, con una combinazione di rischio di crescita, rischio politico, rischio fiscale.
Il secondo aspetto sottolineato dall’articolo, per contro, è lo sforzo fatto dall’Italia per stabilizzare i propri conti pubblici. Osserva il Financial Times che «il rapporto debito/PIL dell’Italia è precipitato dal 154% del 2020 al 139% quest’anno, mentre quello della Francia è salito dal 114% al 117%, secondo i dati della BCE». Inoltre, osserva il quotidiano britannico, «l’Italia è già in avanzo statale primario, mentre il budget francese si è ampliato oltre il 5% del PIL». L’impegno profuso dall’Italia viene oggi sempre più riconosciuto dagli osservatori e dai mercati, come prova il fatto che «i rendimenti sui bond governativi decennali italiani, che per anni sono stati trattati sopra quelli francesi, si sono mossi per la maggior parte dell’estate al di sotto di questi ultimi». Un altro analista ha osservato che, «se si chiede a chiunque sui mercati quale è oggi l’anello debole dell’Europa, la maggior parte indica la Francia. L’Italia ha lavorato per passarle il testimone». Ma, poiché gli investitori hanno buona memoria e ancora si ricordano molto bene la nostra crisi finanziaria del 2011, è fondamentale che il nostro Paese non abbandoni la disciplinata ed apprezzata linea intrapresa. Serve quella “serietà”, da parte di tutte le forze politiche di maggioranza e opposizione, che il direttore di questo giornale ha sottolineato nel suo editoriale di domenica scorsa.
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