Confapi: 66,5% delle Pmi non chiede nuovi crediti, 56% usa autofinanziamento. Investimenti selettivi e timori per crisi in Medio Oriente ed energia.
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Nel primo semestre dell’anno oltre due terzi delle Pmi industriali italiane hanno scelto di non rivolgersi alle banche per ottenere nuove risorse finanziarie. È uno dei dati più significativi che emerge dal nuovo rapporto congiunturale di Confapi, la Confederazione italiana della piccola e media industria privata, realizzato su un campione di 2.000 imprese.
Credito bancario in ritirata e boom dell’autofinanziamento
Secondo l’indagine, nel periodo analizzato il 66,5% delle Pmi industriali non ha presentato richieste al sistema bancario per nuovi finanziamenti, una quota in crescita di 7,8 punti percentuali rispetto al 2025.
Il dato è particolarmente rilevante perché segnala una minore propensione a utilizzare il credito bancario, che resta lo strumento principale di finanziamento esterno per la maggior parte delle imprese, soprattutto di piccola e media dimensione.
In parallelo, cresce il ricorso a risorse proprie: il 56% delle imprese analizzate fa leva sull’autofinanziamento, cioè utilizza gli utili trattenuti in azienda o la liquidità generata dall’attività ordinaria per sostenere spese correnti e progetti di sviluppo. Si tratta di una scelta che aumenta l’indipendenza dalle banche, ma che può anche limitare la capacità di investimento se i margini sono compressi.
Investimenti frenati dall’incertezza
Nello stesso arco temporale, meno della metà delle imprese – il 48,3% – ha effettuato investimenti. Il quadro è quindi quello di un tessuto produttivo che, pur continuando a operare, tende a rinviare o ridurre i piani di sviluppo.
Per il presidente di Confapi, Cristian Camisa, il nodo è soprattutto il contesto generale: «non c’è un fattore più penalizzante dell’incertezza per le imprese. Quando il quadro cambia continuamente le aziende tendono inevitabilmente a rimandare gli investimenti e a rivedere le proprie strategie sui mercati esteri».
L’incertezza economica e geopolitica, in altre parole, porta le Pmi a un atteggiamento più prudente, sia verso il debito bancario, sia verso i progetti di crescita di medio-lungo periodo.
Export in aumento ma cresce l’allarme sulle catene energetiche e logistiche
Nonostante il contesto complesso, l’analisi Confapi indica che, nel primo semestre del 2026, le imprese italiane hanno mostrato una certa resilienza psicologica di fronte alle grandi minacce globali.
La propensione all’export delle Pmi intervistate è infatti in aumento: la quota di aziende esportatrici passa dal 55% nel 2025 al 58,3%. L’export rappresenta per molte Pmi industriali una leva fondamentale per crescere, diversificare i mercati di sbocco e non dipendere esclusivamente dalla domanda interna.
Accanto a questo elemento positivo, però, emerge un forte livello di preoccupazione per la stabilità delle catene di fornitura energetica e logistica. Le catene di fornitura (o supply chain) sono l’insieme dei passaggi – dal produttore al trasportatore, dal distributore al cliente finale – che permettono alle imprese di approvvigionarsi e vendere beni e servizi.
Per il 69,5% delle imprese sono attesi effetti negativi sulla redditività derivanti dall’attuale situazione in Medio Oriente. Metà del campione, il 50%, segnala che le conseguenze legate al blocco dello stretto di Hormuz – uno snodo cruciale per i traffici energetici mondiali – sono già in corso. In generale, le ricadute dei dazi statunitensi risultano invece più contenute rispetto agli impatti della crisi mediorientale e delle tensioni logistiche.
Mercato percepito come statico e aspettative incerte
Nel complesso, dalla rilevazione Confapi emerge un mercato percepito come statico, con aspettative in prevalenza negative per il secondo semestre dell’anno.
Circa il 28% delle imprese intervistate intravede prospettive di crescita, ma soprattutto di intensità moderata. Sul fronte opposto, il 33,15% delle Pmi prevede una contrazione del mercato. Un ulteriore 9,12% dichiara di non essere in grado di formulare previsioni, elemento che rafforza l’immagine di un contesto economico complesso e difficile da leggere.
Nonostante ciò, le aspettative degli imprenditori su produzione, fatturato e ordini attesi delineano complessivamente un quadro stabile, senza strappi né in positivo né in negativo.
Dove investiranno le Pmi nel secondo semestre
Guardando al secondo semestre del 2026, il 30,9% delle Pmi industriali prevede di effettuare nuovi investimenti. Una minoranza, ma comunque una quota non trascurabile, che indica come una parte del tessuto produttivo continui a puntare sulla crescita, pur in un clima di cautela.
Gli ambiti di intervento prioritari sono chiari:
- Acquisto di nuovi impianti e macchinari: area indicata dal 63,6% del campione, a conferma della centralità degli investimenti in capitale fisico per aumentare capacità produttiva ed efficienza.
- Transizione digitale: scelta dal 22,7% delle imprese, riguarda progetti di modernizzazione tecnologica, digitalizzazione dei processi e adozione di soluzioni innovative.
- Rafforzamento delle competenze del personale: indicato dal 23,80% delle Pmi, evidenzia l’attenzione per la formazione e l’aggiornamento delle risorse umane, considerati un fattore chiave di competitività.
In sintesi, il rapporto Confapi restituisce l’immagine di un sistema di piccole e medie imprese industriali sotto pressione tra difficoltà di accesso al credito, incertezza geopolitica e costi energetici, ma che continua a esportare e a programmare investimenti mirati, soprattutto su produzione, tecnologia e capitale umano.
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