C‘è anche Luigi Ferro, 57 anni, detto “Gino di Brancia”, allevatore di San Marco in Lamis, tra i quattro destinatari delle nuove ordinanze di custodia cautelare nell’inchiesta della Dda di Ancona sul fallito assalto a due furgoni blindati della Vedetta 2 Mondialpol avvenuto il 27 ottobre 2025 sull’autostrada A14, nei pressi di Porto Recanati.

Un nome che dà un peso particolare all’ultima evoluzione investigativa. Ferro è infatti considerato dagli investigatori figura di rilievo nell’orbita della mafia garganica e, in particolare, dell’area riconducibile alla federazione Lombardi-Scirpoli-La Torre. Nelle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia è stato indicato anche come una sorta di “anello di congiunzione” operativo tra differenti realtà criminali della Capitanata.

Con i quattro provvedimenti eseguiti nelle ultime ore salgono a sette i cerignolani, garganici e foggiani coinvolti nell’indagine sul tentativo di rapina ai blindati che trasportavano complessivamente una somma milionaria. Tre uomini di Cerignola erano stati arrestati già nell’immediatezza dell’assalto.

Ferro e il peso della mafia garganica

La presenza di Ferro nell’inchiesta assume particolare rilevanza alla luce del profilo che gli investigatori gli attribuiscono.

L’allevatore sammarchese è già detenuto dall’11 maggio scorso perché accusato, insieme a Matteo Lombardi, Francesco Scirpoli e Pietro La Torre, del duplice omicidio mafioso degli apricenesi Nicola Ferrelli e Antonio Petrella, zio e nipote assassinati alla periferia di Apricena il 20 giugno 2017. Per quel delitto Ferro è accusato di aver guidato l’auto utilizzata dal gruppo di fuoco.

Il commando da almeno dieci uomini sull’A14

L’assalto al centro della nuova ordinanza avvenne nel pomeriggio del 27 ottobre 2025. Un commando composto, secondo gli investigatori, da almeno dieci persone e dotato di cinque automobili rubate entrò in azione sull’A14.

Nel mirino finirono due blindati della Vedetta 2 Mondialpol partiti da Jesi e diretti al caveau di Civitanova Marche. Uno dei mezzi trasportava 2 milioni e 900mila euro.

L’azione fu organizzata con modalità impressionanti. Gli assaltatori, tutti con il volto coperto da passamontagna, avrebbero disseminato l’autostrada di chiodi a tre punte e sistemato un camion di traverso sulla carreggiata per ostacolare l’arrivo delle forze dell’ordine.

Poi partirono i colpi di Kalashnikov contro i blindati. I mezzi furono costretti a fermarsi e il commando utilizzò dell’esplosivo piazzato sulla fiancata di uno dei furgoni nel tentativo di raggiungere la cassaforte. Il piano, però, fallì.

Tre cerignolani arrestati subito dopo il colpo

Nell’immediatezza furono arrestati Savino Costantino, 57 anni, Savino Pugliese, 44, e Giuseppe Rubbio, 52, tutti di Cerignola.

Costantino era rimasto ferito a una gamba durante il conflitto a fuoco con le guardie giurate. I tre sono tuttora detenuti.

Le indagini sono proseguite nei mesi successivi attraverso l’analisi dei tabulati telefonici, delle immagini acquisite dagli investigatori e degli elementi genetici raccolti. Il lavoro investigativo ha portato alle quattro ulteriori ordinanze eseguite da polizia e carabinieri.

Oltre a Ferro, il provvedimento ha raggiunto Andrea Baratto, 45 anni, cerignolano già detenuto per un’altra indagine, e Francesco Scelsi Caggiano, 47 anni, anche lui di Cerignola e già in carcere e Giuseppe D’Angelo, 55 anni, di Foggia.

L’ombra dei clan dietro le batterie dei portavalori

È soprattutto l’aggravante del metodo mafioso contestata dalla Dda di Ancona ad allargare la prospettiva dell’inchiesta ben oltre il singolo assalto.

Secondo l’accusa, le modalità dell’azione avrebbero manifestato la forza intimidatrice tipica delle organizzazioni mafiose: un’operazione di tipo paramilitare condotta in pieno giorno, con armi da guerra ed esplosivo, senza preoccuparsi della presenza degli automobilisti in transito.

I colpi di mitra sarebbero stati esplosi anche all’altezza del parabrezza di uno dei blindati, mettendo direttamente a rischio la vita delle guardie giurate. Da qui anche la contestazione del tentato omicidio.

Ma sono soprattutto le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia a delineare uno scenario più ampio: quello di batterie specializzate negli assalti a portavalori e caveau che opererebbero in rapporto con le organizzazioni mafiose pugliesi.

Il “nulla osta” dei clan e la percentuale sui bottini

Secondo quanto riferito dai pentiti e confluito nell’inchiesta, le grandi rapine verrebbero realizzate previo “nulla osta” delle famiglie mafiose o, in alcuni casi, addirittura su loro impulso.

I clan, secondo questa ricostruzione accusatoria, metterebbero a disposizione armi, comprese quelle da guerra, e contribuirebbero a finanziare l’organizzazione dei colpi anticipando denaro per trasferte, automobili e telefoni. Garantirebbero inoltre copertura e supporto logistico alle batterie.

In cambio riceverebbero una percentuale consistente del bottino.

Il denaro proveniente dagli assalti, sempre secondo le dichiarazioni dei collaboratori, verrebbe poi utilizzato per acquistare partite di droga, sostenere gli affiliati detenuti oppure riciclato attraverso attività economiche come ristoranti, sale giochi e scommesse.

È in questo scenario che la figura di Ferro, già descritta da alcuni collaboratori come elemento capace di muoversi tra differenti ambienti criminali, acquista per gli inquirenti un significato particolare.

Dall’omicidio di Apricena alla nuova accusa

La nuova ordinanza si aggiunge dunque a una posizione giudiziaria già particolarmente pesante. Ferro è in carcere per il duplice omicidio Ferrelli-Petrella, delitto che gli investigatori collocano nel contesto della guerra per gli equilibri criminali e il controllo del traffico di droga nell’Alto Tavoliere.

Nell’indagine su quel duplice omicidio hanno avuto un ruolo importante anche le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che hanno ricostruito uomini, rapporti e presunte alleanze all’interno della criminalità garganica.

Il nome di Ferro è comparso negli anni anche in vicende giudiziarie che hanno interessato direttamente l’Immediato, con un processo tuttora pendente.

Adesso arriva un’altra contestazione, questa volta nell’ambito di uno dei fenomeni criminali che da decenni vedono protagoniste batterie provenienti dalla provincia di Foggia: gli assalti ai portavalori. E l’inchiesta marchigiana prova a fare un passo ulteriore, verificando quanto dietro quei commando specializzati possa esserci non soltanto la criminalità delle rapine, ma anche il sostegno economico, logistico e militare delle organizzazioni mafiose pugliesi.

Tutte le contestazioni si trovano nella fase cautelare e investigativa e le persone coinvolte devono essere considerate non colpevoli fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.

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Francesco Pesante

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