Ogni crisi economica lascia in eredità una domanda che va ben oltre i mercati: quanto comprendiamo davvero il funzionamento dell’economia che condiziona le nostre vite? La capacità di interpretare certi meccanismi economici continua a rappresentare uno dei principali fattori di vulnerabilità delle società contemporanee. La storia insegna che lo sviluppo economico non dipende esclusivamente dalla disponibilità di capitale o dall’innovazione tecnologica. Dipende, forse ancora prima, dalla qualità delle istituzioni, dalla fiducia collettiva e dal livello di consapevolezza economica di una comunità. È la cultura finanziaria, intesa non come semplice alfabetizzazione agli investimenti, ma come strumento di cittadinanza, a determinare la capacità di un Paese di affrontare le grandi transizioni senza subirle. È da questa prospettiva che Donatella Strangio, Ordinaria di Storia Economica all’Università Sapienza di Roma ed esperta di crisi finanziarie, invita a rileggere il rapporto tra economia e società. Attraverso una prospettiva storica, il risparmio cessa di essere soltanto una virtù privata e diventa una leva di sviluppo, mentre la conoscenza economica assume il valore di un’infrastruttura civile, indispensabile per trasformare la ricchezza accumulata dalle famiglie in crescita, innovazione e competitività. Perché il vero discrimine, oggi, non è soltanto quante risorse possiede un Paese, ma quanto è in grado di comprenderle, orientarle e metterle al servizio del proprio futuro».
Nel dibattito contemporaneo la cultura finanziaria è spesso associata alla gestione del risparmio e agli investimenti. Da storica dell’economia, ritiene che essa rappresenti invece una componente più ampia della cittadinanza economica, indispensabile per comprendere le grandi trasformazioni delle società moderne?
«Ritengo che ridurre la cultura finanziaria alla sola capacità di scegliere un investimento o di gestire il proprio patrimonio significhi limitarne profondamente il significato. Essa rappresenta una componente essenziale della cittadinanza economica, poiché consente ai cittadini di comprendere i meccanismi che regolano il funzionamento dell’economia, il ruolo delle istituzioni, delle politiche pubbliche e dei mercati finanziari. La storia economica ci insegna che le grandi trasformazioni delle società, dalla Rivoluzione industriale alla globalizzazione, fino alle più recenti crisi finanziarie, sono sempre state accompagnate da profondi cambiamenti nelle modalità di accumulazione del capitale, nella gestione del risparmio e nell’organizzazione delle istituzioni economiche. Comprendere questi processi significa sviluppare una maggiore consapevolezza critica e una più solida capacità di partecipazione alla vita economica e civile. Per questo motivo, la cultura finanziaria non riguarda soltanto le decisioni individuali, ma costituisce uno strumento fondamentale di cittadinanza. Essa permette ai cittadini di interpretare i cambiamenti economici, valutare con maggiore consapevolezza le politiche pubbliche e partecipare in modo informato alla vita democratica del Paese. In un contesto caratterizzato da crescente complessità economica e finanziaria, investire nella cultura finanziaria significa, in definitiva, investire nella qualità della democrazia».
L’Italia è tradizionalmente considerata un Paese di risparmiatori. Come si è evoluto nel tempo il rapporto degli italiani con il risparmio e quali fattori storici e culturali continuano ancora oggi a influenzare le scelte economiche delle famiglie?
«Il risparmio rappresenta uno dei tratti distintivi della storia economica italiana. Nel secondo dopoguerra esso ha costituito uno dei principali motori dello sviluppo economico del Paese, contribuendo al finanziamento degli investimenti produttivi, alla crescita del sistema industriale e alla diffusione della proprietà immobiliare. In questo processo ebbero un ruolo significativo anche le rimesse degli emigrati italiani, che alimentarono gli investimenti delle famiglie e favorirono l’accumulazione di patrimonio in molte aree del Paese. Questa propensione al risparmio è stata sostenuta da fattori culturali profondi: la centralità della famiglia, una diffusa prudenza nei confronti del rischio, l’importanza attribuita al patrimonio come forma di sicurezza per le generazioni future e una tradizionale cautela verso l’indebitamento. Negli ultimi decenni, tuttavia, il contesto è profondamente cambiato. La liberalizzazione dei mercati finanziari, l’innovazione degli strumenti di investimento, la lunga stagione dei bassi tassi di interesse, la crescente volatilità dei mercati, l’invecchiamento della popolazione e le ricorrenti crisi economiche hanno modificato il rapporto degli italiani con il risparmio. Le famiglie si trovano oggi ad affrontare scelte molto più complesse rispetto al passato. Il risparmio continua a rappresentare un elemento di stabilità e una risorsa fondamentale per il Paese, ma non è più sufficiente accumulare risorse. Occorre saperle gestire con consapevolezza, valutare il rapporto tra rischio e rendimento, pianificare gli obiettivi di lungo periodo e comprendere strumenti finanziari sempre più articolati. Per questo motivo, oggi più che mai, la cultura finanziaria rappresenta una componente essenziale della cittadinanza economica e uno strumento indispensabile per compiere scelte responsabili e informate».
Le grandi transizioni del nostro tempo – dall’invecchiamento demografico alla digitalizzazione, fino alla sostenibilità ambientale – stanno modificando profondamente i sistemi economici. Quali competenze economico-finanziarie ritiene saranno più importanti per le nuove generazioni chiamate a confrontarsi con questi cambiamenti?
«Le suddette transizioni richiedono alle nuove generazioni un insieme di competenze sempre più articolato. Non sarà sufficiente conoscere i principi di base della finanza personale: occorrerà sviluppare capacità di adattamento, di analisi e di valutazione delle conseguenze economiche delle proprie decisioni in un contesto in continua evoluzione. L’invecchiamento della popolazione rende sempre più importante comprendere il funzionamento dei sistemi previdenziali e pianificare con anticipo il proprio percorso di vita e di risparmio. La trasformazione digitale richiede, invece, familiarità con i nuovi strumenti di pagamento, con i servizi finanziari digitali e con i temi della sicurezza informatica e della protezione dei dati personali. Allo stesso tempo, la transizione ecologica rende necessario saper valutare l’impatto economico e sociale delle scelte di consumo e di investimento, distinguendo tra iniziative realmente orientate alla sostenibilità e operazioni che utilizzano questo tema solo come leva di marketing. Credo, infine, che la competenza più importante sarà la capacità di leggere la complessità. Viviamo in un’economia globale in cui fenomeni demografici, innovazione tecnologica, cambiamenti climatici e tensioni geopolitiche sono sempre più interconnessi. Formare giovani capaci di interpretare queste connessioni, di utilizzare criticamente le informazioni disponibili e di assumere decisioni consapevoli rappresenta una delle principali sfide per l’università e per il sistema educativo nel suo complesso».
La crescente complessità delle decisioni economiche individuali, dalla previdenza complementare agli investimenti fino alla gestione del rischio, sembra richiedere una maggiore consapevolezza finanziaria. Quale ruolo dovrebbero svolgere università, istituzioni e corpi intermedi nella costruzione di questa consapevolezza?
«È evidente quanto l’educazione finanziaria non possa essere considerata una responsabilità esclusivamente “individuale”. È necessario costruire un vero e proprio “ecosistema educativo” nel quale università, istituzioni pubbliche, sistema bancario, associazioni professionali e terzo settore operino in modo coordinato. Le università hanno una responsabilità particolare, non solo nella formazione degli specialisti, ma anche nella diffusione di conoscenze economiche di base accessibili agli studenti di tutte le discipline. Comprendere i principali meccanismi economici significa essere cittadini più consapevoli, indipendentemente dalla professione che si svolgerà. Le istituzioni pubbliche sono chiamate a garantire regole chiare, trasparenza e strumenti di informazione affidabili, mentre i corpi intermedi possono svolgere un’importante funzione di prossimità, traducendo temi spesso complessi in linguaggi comprensibili e accompagnando famiglie e imprese nelle loro scelte. Il goal sta nel creare una collaborazione stabile tra questi soggetti, affinché l’educazione economico-finanziaria non sia affidata a iniziative occasionali, ma diventi parte integrante delle politiche pubbliche e della formazione permanente dei cittadini».
Guardando al futuro, quale ritiene sia la principale sfida culturale che l’Italia dovrà affrontare per trasformare il proprio patrimonio di risparmio e competenze in un fattore di sviluppo economico, innovazione e competitività internazionale?
«Sicuramente mettere maggiormente in relazione il risparmio privato con lo sviluppo dell’economia reale. L’Italia dispone di un patrimonio di ricchezza delle famiglie tra i più elevati d’Europa e di competenze scientifiche, imprenditoriali e professionali di grande valore. Tuttavia, questi punti di forza non sempre riescono a tradursi in investimenti capaci di sostenere l’innovazione, la crescita dimensionale delle imprese e la competitività internazionale. Occorre favorire un contesto nel quale il risparmio possa trasformarsi più facilmente in capitale destinato alla ricerca, alle infrastrutture, alla transizione digitale ed ecologica e allo sviluppo delle imprese innovative. Questo richiede istituzioni credibili, mercati finanziari efficienti e un quadro regolatorio stabile, in grado di rafforzare la fiducia degli investitori. Dal punto di vista culturale, sarà importante superare una visione del risparmio esclusivamente orientata alla tutela del patrimonio familiare, senza naturalmente rinunciare a quella prudenza che rappresenta una caratteristica storica degli italiani. La vera sfida consiste nel coniugare sicurezza e capacità di investimento, trasformando il risparmio da fattore di conservazione della ricchezza a motore dello sviluppo economico. La storia economica mostra che i Paesi che crescono in modo più solido sono quelli capaci di creare un equilibrio tra capitale privato, innovazione, qualità delle istituzioni e investimenti nel capitale umano. È su questa integrazione che, a mio avviso, si gioca una parte importante del futuro dell’Italia».
© Riproduzione riservata
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Damiano Perrons
Source link


