Un ragazzo francese, l’amico inglese, un generale tedesco, l’assistente inglese. «Io in Italia non riesco a fare l’italiano», scherza Manuel Henriet, raccontando i ruoli interpretati negli ultimi anni in produzioni nazionali e internazionali.
Classe 1990, attore e, all’occorrenza, barista, capelli biondi e occhi chiari forse non lo fanno sembrare italiano, soprattutto agli occhi degli stranieri. Caratteristiche, però, che gli hanno consentito di volare da Londra a Gressoney-Saint-Jean per sedersi alla tavolata di House of Gucci, accanto a Lady Gaga e Adam Driver, e di trascorrere due settimane insieme alla sua musa, Meryl Streep, sul set de Il diavolo veste Prada 2.
Dagli studi a Roma a Londra
Quella dello schermo, cinematografico ma anche televisivo, è una passione che Henriet coltiva fin da bambino, quando sognava di fare Teo Teocoli. Dopo gli studi in Accademia a Roma e tre anni a Milano con un acting coach americano, vola a Londra, dove rimarrà circa sei anni, per approfondire la formazione e iniziare a fare sul serio.
«Il primissimo film che ho fatto è stato Il capitale umano di Paolo Virzì, con Valeria Golino e Valeria Bruni Tedeschi, in cui ero un ragazzo francese. Poi c’è stato C’era una volta il crimine con Marco Giallini e Carolina Crescentini, in cui ero un generale tedesco. Poi è arrivato House of Gucci, dove faccio l’amico inglese di Adam Driver, nelle scene a Gressoney-Saint-Jean, e poi appunto Il diavolo veste Prada 2, nei panni di uno degli assistenti di Miranda nelle scene girate a Milano. Al momento lavoro maggiormente in pubblicità: Ikea, Coca-Cola, Vodafone, Salumi Beretta».
«Con Hollywood meno ansia che con i film italiani»
Da un set italiano a una produzione hollywoodiana, come cambiano le cose?
«C’è una netta differenza. Il primo rapporto con Hollywood è stato con The Avengers, sempre qui in Valle d’Aosta. Facevo la comparsa perché ero piccolino, ma ho avuto la fortuna di parlare con il regista Joss Whedon, che per me era il regista di Buffy – L’ammazzavampiri. Da lì ho iniziato a rapportarmi con il mercato estero, più grande e caotico, ma ben organizzato. Ho avuto quasi meno ansia a lavorare su film internazionali che su quelli italiani, perché ci sono tante persone che ti aiutano a fare il tuo lavoro, a concentrarti e a stare calmo».
Due settimane sul set con Meryl Streep
Dopo l’esperienza con House of Gucci arriva il casting online, a Londra, per Il diavolo veste Prada 2, che cercava un ragazzo inglese per l’entourage di Miranda a Milano.
«Dopo otto provini online la mia agente mi ha chiamato dicendo che mi avevano preso. Il mio, come quello degli altri assistenti di Miranda, era un ruolo secondario, di apertura e chiusura delle scene, e spesso queste parti vengono tagliate. Ne siamo consapevoli, dispiace, ma sono state due settimane intense. Lavorare con Meryl Streep, che per me è l’attrice per eccellenza, stare in regia, vedere girare e poter parlare con loro è stato molto formativo. La vera scuola è quella del set».
Un set blindatissimo: nemmeno gli attori sapevano cosa avrebbero fatto o dove avrebbero girato quel giorno.
«Non potevamo usare i telefoni né chiedere foto agli altri attori. Solo al termine delle riprese Meryl Streep ha voluto fare una foto con noi. Il primo approccio con lei è stato uno scambio di battute su Cucinelli: non eravamo ancora stati presentati, me la sono ritrovata direttamente sulla scena. All’inizio sono stato un po’ nel panico, ma poi è stato divertente, anche se dovevo semplicemente risponderle “yes, madam”. Purtroppo è una scena che è stata completamente tagliata in seguito allo scandalo che ha coinvolto Cucinelli».
«Mi è spiaciuto non vedermi sullo schermo, ma fa parte del lavoro»
A proposito di tagli, vedere il film al cinema com’è stato?
«Ho tanti amici e abbiamo riempito il cinema, anche se avrei preferito vederlo da solo. Siamo stati tutti avvisati dei tagli, ma fino all’ultimo non sapevo quanto sarebbe rimasto. Il curriculum ce l’ho, avendo avuto il contratto. Mi è spiaciuto ovviamente non vedermi bene sullo schermo, ma va bene così: fa parte del nostro lavoro».
Da Ridley Scott a Lady Gaga
L’esperienza con House of Gucci com’è stata?
«Ho iniziato non riconoscendo Ridley Scott, che mi ha spiegato la scena che avrei dovuto fare: ero convinto di parlare con l’assistente alla regia! E non ho riconosciuto nemmeno Lady Gaga, già truccata e con gli abiti di scena… anche perché sui set internazionali non c’è divismo. Il regista e gli attori sono tutti uguali in quel momento: c’è la volontà di fare bene il film e di metterti a tuo agio, perché hanno bisogno che tutto funzioni e che le scene vengano girate in poco tempo. Preferisco lavorare con l’estero».
Con Lady Gaga, che si è presentata semplicemente come Stefani Germanotta, Henriet ha avuto la fortuna di lavorare due volte, anche ne Il diavolo veste Prada 2.
«Doveva fare solo un brano, ma ha deciso di cantare dal vivo, a cappella, per tutte le persone che stavano lavorando da tutto il giorno. È stato bello vederla esibirsi».
«Da grande mi piacerebbe fare il regista»
Come si vede da grande?
«Da grande mi piacerebbe fare il regista, forse. Ma iniziamo come attore e poi vediamo: devi essere al posto giusto nel momento giusto».
Il suo riferimento dietro la macchina da presa?
«Tim Burton, dal punto di vista più creativo e poetico, e Baz Luhrmann dal punto di vista tecnico».
E a quale attore si ispira?
«Meryl Streep. Quando ho iniziato a studiare ho cercato di fare lo stesso percorso che ha fatto lei, ho cercato di starle dietro, mi ci ispiro. Mi ha detto che sono sulla buona strada. È stata molto gentile, mi ha dato dei consigli per la carriera. Parlavamo dell’Italia, è una persona semplice. E poi Johnny Depp: puro talento».
Il futuro tra cinema e serie tv
Tra i progetti futuri di Manuel c’è il ritorno a Londra a ottobre per ricominciare a lavorare. Al momento sono in ballo due casting per due serie tv italiane.
«Credo che la serie sia la dimensione che preferisco: si crea un clima più familiare, il lavoro ha più continuità e ti dà una routine, rispetto al cinema, che è molto affascinante ma anche molto stressante e concentrato in pochi giorni».
E forse è proprio qui che si trova il senso più profondo della sua scelta.
«Ho scelto di fare l’attore perché a me i film un po’ mi hanno guarito. Si dice che gli attori siano un po’ i medici dell’anima perché, attraverso la catarsi, il pianto e il riso, ti tirano fuori le cose brutte della vita. Un po’ vorrei farlo per quello e un po’ anche per me stesso, perché riuscire a vivere tante vite in una sola non è da tutti».
(erika david)
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Erika David
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