Soumaya Keynes e Chad P. Bown, How to Win a Trade War. An Optimistic Guide to an Anxious Global Economy
Simon & Schuster, maggio 2026, 288 pp.
Gli autori
Soumaya Keynes è editorialista economica del Financial Times e conduttrice del podcast The Economics Show; prima ha passato otto anni all’Economist, dove ha vinto un premio per i suoi commenti sulla politica commerciale della prima amministrazione Trump, e ha cominciato come economista al Tesoro britannico. Chad Bown è senior fellow al Peterson Institute for International Economics ed è stato capo economista del Dipartimento di Stato americano; è l’analista che ha tracciato, dazio per dazio, tutte le guerre commerciali dell’era Trump. Insieme hanno fondato, durante il primo mandato di Trump, il podcast Trade Talks: questo libro è il distillato di quel decennio di lavoro comune.
La premessa: la fine del commercio dato per scontato
Il punto di partenza è la constatazione di un’epoca chiusa. Davamo il commercio per scontato: migliaia di miliardi di dollari in beni e servizi attraversavano le frontiere ogni anno, il tutto era reso possibile da un sistema globale fondato su regole. Nessuno prestava troppa attenzione alle catene di approvvigionamento: semplicemente funzionavano. Quel mondo non esiste più. Siamo entrati in un’era di conflitto commerciale in cui rifiutare il combattimento non è più un’opzione: un annuncio di Trump sui dazi può far crollare i mercati, spingere i prezzi verso l’alto e avvelenare alleanze vecchie di decenni; le restrizioni cinesi all’export di terre rare possono fermare la produzione automobilistica occidentale; i controlli sul commercio dei chip più avanzati possono decidere chi vince la corsa all’intelligenza artificiale. Le regole del gioco sono state abbandonate, sostengono gli autori, e serve una strategia diversa. Il sistema si è sfilacciato sotto i colpi congiunti del Covid, della Brexit e — soprattutto — dei successi elettorali di Donald Trump. Le guerre commerciali, questa la tesi di fondo, sono il “new normal”: non una parentesi da attendere che passi, ma la condizione permanente dentro cui imparare a muoversi.
Il libro si apre con due citazioni che ne fissano la cornice. Sun Tzu: chi vuole combattere deve prima contare il costo. E Joshua, il computer del film WarGames del 1983, che dopo aver contato conclude: l’unica mossa vincente è non giocare. Tra questi due poli — il realismo di chi sa che il conflitto è inevitabile e la consapevolezza che nessuno ne esce davvero vincitore — si svolge l’intera argomentazione.
Il metodo: spiegare la guerra commerciale a chi non è economista
La scelta stilistica del libro è parte del suo contenuto: la politica commerciale è materia notoriamente ostica, appesantita da un impasto letale di gergo economico e legalese, e gli autori la traducono sistematicamente in analogie quotidiane. Il commercio è come il ballo: servono due partner e un minimo di fiducia reciproca. I deficit commerciali sono come le console per videogiochi: comprarne una dal Giappone non significa essere stati derubati dal Giappone. I dazi sono come la marijuana: anche quando fanno stare bene, offuscano la percezione della realtà, costano denaro e rendono l’economia più letargica. E l’ossessione populista per la deindustrializzazione da import viene ridimensionata con l’immagine più tagliente del libro: lamentare che il commercio abbia devastato l’economia americana quando la disoccupazione è al 4 per cento è un po’ come un bambino che strilla perché vuole una mela mentre ne stringe già una in mano.
La flotta: chi è chi nella guerra commerciale
L’analogia portante del libro immagina i protagonisti della guerra commerciale come navi in navigazione sugli oceani. Gli Stati Uniti erano una nave militare che offriva sicurezza e stabilità all’ordine globale: oggi quella stessa nave è governata dai pirati — inaffidabili, potenzialmente pericolosi per amici e nemici, guidati esclusivamente dall’interesse immediato. La Cina è una nave da guerra che brandisce con entusiasmo i suoi cannoni. L’Europa è un mercantile raffazzonato e con poca potenza di fuoco, che cerca di tenere buoni, a distanza, tanto i pirati quanto i guerrieri. L’India è una barca costruita con i pezzi di una vecchia automobile: ingegnosa, arrangiata, con ambizioni superiori ai mezzi.
La mappa navale serve a un punto sostanziale: nessuno di questi attori giocherà più secondo le vecchie regole, perché la nave che le garantiva ha cambiato equipaggio e le altre si stanno armando di conseguenza.
La diagnosi: lo squilibrio è reale, e la colpa è soprattutto cinese
Il passaggio più controintuitivo del libro — considerata la provenienza liberoscambista degli autori — è la difesa parziale delle ragioni americane. Molti osservatori hanno liquidato l’ossessione di Trump per il deficit commerciale come un difetto caratteriale o una prova di analfabetismo economico; Keynes e Bown sostengono invece che la relazione economica tra Stati Uniti e Cina è diventata davvero pericolosamente squilibrata. In parte la responsabilità è americana: il governo degli Stati Uniti si è indebitato troppo, e il deficit commerciale è anche il riflesso di quel deficit di risparmio. Ma la parte maggiore della colpa, argomentano nel capitolo più denso del libro, sta a Pechino.
Il regime autoritario cinese ha rotto molti dei segnali di prezzo che dovrebbero regolare i mercati. In un’economia normale, la sovrapproduzione industriale fa scendere i prezzi, comprime i profitti e spinge fuori dal mercato i produttori meno efficienti: è il meccanismo che riequilibra il sistema. Nel caso cinese questo meccanismo si inceppa: quando la domanda si indebolisce, il sistema è pessimo nel lasciar fallire le imprese, perché i funzionari locali e nazionali hanno ogni incentivo a tenere in piedi le aziende decotte. Questa disponibilità a bruciare denaro pur di sopraffare i segnali di prezzo, combinata con la crescente volontà cinese di dettare le condizioni ai propri partner, ha creato le premesse del disordine attuale. La risposta americana è stata caotica e ha spesso confuso gli amici con i nemici — i dazi sparati sugli alleati ne sono la prova — ma all’origine dello squilibrio, concludono gli autori, c’è il modello cinese.
L’arsenale: come si combatte, e perché le armi si inceppano
La parte centrale del libro passa in rassegna gli strumenti del conflitto economico: dazi, sussidi, restrizioni all’export, controlli sugli investimenti, scorte strategiche — queste ultime illustrate con una lunga e divertita digressione sulle lezioni dei “prepper” dell’apocalisse che si scambiano consigli su Reddit. Per ciascuno strumento gli autori pesano vantaggi e controindicazioni, e il bilancio complessivo è una lezione di umiltà: puoi controllare come un’arma economica viene impiegata, ma di certo non come il bersaglio risponderà. E nemmeno come reagiranno le imprese di casa propria, che aggirano, rilocalizzano, triangolano. Gli strumenti economici, avvertono, sono ingombranti, grossolani e soggetti ad abuso.
Da qui i criteri per un uso sensato: pensare con attenzione alle conseguenze di lungo periodo e a quelle non volute di ogni intervento importante; concentrare le energie sui settori che contano davvero per la sicurezza nazionale, invece di disperderle in protezionismo generalizzato; e ricordare che ogni misura difensiva ha un costo interno, pagato da consumatori e imprese, che nessuna retorica sovranista può cancellare.
Le regole morte e la fiducia perduta
Il libro dedica pagine amare al sistema multilaterale. L’Organizzazione mondiale del commercio, la cui influenza si è considerevolmente affievolita, presupponeva che tutti i grandi attori potessero convivere dentro un unico insieme di regole. Gli autori confessano il loro timore: che il sistema cinese sia così diverso da quello dei suoi concorrenti da non lasciare spazio a un sistema comune fondato su regole. E c’è un problema ulteriore: per funzionare bene, le regole si basano sulla fiducia. La fiducia è precisamente ciò che è venuto meno — ed è difficile fidarsi dei pirati, come dei bambini capricciosi.
Il 2050: due futuri possibili
Il capitolo finale si concede un esercizio di immaginazione: come potrebbe apparire il sistema commerciale globale nel 2050. Gli scenari oscillano tra una realtà dominata dalla Cina e una in cui gli Stati Uniti hanno integrato stabilmente statecraft economico e statecraft di sicurezza — il commercio come prolungamento della politica di potenza. Nessuno dei due assomiglia al mondo dei mercati aperti del ventennio scorso: quel mondo, ripetono gli autori, non tornerà, e non c’è nulla da guadagnare nel rimpiangerlo.
La conclusione: vincere è perdere meno
Il titolo, ammettono infine Keynes e Bown, è una promessa ironica: questo non è un manuale per la vittoria, perché nelle guerre commerciali la vittoria in senso proprio non esiste. Il “vincitore” sarà semplicemente la squadra che perde meno del rivale, o quella più abile a minimizzare le proprie ferite. L’ottimismo del sottotitolo sta tutto qui: non nella speranza di un ritorno all’ordine perduto, ma nella convinzione che capire i costi, scegliere le battaglie e maneggiare con prudenza armi intrinsecamente difettose sia già una forma di saggezza. E nella chiusa, solo a metà scherzosa, la misura della posta in gioco: se riusciremo a evitare la terza guerra mondiale, meriteremo tutti una pacca sulla spalla.
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Claude
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