Alla domanda locale si è recentemente aggiunta quella asiatica, alimentando il bracconaggio e le reti criminali del traffico illecito

di Giovanni Mavaracchio

Un secolo fa vivevano in natura 200 mila leoni. Oggi, i 25 mila superstiti occupano appena il 6% del loro storico areale. Una riduzione tra le più severe sperimentate tra tutti i carnivori del pianeta, della quale l’espansione antropica è la principale responsabile. Nell’ultimo secolo la frammentazione dell’habitat e la riduzione del numero di prede, quest’ultima causata principalmente dalla caccia per il mercato della carne selvatica, hanno causato l’estinzione del leone in moltissimi Paesi africani, specialmente in Africa occidentale e centrale, e ridotto drasticamente le popolazioni in Africa orientale e meridionale.

La riduzione di areale non rallenta, e l’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) ha stimato un crollo del 34% negli ultimi vent’anni. Eppure, un tiepido ma diffuso ottimismo sta prendendo piede. Per compensare la mancanza di spazio, diversi governi africani hanno destinato spazi significativi ad aree protette che, se finanziate e gestite adeguatamente, potrebbero sostenere fino a quattro volte il numero attuale di leoni presenti. Diverse iniziative di partnership collaborativa tra governi, comunità locali e ong si sono dimostrate efficaci strategie di mitigazione per ridurre le minacce ai grandi felini.

Esistono poi strumenti normativi per affrontare il problema del commercio di fauna selvatica: oggi la legislazione nazionale nella maggior parte degli Stati in cui vivono i leoni ne vieta il commercio non autorizzato, regola o vieta la caccia sportiva e proibisce il bracconaggio.

Un esemplare di leone nello Zambia Kafue National Park. Foto: Giovanni Mavaracchio

I più ottimisti affermano oggi che gli sforzi messi in campo potrebbero portare a una ripresa delle popolazioni di leoni in diverse regioni del continente. Tuttavia, uno studio condotto dalle Università di Pretoria e Oxford, insieme a diverse ong attive nella conservazione, ha da pochi mesi confermato una recente preoccupazione, relativa al significativo aumento del bracconaggio del leone africano, rilevato negli ultimi anni. A differenza di quello tradizionalmente motivato dai conflitti tra leoni e comunità locali, l’attuale escalation di bracconaggio sembra spinta dalla crescente domanda, locale e asiatica, di parti del corpo di leone. Una minaccia emergente che, secondo la ricerca, rischierebbe di compromettere gli incoraggianti progressi nella conservazione della specie.

Le parti del corpo del leone sono utilizzate da sempre nelle pratiche culturali e di medicina tradizionale in Africa. Ancora oggi teschi, denti e artigli sono reperibili sui banchi dei mercati di mezzo continente, dal Sudafrica alle nazioni dell’Africa occidentale. Un mercato radicato e capillare: l’uso rituale e medicinale di pelli, grasso, zanne e teschi di leone è stato riscontrato, sempre dallo studio, in 37 Paesi del continente. Nelle grandi città di Paesi il come Ghana e la Costa d’Avorio, dove il leone è estinto da oltre vent’anni, le parti del corpo dell’animale ora arrivano dai mercati del sud del continente.

La recente crescita del fenomeno è stata alimentata anche dall’ingresso di un nuovo, imponente acquirente. In Asia, specialmente nel Sud-est asiatico, dove l’approvvigionamento in loco di parti del corpo di grandi felini è diventato sostanzialmente impossibile, con le specie locali, la tigre tra tutte, ridotte ai minimi termini, le ossa di leone hanno iniziato, nei primi anni duemila, a sostituire quelle di tigre nei preparati tradizionali asiatici. Il mercato è stato inizialmente alimentato dagli scheletri provenienti dalle lion farms, l’industria sudafricana dell’allevamento di leoni in cattività, utilizzati come prede della caccia sportiva. Da quando questo nuovo mercato ha preso piede, intorno al 2008, molte farms si sono strutturate per alimentare la domanda asiatica, e migliaia di scheletri sono stati esportati dal Sudafrica verso il Sudest asiatico legalmente. L’azzeramento della quota di esportazione per scheletri e teschi di leone dalle lion farms stabilito nel 2019 dalla Cites (Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione), ha bloccato il commercio. È dunque possibile che la persistenza della domanda abbia così incoraggiato il bracconaggio di leoni in natura, e il traffico illecito delle parti del corpo verso l’Asia attraverso canali illegali, controllati dalla criminalità organizzata.

L’enorme domanda del mercato asiatico del corno di rinoceronte causò, a partire dagli anni settanta, un collasso della popolazione del rinoceronte nero africano. Ad oggi, sappiamo ancora poco, sul bracconaggio mirato del leone per il traffico delle sue parti del corpo. Eppure, alcune dinamiche sono le medesime del traffico del corno: il bracconaggio locale è finanziato da reti criminali transnazionali strutturate, che si occupano del trasporto illegale e della commercializzazione sui mercati locali, ed esteri, specialmente asiatici.

Due leoni nello Zambia Kafue National Park. Foto: Giovanni Mavaracchio

Gli effetti di questa recente e crescente minaccia sono già visibili. Gli episodi sono in aumento in termini di frequenza e portata geografica in tutto il continente, con segnalazioni provenienti sia da regioni colpite da tempo, che da nuove località. Un esempio: il Mozambico, in Africa australe, è stato negli anni l’epicentro del bracconaggio del leone. Con il calo della popolazione di leoni nel Paese, la pressione del bracconaggio sembra essersi estesa ai paesi confinanti. Nella regione settentrionale del Parco Nazionale Kruger, in Sudafrica, è stato registrato un crollo costante della popolazione di leoni negli ultimi vent’anni, dovuto anche al bracconaggio mirato. Segnali di sofferenza e cali di popolazione riconducibili sempre al bracconaggio sono stati riscontrati anche nel settore meridionale del Parco Nazionale di Gonarezhou, in Zimbabwe.

A differenza dei traffici di corno di rinoceronte, di avorio, di scaglie di pangolino, quello delle parti del corpo di leone è molto più recente, poco conosciuto, e sottostimato. Urgente quindi, da un lato, studiare il fenomeno, per comprenderne le dinamiche più profonde, e valutare possibili forme di contrasto. Dall’altra, diffondere informazioni autorevoli e mettere in luce questa nuova, seria minaccia al grande felino africano. Come sottoscrivono gli oltre venti ricercatori nello studio, se questa nuova forma di bracconaggio dovesse proliferare senza controllo, i leoni potrebbero estinguersi rapidamente in alcune aree, e subire riduzioni sostanziali in altre.


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Tommaso Meo

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