Nel delitto di Garlasco il problema non è più soltanto ciò che venne trovato nella pattumiera di casa Poggi. La domanda adesso è molto più pesante: chi toccò quei rifiuti dopo il 13 agosto 2007 e perché la loro disposizione appare diversa nelle fotografie scattate a distanza di due mesi?
Il sacchetto azzurro della cucina conteneva, tra le altre cose, un brick di Estathé, due vasetti di Fruttolo e un piattino di plastica con residui di cibo per gatti. Proprio sul contenitore del tè gli accertamenti avrebbero individuato il Dna di Alberto Stasi. Un elemento entrato successivamente nelle ricostruzioni investigative, ma che oggi deve fare i conti con una questione preliminare: la storia di quel reperto e la sua conservazione.
La sequenza temporale rilanciata da Zona Bianca apre infatti interrogativi difficili da ignorare. Il sacchetto risultava sequestrato fin dal giorno dell’omicidio, ma gli oggetti contenuti al suo interno vennero repertati formalmente soltanto il 16 aprile 2008, otto mesi dopo la morte di Chiara Poggi. Nel frattempo, almeno due fotografie avrebbero immortalato una disposizione differente dei rifiuti.
Garlasco, la pattumiera ignorata il giorno dell’omicidio
A confermare un passaggio fondamentale è Gennaro Cassese, all’epoca capitano dei carabinieri di Vigevano. Intervenendo sulla vicenda, ha spiegato che inizialmente la spazzatura non venne considerata materiale investigativamente significativo: «Non era stata considerata in quel momento di interesse».
Una frase che oggi assume un peso completamente diverso. Il 13 agosto gli investigatori concentravano inevitabilmente l’attenzione sul corpo di Chiara, sulle tracce ematiche, sugli accessi alla villetta e sugli elementi immediatamente collegabili all’aggressione. La pattumiera apparve materiale di scarto.
Ma proprio quel materiale sarebbe diventato mesi dopo una fonte di informazioni utilizzata per ricostruire le ultime ore della ragazza e la presenza di Stasi nella casa. Il problema è che tra questi due momenti trascorse molto tempo.
Le fotografie del 3 ottobre e del 5 dicembre
Secondo la ricostruzione emersa negli ultimi giorni, il 3 ottobre 2007 i consulenti della difesa Stasi riuscirono a fotografare il contenuto della pattumiera. Due mesi dopo, durante un nuovo sopralluogo del 5 dicembre, la disposizione degli oggetti sarebbe apparsa diversa.
Non significa automaticamente che qualcuno abbia alterato volontariamente una prova. Questo passaggio deve restare chiarissimo. Ma se le fotografie documentano davvero uno spostamento degli oggetti, occorre stabilire chi abbia avuto accesso al sacchetto, per quale ragione e se ogni eventuale manipolazione sia stata verbalizzata.
È qui che il caso cambia natura. La domanda non riguarda soltanto la contaminazione biologica. Riguarda la catena di custodia, cioè la possibilità di ricostruire senza zone d’ombra chi abbia avuto materialmente la disponibilità di un oggetto prima che questo diventasse un reperto analizzato scientificamente.

L’Estathé con il Dna di Stasi e il problema del tempo
Il brick di Estathé ha assunto importanza proprio perché sul contenitore venne individuato materiale genetico riconducibile ad Alberto Stasi. Di per sé, la presenza del suo Dna in casa Poggi non sorprende: Stasi era il fidanzato di Chiara, frequentava abitualmente l’abitazione e aveva trascorso con lei anche la sera precedente al delitto.
Il valore dell’Estathé nasce quindi soprattutto dalla possibilità di collocarlo temporalmente: quando venne consumato? Da chi? Era davvero all’interno della pattumiera già la mattina del 13 agosto? E soprattutto, il sacchetto rimase nelle medesime condizioni fino al momento della repertazione?
Sono domande molto diverse dall’accertare semplicemente la presenza di un profilo genetico. E proprio qui pesa il ritardo. Il contenuto venne formalmente repertato il 16 aprile 2008. Durante l’incidente probatorio più recente, la stessa spazzatura è tornata tra gli oggetti sottoposti ad analisi, insieme al tappetino, a un cucchiaino, alla scatola dei cereali e ad altri reperti della villetta. In quella fase emersero anche problemi relativi alla documentazione del sequestro di alcuni oggetti, poi recuperata.
Il dettaglio che LaCapitale aveva già sollevato: «C’è l’Estathé?»
Il punto diventa ancora più delicato se si torna al sopralluogo del 16 aprile 2008, otto mesi dopo l’omicidio. Nell’audio di quelle operazioni emerge una domanda che continua a meritare una spiegazione precisa: «C’è l’Estathé?» Una frase apparentemente banale, ma che letta insieme alla cronologia pone un interrogativo inevitabile: perché, otto mesi dopo, qualcuno cercava proprio quel prodotto nella pattumiera?
La domanda non dimostra che il reperto sia stato inserito successivamente e non autorizza alcuna conclusione di questo tipo. Ma rende indispensabile ricostruire chi conoscesse l’esistenza del brick, da quale fotografia o verbale derivasse quella conoscenza e perché l’attenzione si sia concentrata proprio su quell’oggetto. È il passaggio che separa un sospetto da una verifica documentale.
Chi spostò i rifiuti?
Oggi il nodo è quindi molto semplice da formulare e molto più difficile da risolvere. Se il sacchetto era sotto sequestro dal 13 agosto e se le fotografie del 3 ottobre e del 5 dicembre mostrano realmente una disposizione differente, qualcuno deve aver avuto accesso al suo contenuto. Questo non significa necessariamente manipolazione illecita: potrebbero esserci state attività investigative, verifiche o semplici spostamenti autorizzati. Ma in tal caso deve esistere una traccia documentale.
Ed è proprio quella traccia che diventa decisiva. Per stabilire il valore probatorio del brick di Estathé non basta sapere che conteneva il Dna di Stasi. Bisogna ricostruire l’intera vita del reperto: quando entrò nel sacchetto, quando venne fotografato, chi lo toccò, quando venne estratto e quando entrò formalmente nella catena degli accertamenti. Diciannove anni dopo, il giallo dell’Estathé di Garlasco non riguarda più soltanto ciò che c’era nella pattumiera. Riguarda ciò che accadde a quella pattumiera dopo l’omicidio. E la domanda, a questo punto, è inevitabile: se i rifiuti cambiarono posizione tra ottobre e dicembre 2007, chi li spostò?
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Redazione Cronaca
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