Un paese può tenere l’occupazione ai massimi storici e, nello stesso anno, impoverire chi lavora. L’Italia ci è riuscita. A giugno, dice l’Istat, gli occupati sono 24 milioni e 310mila, 131mila più di un anno prima; la disoccupazione è risalita al 5,7 per cento, sospinta da centomila inattivi tornati a cercare un lavoro. Eppure i salari reali restano inferiori del 6,1 per cento rispetto all’inizio del 2021: il divario più ampio fra le grandi economie dell’area Ocse, che nello stesso periodo è cresciuta in media del 4,9. Andrea Garnero, l’economista che per l’Ocse ha curato la scheda italiana dell’ultimo Employment Outlook, ha tradotto la distanza in una misura che non richiede grafici: a parità di potere d’acquisto, ogni lavoratore italiano sta regalando circa venti giorni di lavoro l’anno rispetto a cinque anni fa.
La fotografia contiene anche una beffa statistica. Nel primo trimestre i salari reali sono cresciuti dell’1,3 per cento, quasi tutto merito dell’inflazione bassa. Poi i prezzi dell’energia sono tornati a correre e le previsioni si sono capovolte: per quest’anno l’Ocse stima un nuovo calo dello 0,9 per cento, seguito da un misero più 0,2 nel 2027, complice un calendario contrattuale quasi vuoto. Fatto cento il primo trimestre del 2019, le retribuzioni di carta valgono oggi 115,8; quelle vere, 96. Sette anni di aumenti nominali hanno riportato i lavoratori sotto il punto di partenza. La vulnerabilità ha una radice precisa, e Garnero l’ha indicata: i salari nominali italiani partono più bassi di quelli tedeschi o francesi, e quando l’inflazione monta vanno a fondo prima degli altri. Nel picco post-pandemico il potere d’acquisto delle buste paga italiane è arrivato a perdere l’11 per cento, contro il 6,5 della media Ocse. Nel confronto con l’inizio del 2021 la Germania è già tornata sopra la pari, a più 0,9; il Regno Unito viaggia a più 3,6; Francia e Giappone hanno chiuso il buco. Noi guardiamo la classifica dal fondo con l’occupazione ai massimi: il che dimostra, se servisse, che il lavoro abbondante senza produttività produce lavoro povero anziché prosperità.
Chi si aspetta che la svolta arrivi dall’intelligenza artificiale deve prima fare i conti con lo scetticismo più autorevole in circolazione. Daron Acemoglu ha stimato, in un saggio uscito su Economic Policy nel 2025, che l’AI aggiungerà alla produttività totale dei fattori non più dello 0,66 per cento cumulato in dieci anni: i guadagni documentati finora vengono dai compiti facili da apprendere, mentre il valore economico abita in quelli difficili, dove contano contesto e giudizio. Se la stima regge, chiedere all’algoritmo di risolvere da solo la questione salariale italiana è un’illusione contabile. Per l’Italia, però, la domanda giusta riguarda meno il rendimento della tecnologia che il costo della sua assenza. Il paese arriva a questo appuntamento con trent’anni di produttività quasi ferma: più 0,3 per cento l’anno in media fra il 1995 e il 2024, secondo l’Istat. Su questo sfondo la questione salariale smette di essere materia da bonus e diventa materia di macchine, organizzazione e competenze, perché nel medio periodo i salari non possono crescere stabilmente più del valore prodotto in un’ora di lavoro; il resto è una partita di giro fra prezzi e paghe, che l’inflazione regola sempre a modo suo.
Uno studio della Banca d’Italia pubblicato a giugno, il numero 1009 delle Questioni di economia e finanza, ha messo sul tavolo la forchetta che conta: l’intelligenza artificiale può valere da 0,2 a 1,1 punti di produttività l’anno nel prossimo decennio, secondo la velocità e la profondità dell’adozione. Il governatore Fabio Panetta aveva posto l’adozione al centro delle Considerazioni finali del 29 maggio. Fra i due scenari la distanza non la fissa la tecnologia; la fissano l’adozione e l’organizzazione del lavoro. È una scelta travestita da previsione. C’è però un circolo vizioso che i numeri suggeriscono e il dibattito evita di nominare: i salari bassi, oltre che effetto della produttività ferma, ne sono una causa. Quando il lavoro costa poco, sostituirlo o potenziarlo con tecnologia e organizzazione conviene meno, e l’impresa marginale sopravvive assumendo anziché investendo. Tanta occupazione e poca crescita convivono, in Italia, anche per questo: un’economia può specializzarsi nel lavoro a basso costo esattamente come si specializza in un prodotto, e uscirne richiede uno choc esterno che alteri le convenienze. È la stessa ragione per cui vent’anni di moderazione salariale hanno difeso quote di mercato senza comprare produttività. L‘intelligenza artificiale è il primo choc di questo tipo che si presenta, in trent’anni, con costi d’ingresso alla portata anche delle imprese medie.
Nel 1987 Robert Solow annotò che l’era dei computer si vedeva ovunque tranne che nelle statistiche della produttività. Quarant’anni dopo il paradosso ha cambiato indirizzo: l’intelligenza artificiale si vede nelle trimestrali di borsa e nei convegni, e non ancora nelle buste paga. Il luogo istituzionale dove portarcela esiste da sempre, ed è la contrattazione; l’Ocse stessa lega la debolezza salariale attesa nel 2027 alla scarsità dei rinnovi in calendario, ammettendo che il canale fra produttività e retribuzioni passa ancora da lì. La contrattazione italiana, del resto, ha già vissuto un momento in cui la teoria è diventata architettura. Il Protocollo del 23 luglio 1993, il capolavoro della stagione Ciampi, scambiò la fine della scala mobile con una politica dei redditi ordinata su due livelli: era la traduzione istituzionale delle idee di Ezio Tarantelli, che concepiva la politica dei redditi come uno strumento di modernizzazione del paese e non di compressione dei lavoratori, e che per quelle idee era stato assassinato otto anni prima. Quell’accordo domò l’inflazione e portò l’Italia nell’euro. Il suo limite, visto da qui, è di aver disciplinato i salari senza costruire il motore di produttività che avrebbe dovuto finanziarli: il secondo tempo di quella stagione riformista non è mai stato scritto.
I rinnovi 2026-2027 sono l’occasione per scriverlo, con uno scambio altrettanto esplicito: adozione contro salario. Dentro i contratti nazionali, programmi di adozione che si distinguono dall’acquisto di qualche licenza per tre requisiti verificabili: investimento incrementale dell’impresa, formazione certificata delle persone, risultati misurati su produttività o qualità, con osservatori congiunti su mansioni e riorganizzazione. In cambio, premi di produttività pieni e detassati, agganciati a quei risultati e mai alle promesse. La differenza rispetto all’ennesimo intervento generalista sul cuneo sta tutta qui: quello paga tutti per qualunque esito, questo paga solo ciò che accade davvero, e finanzia la causa invece dell’anestetico. Le parti sociali che firmassero il primo contratto costruito così fisserebbero lo standard per tutti gli altri; il governo che lo detassasse avrebbe fatto più politica dei redditi con un articolo di legge che con tre manovre.
La platea esiste già, e l’Istat l’ha appena contata: 25 contratti in attesa di rinnovo per 3,9 milioni di dipendenti, con la pubblica amministrazione interamente scaduta; la verificabilità pure, perché premi e programmi certificati lasciano tracce contabili che un osservatorio nazionale può leggere ogni anno. Ai ritmi previsti dall’Ocse per il 2027, il terreno perduto dal 2021 si recupera in una generazione. Al ritmo dello scenario rapido della Banca d’Italia, in pochi anni. Tutto ciò che sta fra le due velocità è il primo dossier dell’autunno.
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Rosario Cerra
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