Il matriarcato gentile della Finlandia, il diario in bicicletta e quella parità che non fa notizia perché funziona


Novantatré chilometri. Il numero mi preoccupava dal primo giorno. Era la tappa regina del programma, quella per cui un gomito in disordine avrebbe consigliato una via di fuga. La sera prima, nel bed and breakfast di campagna dove ero arrivato col chiaro delle dieci di sera, ho celebrato il rito che conoscevo a memoria: la batteria della bicicletta in carica accanto alla porta, il telefono sul comodino, io sotto il piumone. La vera sfida, ho pensato spegnendo la luce, non è la distanza ma la disciplina delle batterie, quella della bicicletta e la mia, e mi sono addormentato senza trovare difetti nel ragionamento.

La mattina è filata via in modo imbarazzante. Ero partito verso le nove preparato a una via crucis, e alle dieci e ventitré ero già a Godby, trentacinque chilometri più in là, davanti a un caffè con un cinnamon bun, a controllare due volte il contachilometri convinto di un errore. Non c’era errore. C’era una terra piatta e gentile, un vento per una volta alleato, una bicicletta col motore (quasi mai attivato) e un ciclista euforico. Le Åland, va detto a consolazione di chi verrà dopo di me, sono il paradiso del cicloturista, strade asfaltate e vuote, automobilisti che rallentano e salutano, distanze che perdonano. Ho proseguito verso nord dentro i boschi di Geta, la parte più selvatica dell’isola principale, dove la strada sale e scende tra pini e pareti di granito e ogni tanto si apre su un’insenatura con due barche e niente esseri umani, e ho capito che quella era la mattinata che il viaggio doveva regalarmi: silenzio in movimento.

A mezzogiorno la strada è semplicemente finita, su un molo con un caffè e il mare davanti. Ho pranzato con un piatto di salmone affumicato e patate guardando il punto esatto in cui sarebbe comparsa la barca, perché il pezzo forte della tappa era questo, un passaggio marittimo prenotato solo per me, una barchetta che traghetta i ciclisti da una sponda all’altra di un fiordo e trasforma in anello un percorso che altrimenti non si chiuderebbe. La barcaiola si chiama Britta, governa il suo mezzo con l’economia di gesti di chi lo fa da una vita, e durante la mezz’ora di traversata gli occhi le hanno sorriso quando mi ha indicato con il dito una havsörn, l’aquila di mare dalla coda bianca, il più grande rapace del Nord Europa, quasi due metri e mezzo di apertura alare: una bestia che mezzo secolo fa era praticamente sparita dal Baltico, e oggi popola le Åland più dei suoi abitanti umani. Poi ha pronunciato qualche parola solo per indicarmi il punto dove sarei sbarcato. Dalle nostre parti una mezz’ora di silenzio in due sarebbe stata un incidente diplomatico. In quel contesto ci stava benissimo.

Una volta a terra, ho pensato che stavo collezionando da giorni un pensiero senza dargli forma, e forse era arrivata l’ora di farlo. Riguardava le donne. In una settimana di Finlandia e di Åland avevo attraversato un paese interamente mandato avanti da donne. Riitta, che dall’agenzia aveva costruito ogni incastro di questo viaggio, prevedendo perfino il ritardo del mio aereo. La guida che a Källskär ci aveva condotti tra le rocce contando i suoi ospiti come una chioccia esperta. Le donne alle receptions degli alberghi, ai timoni, alle casse degli spacci, la signora del bed and breakfast che mi aveva atteso fino alle dieci di sera con calma olimpica, Britta e il suo fiordo. E gli uomini finlandesi intorno, taciturni, gentili, volenterosi, perfettamente a loro agio nel ruolo di comprimari. In una scena qualunque di vita quotidiana, lassù, chi organizza, decide, incassa e risponde è quasi sempre lei. Lui carica, scarica, annuisce e guida il muletto. Nessuno sembra trovarci niente di notevole, ed è esattamente questo il punto.

Perché poi uno torna a casa, controlla, e scopre che l’impressione del viaggiatore ha dietro un secolo abbondante di fatti. La Finlandia è stata nel 1906 il primo paese al mondo a dare alle donne non solo il voto ma l’eleggibilità piena, e l’anno dopo sedevano nel suo parlamento le prime diciannove deputate della storia, quando in Italia le donne avrebbero aspettato ancora quarant’anni per entrare in una cabina elettorale. Pochi anni fa questo paese è stato governato da una coalizione di cinque partiti guidati tutti da donne, con una premier di trentaquattro anni, Sanna Marin, che i giornali del mondo trattavano come una curiosità e i finlandesi come un’ovvietà amministrativa. E non era una stagione: oggi, con un governo di segno opposto e un premier uomo, le donne occupano il sessanta per cento dei posti dell’esecutivo, la quota più alta d’Europa. In Finlandia ho visto quello che altrove si teorizza, un matriarcato funzionante. Nessuno lassù lo chiama così. Funziona e basta, che è la prova definitiva del funzionamento.

E qui il viaggio mi ha regalato la sua simmetria conclusiva, quella che nessun organizzatore avrebbe potuto prenotare. Perché io questo paese l’avevo cominciato da Seili, dall’isola dove per due secoli la Finlandia aveva rinchiuso le donne scomode, le vedove con l’eredità, le figlie disobbedienti, le mogli d’intralcio, sepolte alla fine in un cimitero senza nomi. L’ultima internata è uscita nel 1962. Sessant’anni dopo, le pronipoti di quelle donne governano il paese, guidano le sue barche, mandano avanti le sue isole. Non conosco, in Europa, una parabola civile più netta compiuta in un tempo così breve, e sono contento di averla percorsa in bicicletta, alla velocità giusta per accorgersene. Il Baltico, che aveva assistito a tutto questo con cinque giorni di sole immeritato ancorché pallido, ha voluto firmare il finale. Negli ultimi dieci chilometri verso Mariehamn si è aperto il cielo ed è arrivata la pioggia vera, orizzontale, da manuale del Nord. Ho indossato la giacca antipioggia che mi ero trascinato dietro per trecento chilometri di sereno, disoccupata come certe professionalità di valore, e ho pedalato fradicio fino al porto, dove una nave bianca di dodici piani aspettava me e la mia bicicletta. Pedalare sotto il diluvio dell’ultima ora, dopo una settimana di grazia, era una chiusura talmente ben scritta che sospetto l’abbia organizzata Riitta.

Poi sei ore di navigazione, che sono state il vero epilogo e insieme il primo antipasto del rientro. Perché la nave che fa scalo a Mariehamn è una di quelle da crociera della linea Stoccolma–Turku, dodici ponti di ristoranti, negozi e moquette, e dentro c’era il mondo da cui mancavo da una settimana. Non un vociare caotico, per carità, eravamo pur sempre nel Baltico. Ma c’era lo spettacolino di bordo con le luci colorate, duty free preso d’assalto, e soprattutto file interminabili e serissime al buffet, viaggiatori di ogni stazza in coda per accaparrarsi ogni ben di dio come se la traversata durasse un mese. Tutto sembrava tornare nella norma. Dopo sette giorni di silenzi e di parole necessarie, l’umanità col vassoio non faceva un bell’effetto, e non infierisco solo perché nel frattempo in quella fila c’ero anch’io, col mio vassoietto. La nave riattraversa per intero l’arcipelago che avevo pedalato in cinque giorni, passando tra le stesse isole, a poche decine di metri dagli stessi scogli, e io me ne sono andato sul ponte a rivedere il film al contrario. Il molo di Hanka in fondo alla sua strada, il campanile di Seili tra gli alberi, le rotte dei traghetti gialli. Il bilancio era in chiaro. Il gomito aveva tenuto, grazie a un gel finlandese e all’acqua fredda del Baltico. Trecento chilometri, quattro isole abitate, uno scoglio con un dio fiorentino, undici traghetti di ogni stazza, una scorta di pane nero di cui risponderò alla bilancia.

Ma la cosa più preziosa che riportavo a casa non pesava e non si dichiara in dogana. Era la conferma di ciò che ero andato a cercare, e che avevo dichiarato in apertura di queste puntate. Una settimana di solitudine scelta, e nemmeno un minuto di isolamento. Perché è questo che ho capito, tra le isole. La solitudine di cui abbiamo paura, quella che i sondaggi misurano e i governi cominciano a trattare come un’epidemia, è un’altra cosa, è la condizione di chi è pieno di connessioni e vuoto di legami, mai solo e sempre isolato. Lassù ho vissuto l’esatto contrario. Giornate intere senza parlare, e pochi incontri più veri di mille conversazioni, perché le persone che sanno stare in silenzio, ricordiamocelo sempre, sono anche le uniche che sanno ascoltare. Britta e le sue dieci parole necessarie mi hanno detto più cose di tanti fiumi di chiacchiere che frequento per mestiere. Le solitudini, quando si incontrano, non si parlano addosso. Si ascoltano, che è la cosa che stiamo smarrendo.
Sull’aereo di ritorno da Helsinki ho fatto l’unico bilancio che mi interessava davvero. Questo viaggio, da giovane, non l’avrei capito. Avrei pedalato più forte, certo, e senza gomito dolorante. Ma una settimana di isole quasi disabitate, di traghetti lenti e di giornate senza parlare mi sarebbe sembrata tempo perso, mi sarei annoiato. Per stare bene da soli servono anni di esperienza e di vita, e questo me lo segno tra i vantaggi dell’età. Vivaddio, non sono molti, ma quelli giusti vanno valorizzati.

Un’ultima cosa. La spedizione aveva due code mediterranee, la partenza da Bari dopo le presentazioni del libro tra Puglia e Matera, l’atterraggio a Catania per altre presentazioni in Sicilia, dieci giorni esatti dal Sud Italia al Nord quasi estremo e ritorno. Mentre scrivo da un terrazzo siciliano, ho appena rifatto i piani del rientro. Dovevo tornare a Napoli in nave da Palermo. Ho cambiato con un treno che prendo a fine mattinata, arrivo prima di cena, e poi mi imbarco per Anacapri, dove mi aspetta la famiglia. Ci guadagno poche ore che non mi servono a niente, se non a buttare via qualche euro in più. Ma organizzare un viaggio, l’ho detto all’inizio, è il mio modo di farlo due volte o anche di più. Vatanen, il protagonista del romanzo di Paasilinna, temo che questo non l’avrebbe proprio capito.

(3 — fine)




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Claudio Velardi

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