Con la Via Francigena si rigenerano le aree interne


Roma, 29 maggio 2026 – Canterbury, il Gran San Bernardo, Siena, Roma. È la Via Francigena, quei 3.000 chilometri che attraversano l’Europa fino all’Italia. Per la prima volta, le piccole e medie imprese che animano questo cammino avranno la possibilità di accedere a fondi europei diretti: tutto grazie a Detour, l’iniziativa – per cui è attiva una call fino all’1 giugno 2026 – finanziata dall’Ue nell’ambito del programma Smp/Cosme che mette a disposizione contributi a fondo perduto fino a 25.000 euro a copertura totale di progetti che puntino sulla valorizzazione del territorio. Sono coinvolti quattro Paesi: Grecia, Bulgaria e Turchia e Italia. La svolta è il meccanismo “lump sum”. “Vuoi installare pannelli solari? Avviare un servizio di noleggio bici? Realizzare colonnine di ricarica? Il finanziamento si basa su quello, non sulla rendicontazione minuta delle spese”, ci spiega Luca Bruschi, direttore dell’Associazione Europea delle Vie Francigene (AEVF), l’ente con sede a Fidenza che da 25 anni lavora alla valorizzazione dell’itinerario.

La Via Francigena

Bruschi, ci racconti anzitutto cos’è la Via Francigena e chi sono queste imprese che la abitano?

“Guardiamo al tratto italiano. Copre città medie come Vercelli, Pavia, Piacenz, ma anche borghi, zone rurali, le aree interne, e poi Roma. Lungo il cammino lavorano molte tipologie di piccole o microimprese: strutture ricettive come ostelli, B&B, agriturismi e hotel, ristoranti, bar, ma anche chi eroga servizi come tour operator, guide, trasporto bagagli – sempre più richiesto – noleggio bici, attività culturali ed enogastronomiche. Tutte attività molto radicate nel territorio, che contribuiscono in modo diretto all’esperienza del pellegrino e del camminatore”.

La Via Francigena

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Che genere di difficoltà riscontrano questi operatori?

“In primo luogo, è difficile strutturare offerte turistiche integrate. C’è il tema della stagionalità, della frammentazione tra operatori, della limitata capacità di promozione digitale e, in alcuni casi, della mancanza di strumenti per rispondere ai nuovi bisogni come l’internazionalizzazione dei camminatori. Una cosa banale come parlare inglese può essere già un ostacolo notevole. Poi c’è la gestione di target diversi”.

Chi sono e quanti sono i pellegrini della Via Francigena?

“Vengono da 60 Paesi in tutto il mondo. Nel 2025 abbiamo distribuito circa 20.000 credenziali ufficiali – il passaporto del pellegrino – ma, considerando chi non le utilizza, stimiamo circa 60.000 camminatori che hanno percorso almeno un tratto consistente della Francigena, con una ricaduta economica superiore ai 25 milioni di euro nelle aree attraversate. Certo, i pellegrini italiani sono tanti, ma anche la quota straniera è alta, specie extraeuropea: americani in primis, giapponesi, con esigenze molto diverse”.

La Via Francigena

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In questo contesto si inserisce il progetto Detour, che propone il meccanismo “lump sum”. Ci racconti come funziona.

“Per la Via Francigena italiana, il tratto pilota interessato dalla call è quello che va da Pavia a Roma, con una fascia di rispetto di 10-15 km dal percorso. Con il meccanismo ‘lump sum’ il sostegno economico ai progetti vincitori viene erogato sotto forma di contributo forfettario e l’attenzione si concentra sulla realizzazione degli obiettivi – la fase di attuazione sarà tra settembre 2026 e maggio 2027. Per un’impresa spesso a gestione familiare, questo cambio di approccio fa un’enorme differenza: riduce la complessità amministrativa e rende il finanziamento europeo finalmente accessibile a chi, fino ad oggi, spesso rinunciava perché la burocrazia era oggettivamente troppo difficile da gestire. Almeno per quanto riguarda l’Italia, è la prima volta che un meccanismo di questo tipo si riversa su questa tipologia di operatori”.

La Via Francigena

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Come si è strutturato?

“Su più livelli. Il primo ha preso il nome di ‘Train the Trainer’: tra settembre e novembre 2025 abbiamo ‘formato i futuri formatori’, professionisti nell’ambito del turismo lento. In totale 32 formatori a livello europeo, di cui 11 italiani, il gruppo nazionale più numeroso. Il secondo livello si è rivolto direttamente alle pmi, tra gennaio e aprile 2026: 120 piccole e medie imprese in Europa, 34 in Italia lungo il tratto Pavia-Roma che hanno ricevuto formazione gratuita su accessibilità, digitalizzazione, sostenibilità e turismo esperienziale. In più, ciascuna aveva a disposizione alcune ore di consulenza individuale”.

Dalla raccolta di proposte che avete visionato, che quadro emerge?

“Arrivano idee di qualità, incentrate su temi come il benessere, il bici-turismo, la gastronomia inclusiva – penso a ristoranti che strutturano menù per persone con intolleranze alimentari, celiachia, diabete, perché oggi un camminatore sceglie anche la tappa in base a questo. E poi l’energia, l’accessibilità per persone con mobilità ridotta, la digitalizzazione”.

La Via Francigena

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Sulle decine di candidature, ne verranno selezionate 12 per l’Italia.

“Penso che metteremo nel cassetto i progetti che non rientreranno nei finanziamenti Detour per tenerli come riferimento in occasioni future: La Francigena ha un grandissimo potenziale, ma per molte pmi è ancora necessario trasformare il passaggio dei camminatori in un’opportunità economica più stabile e duratura”.

Questi territori cosa ci guadagnano?

“Il turismo lento genera già oggi un’economia diffusa, l’opposto del turismo di massa: in Italia quasi il 90% dei flussi si concentra su tre o quattro grandi città, mentre la Francigena fa il contrario – li distribuisce in aree rurali, piccoli comuni, frazioni, lungo 90 tappe. Ognuna è un’opportunità per strutture ricettive familiari, ristoranti, guide, artigiani. Detour aiuta queste imprese a creare servizi più forti, più visibili, più sostenibili e le mette in rete. Il risultato è un aumento della permanenza media dei visitatori e una maggiore destagionalizzazione – sulla Francigena si cammina soprattutto a marzo, aprile, maggio poi settembre, ottobre, ma al Sud anche a dicembre si può andare a maniche corte. Flussi che oggi in parte si perdono e che invece potrebbero tradursi in opportunità economiche stabili”.

Che genere di risposta arriva delle comunità toccate dal percorso?

“Qualcosa che va oltre l’economia: una coesione profonda tra il cammino e l’identità locale. Le comunità dei borghi sono fiere di vedere i pellegrini passare, si sentono parte di qualcosa di più grande. La Francigena è, direi, uno strumento di rigenerazione economica, ma anche culturale e sociale, nelle aree interne. È già quello che sta facendo – e progetti come Detour lo rendono più strutturato e duraturo”.

Cosa auspicate per il futuro?

“Che questi modelli si possano replicare su altri itinerari europei, e che strumenti simili vengano rafforzati a livello regionale, nazionale ed europeo. Penso a Erasmus Plus o Interreg, che potrebbero adottare questo tipo di approccio. Del resto, stiamo già lavorando in questa direzione: abbiamo appena presentato la candidatura per un nuovo progetto europeo, ‘Roads to Rome’, sempre nell’ambito del programma Cosme. Aspettiamo l’esito dopo l’estate – incrociamo le dita”.


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