Quando un appalto pubblico si interrompe per grave inadempimento dell’impresa, la stazione appaltante può escutere la garanzia definitiva senza limiti di tempo? Oppure deve prima compiere specifici adempimenti tecnici per “fotografare” lo stato dei lavori?
La Cassazione, con la sentenza n. 33567/2025, affronta un tema molto complesso: il rapporto tra risoluzione del contratto, collaudo, stato di consistenza e estinzione della garanzia definitiva.
In caso di risoluzione per inadempimento dell’appaltatore, la stazione appaltante non deve procedere al collaudo in senso proprio, perché il collaudo presuppone il completamento dell’opera. Tuttavia, deve redigere lo stato di consistenza dei lavori eseguiti e l’inventario di materiali, macchine e mezzi d’opera. Se tale attività non si conclude entro 6 mesi dalla comunicazione della risoluzione, la garanzia si estingue.
Il caso: lavori interrotti e polizza fideiussoria escussa dal Comune
La vicenda nasce da un appalto pubblico relativo ai lavori di riqualificazione e adeguamento di un palasport comunale. Il Comune aveva risolto il contratto per grave e reiterato inadempimento dell’appaltatore e, successivamente, aveva agito per escutere la polizza fideiussoria prestata a garanzia degli obblighi contrattuali.
Il garante e l’impresa si erano opposti al decreto ingiuntivo ottenuto dal Comune. In primo grado l’opposizione era stata respinta; in appello, invece, la Corte territoriale aveva revocato il decreto ingiuntivo, ritenendo estinta la garanzia perché non risultava conclusa entro il termine di 6 mesi la redazione dello stato di consistenza dei lavori e dell’inventario dei materiali.
Il ragionamento della Corte d’appello era fondato su una sostanziale equiparazione tra stato di consistenza e collaudo parziale: se il collaudo deve chiudersi entro 6 mesi, anche lo stato di consistenza, ritenuto equivalente nella fase patologica dell’appalto, avrebbe dovuto rispettare lo stesso limite temporale.
I motivi di ricorso del Comune
Il Comune ha contestato la decisione d’appello sostenendo, in sintesi, tre argomenti:
- il primo riguardava la presunta errata equiparazione tra collaudo e stato di consistenza. Secondo il Comune, in caso di risoluzione per inadempimento dell’appaltatore, il collaudo parziale può essere impedito proprio dalla condotta dell’impresa; per questo non sarebbe corretto far derivare automaticamente l’estinzione della garanzia dal mancato collaudo o da un adempimento assimilato al collaudo;
- il secondo motivo atteneva alla prova documentale: secondo il Comune, dagli atti risultava comunque la redazione dello stato di consistenza entro i termini;
- il terzo motivo riguardava la natura della garanzia. Il Comune sosteneva che, trattandosi di contratto autonomo di garanzia, il garante non avrebbe potuto ottenere la restituzione delle somme, ma avrebbe dovuto eventualmente agire in regresso contro il debitore principale.
Collaudo e stato di consistenza non sono la stessa cosa
La Cassazione accoglie il punto più delicato della questione: collaudo e stato di consistenza non coincidono.
Il collaudo ha una funzione tecnico-valutativa: serve a verificare e certificare che l’opera sia stata eseguita a regola d’arte, secondo il progetto, le prescrizioni tecniche, il contratto e le eventuali varianti. La Corte sottolinea che questa nozione resta sostanzialmente invariata anche nel nuovo Codice dei contratti pubblici, richiamando l’art. 13 dell’Allegato II.14 al D.Lgs. 36/2023.
Lo stato di consistenza, invece, ha una funzione diversa: non certifica la corretta ultimazione dell’opera, ma fotografa ciò che è stato eseguito al momento della risoluzione, insieme a materiali, macchine e mezzi presenti in cantiere. È quindi un atto descrittivo e ricognitivo, decisivo nella fase patologica dell’appalto, ma non sovrapponibile al collaudo.
Perché il collaudo non è dovuto in caso di grave inadempimento
Secondo la Cassazione, quando i lavori sono interrotti a causa dell’inadempimento dell’appaltatore, non può pretendersi dalla stazione appaltante un collaudo in senso proprio. Il collaudo presuppone infatti la prosecuzione del rapporto e il compimento dell’opera. Se l’opera non è ultimata perché il contratto è stato risolto, manca il presupposto tecnico e giuridico del collaudo.
La Corte richiama l’orientamento secondo cui l’obbligo di procedere al collaudo viene meno quando la condotta dell’impresa impedisce o ostacola lo svolgimento delle operazioni. In caso di grave inadempimento, imporre alla PA di certificare un’opera non conclusa e contestata significherebbe attribuire all’appaltatore inadempiente un vantaggio ingiustificato.
Questo non significa, però, che la stazione appaltante possa restare inattiva.
La decisione della Cassazione: garanzia estinta se lo stato di consistenza non si conclude entro 6 mesi
La Suprema Corte conferma il rigetto del ricorso del Comune, ma corregge la motivazione della Corte d’appello. Il risultato pratico è lo stesso: la garanzia si estingue. La ragione, però, non è l’equiparazione automatica tra stato di consistenza e collaudo. Secondo la Cassazione, non si può applicare per analogia diretta la disciplina del collaudo allo stato di consistenza, perché i due istituti hanno presupposti e finalità differenti, come appena visto.
La soluzione viene invece fondata sull’analogia iuris, cioè sui principi generali dell’ordinamento: buona fede, correttezza, necessità di evitare che il garante resti esposto indefinitamente, dovere del creditore pubblico di attivarsi entro un termine ragionevole.
Da qui il principio operativo: dalla comunicazione della risoluzione decorre l’onere di compiere tempestivamente gli atti necessari, in particolare lo stato di consistenza. Se lo stato di consistenza non è concluso entro 6 mesi dalla comunicazione, le garanzie si estinguono. Non basta avviare le operazioni: occorre portarle a termine.
Leggi l’approfondimento: La garanzia definitiva nel nuovo codice appalti
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Giusi Rosamilia
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