la parabola dell’uomo che non voleva (solo) essere leader


Madrid – Nelle elezioni del 2004 che si tennero nei due Paesi a breve distanza, la penisola iberica cambiò assieme governo passando da popolari, in Spagna, e socialdemocratici, in Portogallo, vale a dire due partiti di centrodestra, ai socialisti: José Luis Rodriguez Zapatero a Madrid e Antonio Guterres (attuale segretario generale dell’Onu) a Lisbona. Sembrò che da Occidente partisse un vento riformista che potesse travolgere a lungo il Continente. Era un periodo difficile dal punto di vista economico e militare, un po’ come ora: era in corso la guerra in Iraq, il conflitto israelo-palestinese viveva uno dei suoi momenti più caldi, l’Afghanistan dei Talebani faceva paura, nel Pakistan nord occidentale era in corso una vera e propria guerra civile.

Anche in quegli anni il costo dell’energia guardò in su. Zapatero fece una dura campagna elettorale contro i Popolari di José Maria Aznar fondata “sulle bugie che stanno dicendo a tutto il popolo: non fatevi prendere in giro” e ribaltò il risultato del 2000: il Partito socialista operaio spagnolo passò dal 34 al 42% guadagnando 39 seggi mentre l’ex premier scese dal 45 al 38% perdendone 35.

Pedro Sanchez con l’ex premier spagnolo Jose Luis Rodriguez Zapatero

La vittoria di Zapatero fu netta: il leader aveva allora 44 anni e davanti a sé vedeva una fulgida carriera in fondo cominciata quando a 16 anni prese la tessera del partito senza dirlo in famiglia. Una scalata alla Moncloa che sembrava non avesse limiti di tempo, tanto il vento in poppa di questo “conservatore di sinistra”, come veniva da molti definito, sembrava spirare senza interruzioni.

E infatti nel 2008 il partito, con il motto “Con Z de Zapatero”, confermò i risultati precedenti e guadagnò il suo secondo mandato che però non venne portato a termine: la pesante crisi economica che travolse la Spagna, con la bolla immobiliare e la speculazione edilizia, convinse l’uomo di Valladolid a indire elezioni anticipate di un anno nelle quali non si ripresentò: il suo delfino ed ex ministro dell’Interno, Alfredo Perez Rubalcaba, a novembre 2011 venne sconfitto nettamente dal nuovo leader dei Popolari, l’intransigente e religiosissimo Mariano Rajoy.

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Sette anni che però sconvolsero il mondo iberico e la sinistra europea della quale Zapatero rappresentava un’interpretazione tutta sua. Sette anni nei quali molte riforme fatte dal governo del Psoe sono rimaste indelebili nella mente delle persone, come le riforme della Tv che andavano in senso contrario a ciò che accadeva con Berlusconi in Italia, tanto che Sabrina Guzzanti titolò il suo programma di satira “Viva Zapatero”. Ma soprattutto la riforma del diritto civile e le politiche sull’immigrazione, andando in un certo senso in direzione opposta, definirono quel Zapaterismo che in fondo – e questo ovviamente non va al momento a vantaggio dell’attuale premier spagnolo – è ancora nella testa di Pedro Sanchez, da molti considerato il delfino per eccellenza di Zapatero e appunto per questo a rischio di naufragio dopo le tegole giudiziarie cadute sull’ex leader e la sua famiglia.

Al di là della cronaca, vanno ricordate le frasi più emblematiche di Zapatero proprio sui due provvedimenti che maggiormente hanno squassato un Paese così cattolico come la Spagna, la cui regina è una delle poche a potersi vestire di bianco di fronte al Papa, anche se a José Luis piaceva re Juan Carlos che definiva “praticamente un repubblicano”. Le posizioni più estreme di Zapatero erano dunque sulla famiglia e sull’immigrazione, che già al tempo colpiva moltissimo le Spagna con la cosiddetta “rotta delle Canarie”.

Sulla famiglia la liberalizzazione dei matrimoni omosessuali fu il passo più audace. Disse dopo il suo provvedimento: “Riconosciamo oggi in Spagna il diritto a contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso. spinti da due forze inarrestabili: la libertà e l’uguaglianza”. E ancora: “Diventai popolare per il ritiro delle truppe dall’Iraq e per l’allargamento dei diritti sociali. Le chiamarono leggi sexy, ma matrimoni gay, aborto, diritti delle donne sono conquiste democratiche talmente radicate che la destra non le ha cancellate”. E a chi, i vescovi, lo chiamò relativista, contestava la “gentilezza” di non definirlo eretico.

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Poi l’immigrazione, combattuta con la determinazione che la sicurezza sia un problema della sinistra: “Quando arrivano emigranti illegali ci sono solo due opzioni possibili: o li lasciamo entrare o li rimpatriamo. La nostra opzione è quella di rimpatriarli”. E addirittura in alcuni casi di sparare sulle carrette dei mari. Decisioni prese perché “la sicurezza del Paese e dei cittadini viene prima di tutte le altre cose”. Un eretico della religione o un eretico della sinistra? Lui aspirava a una sola legittimazione: “Non voglio che mi dicano che sono un grande leader, ma che sono un grande democratico”; infatti si vantava di sostenere in ogni cosa la parità fra i sessi, con la quale “è più facile combattere il terrorismo”.

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Una visione avanzata in quegli anni in cui Zapatero sembrava non dovesse finire mai avendo ottenuto anche un grande riscontro a livello europeo (e avendo guidato i Consiglio a Bruxelles). Caduto il suo governo, nel 2011 non si ricandidò neppure come deputato chiudendo la sua carriera alle Cortes; l’anno successivo lasciò anche la guida del Psoe che aveva ottenuto nel 2000 dopo la debacle elettorale e l’elezione del grande nemico Aznar. Quei primi quattro anni rampanti fecero la storia del socialismo, i sette di governo sono stati alterni. Ora il rischio è che a 66 anni – che compirà il 4 agosto – Zapatero perda anche quell’aurea di santo laico che lo aveva avvolto negli anni del trionfo trascinando con sé i suoi tifosi di tutta Europa.


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