Roma, 18 maggio 2026 – L’intelligenza artificiale non è più una promessa tecnologica né un esperimento confinato ai reparti innovazione. È già dentro il lavoro quotidiano, spesso senza un vero ingresso ufficiale, senza corsi, senza policy aziendali, senza una piena consapevolezza dei rischi. È il nuovo collega invisibile: aiuta a scrivere, sintetizzare, cercare informazioni, preparare report, organizzare idee, prendere decisioni. Ma proprio perché è entrata prima nelle pratiche che nelle regole, sta cambiando il lavoro più rapidamente di quanto aziende, professionisti e istituzioni riescano a governare. La fotografia arriva dalla ricerca della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, realizzata tra aprile e maggio su 840 lavoratori che già utilizzano strumenti di IA. Il dato più significativo è che quasi otto utilizzatori su dieci, il 79,3%, appartengono alle professioni più qualificate: intellettuali, scientifiche, tecniche e manageriali. L’IA, dunque, non sta agendo solo sui lavori ripetitivi o manuali, come spesso si è immaginato nel dibattito pubblico. Sta entrando nel cuore delle professioni della conoscenza, cioè là dove si producono analisi, testi, decisioni, relazioni, consulenze, contenuti e valore immateriale. Il quadro italiano si inserisce in una trasformazione più ampia. Secondo Istat, nel 2025 il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti utilizza almeno una tecnologia di intelligenza artificiale, il doppio rispetto all’8,2% del 2024 e oltre tre volte il 5% del 2023. Nelle Pmi l’uso sale dal 7,7% al 15,7%, mentre nelle grandi imprese raggiunge il 53,1%. È la prova che l’adozione corre, ma anche che il divario dimensionale resta forte: l’IA avanza, però non tutte le imprese hanno la stessa capacità di integrarla, controllarla e trasformarla in produttività stabile.
Dal compito al processo
Il salto più importante riguarda l’intensità d’uso. Il 68,7% degli intervistati utilizza l’IA ogni giorno e, tra questi, il 21,6% dichiara di farlo costantemente. Non si tratta più, quindi, di uno strumento consultato ogni tanto per abbreviare una ricerca o sistemare un testo. L’IA entra nel processo di lavoro: accompagna la costruzione di documenti, la preparazione di report, la scrittura di e-mail, traduzioni, presentazioni, analisi dati, brainstorming e supporto alle decisioni. Le attività più frequenti sono la ricerca e sintesi di informazioni, indicate dal 79% degli utilizzatori, e l’elaborazione di documenti e report, al 67,1%. Seguono la scrittura di testi, e-mail e traduzioni, al 55,3%, l’organizzazione di idee e il supporto alle decisioni, al 36%, la preparazione di presentazioni, al 35,3%, e l’analisi dati, al 31,6%. Più l’uso diventa quotidiano, più l’IA si sposta da funzioni esecutive a funzioni cognitive: tra gli utilizzatori giornalieri la impiega per documenti e report il 76,2%, contro il 47% degli occasionali; per idee e decisioni il 40,5%, contro il 25,9%; per brainstorming e generazione di concept creativi il 31,3%, contro l’11,5%. È qui che la trasformazione diventa più profonda. L’IA non sostituisce soltanto tempo macchina a tempo umano. Cambia la sequenza stessa del lavoro: prima si partiva da una pagina bianca, da una ricerca autonoma, da una riunione, da un confronto con un collega. Ora spesso si parte da una proposta generata dall’algoritmo. Il lavoratore non produce più soltanto: seleziona, corregge, valida, integra. E questa nuova funzione di controllo richiede competenze più alte, non più basse.
Il paradosso della formazione fai da te
Il problema è che questa trasformazione avviene in larga parte senza formazione strutturata. Il 92,5% degli utilizzatori dichiara di essersi avvicinato all’IA in modo informale, sperimentando direttamente sul campo. Il 24,4% ha utilizzato tutorial, video, guide o articoli online. Solo il 18,8% ha partecipato a corsi organizzati dal datore di lavoro. È il paradosso italiano dell’innovazione: la tecnologia entra dal basso, per necessità e curiosità individuale, ma raramente viene accompagnata da un investimento organizzativo proporzionato. Le conseguenze si vedono. Solo il 14,5% degli intervistati si sente pienamente preparato a utilizzare l’IA; il 47% abbastanza; il 38,5% ammette di non saperla usare in modo efficace. Questo significa che una quota rilevante di lavoratori sta già delegando pezzi del proprio lavoro a strumenti che non padroneggia del tutto. Non è un dettaglio tecnico: è una questione di responsabilità professionale, sicurezza dei dati, qualità degli output e tutela dell’impresa. Anche il quadro regolatorio europeo spinge in questa direzione. L’AI Act è entrato in vigore il primo agosto 2024 e sarà pienamente applicabile dal 2 agosto 2026, con alcune disposizioni già operative, comprese quelle sull’alfabetizzazione all’IA dal febbraio 2025 e gli obblighi sui modelli di IA generale dal 2 agosto 2025. Dal 2026 diventeranno centrali anche gli obblighi di trasparenza verso chi interagisce con sistemi di IA o con contenuti generati e manipolati artificialmente.
Più veloci, più produttivi, ma non meno occupati
Dal lato dei benefici, la ricerca non lascia molti dubbi. Il 90,7% degli intervistati segnala almeno un cambiamento nel proprio modo di lavorare. Il 60,2% lavora più velocemente, il 40,4% trova più facilmente soluzioni o idee, il 34,6% ritiene migliorata la qualità del proprio lavoro o degli output prodotti. Il 29,2% dedica meno tempo ad attività ripetitive, il 28,2% riesce a gestire più attività contemporaneamente, il 23,7% dichiara di aver appreso nuovi contenuti e competenze. Il dato più rilevante riguarda la produttività: il 71,4% degli intervistati la considera aumentata grazie all’IA, percentuale che sale all’81,4% tra gli utilizzatori quotidiani. È un’indicazione importante per un Paese che da anni convive con una crescita debole della produttività del lavoro e con una difficoltà strutturale a trasformare innovazione tecnologica in crescita salariale e competitività diffusa. Ma qui emerge il secondo paradosso. La produttività aumenta, e il tempo di lavoro?. Per il 54,8% degli intervistati il tempo complessivamente dedicato al lavoro è rimasto invariato; solo il 16,2% segnala una diminuzione, mentre quasi il 30% dichiara addirittura un aumento. L’IA accelera le mansioni, ma non libera automaticamente tempo. Anzi, può alzare l’asticella: più output, più richieste, più velocità attesa, più pressione implicita. È il rischio classico delle tecnologie produttive quando vengono introdotte senza un patto organizzativo: l’efficienza non si traduce in benessere, ma in intensificazione.
Lavoratori più soddisfatti, ma più vulnerabili
La ricerca mostra anche una dimensione positiva spesso sottovalutata: l’IA può aumentare l’interesse per il lavoro. Il 34,3% degli intervistati dichiara che soddisfazione e interesse sono cresciuti da quando utilizza questi strumenti; tra gli utilizzatori quotidiani la quota sale al 44,6%. Il motivo è intuitivo: se l’IA riduce alcune mansioni ripetitive, aiuta a superare blocchi operativi, offre spunti e accelera le fasi preliminari, il lavoro può apparire più ricco e meno meccanico. Ma l’altra faccia è la vulnerabilità. Il 54,3% degli intervistati si sente più efficiente, ma anche più esposto al rischio di errore. Solo l’8,2% dichiara di fidarsi molto dei risultati prodotti dall’IA; il 55,2%…
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