Una domanda non riesce ancora a trovare risposte chiare nelle statistiche ufficiali italiane: quante sono le persone che ogni giorno si prendono cura gratuitamente di un familiare malato, disabile o non autosufficiente? L’Istat ne stima circa 7 milioni quando guarda a chi assiste persone in condizioni gravi e di non autosufficienza[1]. L’ultimo report dell’Istituto di statistica, pubblicato il 21 luglio 2026 e dedicato agli aiuti informali, allarga ulteriormente il perimetro contando 12,3 milioni di adulti, pari al 24,9%[2], che prestano assistenza a familiari e amici anziani, non autosufficienti o con disabilità.
Cresce il numero degli anziani e insieme crescerò quello dei caregivers
Che si tratti di una funzione indispensabile lo dicono i dati demografici: nel 2026 gli over 65 hanno raggiunto i 14,8 milioni – pari al 25,1% della popolazione – e gli anziani non autosufficienti sono stimati in oltre 4 milioni, in crescita costante. Di fronte a questa domanda di assistenza la risposta pubblica si sta muovendo nella direzione opposta, con la spesa pubblica per le cure di lungo termine destinata agli anziani, in rapporto al Pil, scesa dall’1,43% del 2020 all’1,18% nel 2024[3] e la perdita in quantità, non è compensata da incrementi nella qualità. Le ore complessive di assistenza domiciliare integrata sono aumentate dell’11% rispetto al 2022, ma le ore medie annue per paziente sono scese da 18 nel 2019 a 14 nel 2023 — poco più di un’ora al mese —; inoltre, più della metà della spesa pubblica (51,7%) consiste in trasferimenti monetari come l’indennità di accompagnamento, denaro che consegna alle famiglie la responsabilità di organizzarsi da sole. Ne deriva un sistema che si regge su due pilastri privati: i/le badanti, stimati in poco più di un milione, cui si rivolge circa un terzo degli anziani over 75 non autosufficienti, e i familiari, che rispondono alla restante parte dei bisogni di cura. Nel secondo caso, il carico non si distribuisce uniformemente, ma vede le donne occuparsi del 71% del lavoro domestico e di cura non retribuito[4]; squilibrio testimoniato anche dalle 15,4 milioni di giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne nel 2024, contro le 2,8 milioni richieste dagli uomini[5] e dal 94% sul totale delle dimissioni motivate da carenze dei servizi di cura convalidate a lavoratrici donne, contro un residuale 6% riferito agli uomini[6]. Questi dati, pur non riconducibili esclusivamente all’assistenza a persone anziane e disabili, raccontano bene la disuguaglianza di genere nella distribuzione del lavoro di cura.
I nuovi caregiver: giovani sotto i 25 anni di età
C’è poi un segmento nella popolazione dei caregiver sul quale l’attenzione si sta concentrando solo recentemente e che sta ridefinendo l’immagine classica del caregiver di mezza età che si occupa dei genitori anziani: si tratta di giovani sotto i 25 anni chiamati ad assistere nonni, genitori o fratelli. Secondo l’Indagine europea sulla salute dell’Istat, già nel 2015 circa 391mila giovani tra i 15 e i 24 anni, pari al 6,6% della popolazione in quella fascia d’età, fornivano almeno una volta alla settimana cure o assistenza a familiari non autosufficienti [7] e, nel loro caso, il prezzo da pagare è particolarmente alto. In termini di salute mentale, il progetto ME-WE[8] finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito di Horizon 2020, ha stimato che il 19% degli adolescenti caregiver italiani riferisce problemi di salute mentale collegati alle responsabilità di cura e che il 9% riporta pensieri di autolesionismo, mentre sul fronte occupazionale, in un momento storico segnato da una profonda crisi del mercato del lavoro giovanile, iniziare precocemente a prendersi cura dei familiari si traduce in traiettorie interrotte sul nascere che nessuna statistica riesce a cogliere con precisione e che condizionano le possibilità future.
Il ddl “Locatelli”: un tentativo di colmare un vuoto normativo
Sul vuoto normativo, dopo oltre dieci anni di discussioni e più di trenta proposte rimaste senza esito, nel 2026 il legislatore ha presentato in Parlamento un disegno di legge[9] – attualmente all’esame della Camera ‒ sul riconoscimento e la tutela del caregiver familiare, il cosiddetto ddl “Locatelli” nel quale confluiranno le oltre dieci proposte abbinate. Il provvedimento arriva dopo una duplice sollecitazione esterna che ha reso l’inerzia italiana difficilmente sostenibile. La prima è arrivata dal Comitato Onu per i diritti delle persone con disabilità che, chiamato a pronunciarsi su un ricorso individuale promosso da una caregiver e dai suoi familiari assistiti, ha accertato che l’Italia non garantisce a chi presta assistenza un quadro giuridico adeguato, qualificando come “discriminazione per associazione” l’impossibilità per la ricorrente di accedere al mercato del lavoro a causa del proprio ruolo di cura e chiedendo allo Stato di modificare la propria legislazione e di garantire alle persone con disabilità e alle loro famiglie servizi individualizzati e di comunità, sostegni economici, consulenza e misure di sollievo[10]. Nella medesima direzione, per via giurisdizionale e con efficacia vincolante, è intervenuta la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza dell’11 settembre 2025 in una causa originata da un rinvio pregiudiziale della Corte di cassazione italiana sollevato nel caso di un’operatrice di stazione che aveva chiesto di essere assegnata in modo permanente a un turno compatibile con l’assistenza al figlio disabile. I giudici europei hanno stabilito che il divieto di discriminazione indiretta fondata sulla disabilità si applica anche al lavoratore che disabile non è, ma che subisce uno svantaggio a causa dell’assistenza prestata al parente disabile, e hanno posto in capo al datore di lavoro l’obbligo di adottare accomodamenti ragionevoli, entro il limite dell’onere sproporzionato[11].
Il ddl definisce per la prima volta in modo organico la figura del caregivere individua quattro differenti profili
Il ddl definisce per la prima volta in modo organico la figura del caregiver e la articola in quattro profili graduati sull’intensità dell’impegno: il caregiver prevalente, convivente con un carico assistenziale pari o superiore a 91 ore settimanali, poco meno di 13 ore al giorno; il convivente con un carico fra 30 e 90 ore; il non convivente con almeno 30 ore, purché residente nello stesso Comune o entro 25 chilometri e il caregiver con impegno ridotto, fra 10 e 29 ore settimanali. Il riconoscimento della qualifica è affidato all’Inps, che dovrà rendere operativa una piattaforma dedicata. Pur trattandosi di una novità necessaria, non solo ai fini statistici, ma soprattutto per il riconoscimento dei diritti di chi sacrifica lavoro e tempo libero per assolvere funzioni di cura, permangono lacune sul piano finanziario. La Legge di bilancio ha stanziato circa 257 milioni di euro l’anno per il biennio 2027-2028 da destinare ai caregiver, mentre per il 2026 poco più di un milione è destinato alla costruzione della piattaforma e nulla è previsto per chi presta lavoro di cura. Il contributo economico, per un massimo di 1.200 euro a trimestre, spetterà esclusivamente al profilo prevalente e a condizione che non svolga attività lavorativa o resti entro 3.000 euro lordi annui e che l’ISEE non superi i 15.000 euro. Le associazioni[12] hanno fatto i conti: 400 euro al mese per almeno 91 ore settimanali di assistenza equivalgono a poco più di un euro l’ora e requisiti così stringenti, disegnano un beneficiario che ha già rinunciato a tutto. La critica più severa riguarda però il perimetro entro cui si applica il provvedimento: vincolare il sostegno economico alla convivenza e alla dedizione pressoché totale rischia di premiare il modello di cura più totalizzante, proprio mentre la realtà va in direzione opposta[13]. Inoltre, la legge, condizionando il contributo economico alla quasi totale assenza di reddito da lavoro, rischia di consolidare un sistema in cui le funzioni di cura sono associate alla rinuncia all’occupazione. Tutto questo colpirebbe una platea in gran parte femminile, già svantaggiata nel mercato del lavoro ed è esattamente quello che una buona politica di sostegno dovrebbe evitare.
Quando il welfare lo fanno le famiglie: la necessità di inquadrare, anche lavorativamente ed economicamente, l’esercito dei caregiver
Disciplinare la figura del caregiver, certificarne il ruolo, riconoscerne le competenze ai fini del conseguimento del profilo di operatore sociosanitario, introdurre strumenti di flessibilità lavorativa e inserirli formalmente nel sistema assistenziale sono indubbiamente passi fondamentali, ma che non alleggeriscono il carico richiesto a chi svolge queste funzioni continuando a delineare un sistema di welfare che poggia ancora troppo sulla disponibilità delle famiglie, in particolare delle donne. Si tratta di un sistema destinato a collassare sotto il peso dalla demografia stessa, che sta moltiplicando il carico su famiglie sempre più piccole, figli più lontani con risorse più limitate rispetto al passato.
Il censimento tramite Inps sarà quindi utile nella misura in cui riuscirà a trasformare i numeri in politiche. Quando la piattaforma avrà restituito una mappa reale di chi cura, per quante ore e in quali condizioni, sarà forse più difficile continuare a trattare il lavoro di cura familiare come una risorsa gratuita e inesauribile e diventerà misurabile ciò che oggi si può solo intuire: quanto costa, in salute, reddito e libertà delle persone, il risparmio che il sistema pubblico realizza ogni giorno grazie all’esercito dei caregiver.
[1] Istat, Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia e nell’Unione europea – Indagine EHIS 2019.
[2] Istat, Aiuti dati, ricevuti e reti di solidarietà – Anno 2024, luglio 2026.
[3] CERGAS SDA Bocconi–Essity, Osservatorio Long Term Care, 8° Rapporto 2026.
[4] Organizzazione internazionale del lavoro – Federcasalinghe, Il lavoro di cura non retribuito in Italia. Risultati dell’indagine OIL-Federcasalinghe: messaggi principali, Ufficio OIL per l’Italia e San Marino, 2025.
[5] INPS, Consiglio di indirizzo e vigilanza, Rendiconto di Genere 2025, febbraio 2026.
[6] Ispettorato Nazionale del Lavoro, Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri, giugno 2026.
[7] Istat, Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia e nell’Unione europea – Indagine EHIS 2015.
[8] Psychosocial Support for Promoting Mental Health and Well-being among Adolescent Young Carers in Europe.
[9] Disposizioni in materia di riconoscimento e tutela del caregiver familiare.
[10] “Caso Bellini e altri contro Italia”, decisione del 3 ottobre 2022, comunicazione n. 3/2022.
[11] L’accomodamento non deve comportare un onere sproporzionato per l’organizzazione, e tale sproporzione va motivata in modo trasparente.
[12] Coordinamento Caregiver Familiari Uniti (CFU), conferenza stampa presso la Camera dei Deputati, Roma, 27 gennaio 2026.
[13] I dati Istat del report Aiuti dati, ricevuti e reti di solidarietà – Anno 2024, pubblicato il 21 luglio 2026 mostrano che l’assistenza si svolge sia all’interno sia all’esterno del nucleo coabitante e una quota di caregiver presta contemporaneamente cura a familiari conviventi e a persone che vivono altrove.
*Mariarosaria Zamboi, ricercatrice dell’Eurispes.
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