Storia della Democrazia Cristiana, il partito che ha governato l’Italia con un disegno politico


Non è facile, né semplice, rileggere la storia, l’esperienza, la testimonianza e il magistero politico, culturale, civile ed istituzionale della Democrazia Cristiana. Un esercizio quasi impossibile perché parliamo del più grande partito italiano dal secondo dopoguerra in poi. Parliamo, cioè, di un partito popolare, di massa, interclassista e di governo che ha esercitato un ruolo decisivo ed essenziale nel nostro paese dall’immediato secondo dopoguerra e sino alla fine del 1993. Un partito che viene raso al suolo con l’esaurirsi della stagione della prima repubblica e il cambiamento radicale dell’assetto politico dopo la valanga di tangentopoli e la cancellazione dei partiti che sino a quel momento avevano governato l’Italia. Ma, per fermarsi alla Democrazia Cristiana, non possiamo non soffermarsi su alcuni aspetti, peraltro decisivi, che hanno caratterizzato quel grande partito popolare e di ispirazione cristiana. Uno dei più grandi e qualificati partiti popolari e di ispirazione cristiana d’Europa.

Innanzitutto la Dc non è mai stato un partito confessionale e, men che meno, clericale. La Dc, come disse più volte lo storico Gabriele De Rosa, è sempre stato “un partito di cattolici e mai il partito dei cattolici”. Non a caso, non si è mai teorizzata l’unità politica dei cattolici, e soprattutto, l’unità politica dei cattolici non è mai stato considerato un dogma. Un grande democratico cristiano, Mino Martinazzoli, noto anche per le sue iperbole, sosteneva a metà degli anni duemila che “l’unità politica dei cattolici non è mai stato un dogma come, del resto, non è mai stato un dogma la diaspora politica dei cattolici”. Un modo semplice, ma efficace, per ribadire che la Dc ha sempre rivendicato la sua laicità. Laicità nel declinare concretamente la sua iniziativa politica e il suo progetto politico anche se, come noto, l’ispirazione cristiana è sempre stata la fonte principale ed inesauribile della sua azione politica e di governo. O meglio, del suo “progetto di società”, come si diceva un tempo. Dopodiché, come ovvio, tutto ciò era possibile perché la classe dirigente della Democrazia Cristiana affondava le sue radici nella cultura cattolica.

Ma proprio quella classe dirigente, espressione di una levatura e di una qualità che non hanno più avuto eguali nella storia democratica del nostro paese, era anche l’espressione concreta e tangibile del pluralismo culturale che ha sempre caratterizzato la storia del movimento cattolico italiano. Cattolicesimo democratico, cattolicesimo popolare e cattolicesimo sociale sono stati i tre asset portanti della classe dirigente della Dc. Con una piccola, seppur marginale, componente integralistica e neo confessionale. Se vogliamo fare, al riguardo, alcuni riferimenti concreti, c’erano diversità strutturali e di fondo, ad esempio, tra il cattolicesimo sociale di Carlo Donat Cattin e l’integralismo conservatore e reazionario – in quegli anni – di Oscar Luigi Scalfaro. Come c’era poco in comune tra la sinistra Dc tecnocratica, salottiera e di potere di Prodi, Andreatta, Umberto Agnelli o Mazzotta che si riuniva attorno all’Arel con la sinistra sociale dello stesso Donat-Cattin, Franco Marini e Sandro Fontana. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare con molti altri leader e statisti dell’epoca. Ho scelto volutamente l’alfa e l’omega per evidenziare un aspetto. E cioè, le varie sensibilità politico e culturali erano anche, e soprattutto, il frutto di quelle diversità che hanno sempre caratterizzato il ruolo dei cattolici impegnati in politica. Ma, al contempo, la laicità della Dc, della sua azione politica e di governo non sono mai stati messi in discussione, a prescindere dalla provenienza culturale dei suoi diversi leader e statisti.

In secondo luogo la natura popolare della Democrazia Cristiana. È inutile, al riguardo, fare della facile ironia. Esercizio, questo, particolarmente caro a tutti coloro che con insistenza indomita e rara faziosità, frutto anche di atavici e radicati pregiudizi politico e culturali, continuano ad individuare nella Dc una sorta di associazione a delinquere o, nella migliore delle ipotesi, solo e soltanto un agglomerato di potere e clientelare. Ora, la Dc ha vinto le elezioni, seppur con alti e bassi, per quasi 50 anni. Democraticamente e liberamente. E questo perché aveva un progetto politico condiviso da milioni di italiani e anche, e soprattutto, perché era un partito profondamente radicato nella società italiana. Ovvero, un grande e riconosciuto partito popolare. Punto di riferimento politico di mondi vitali, di associazioni professionali, di movimenti cattolici, di amministratori locali e liste civiche e in ultimo, ma non per ordine di importanza, di settori culturali, sociali ed economici che individuavano nella Dc il naturale interlocutore politico. Un elemento, questo, che apparteneva specificamente alla Dc e che non si è più ripetuto nella storia democratica del nostro paese. Un partito popolare che esigeva, di conseguenza, una presenza capillare nei paesi, nei villaggi, nelle singole comunità e nelle città. Piccole, medie e grandi. Un tessuto culturale, sociale ed ideale che apparteneva indubbiamente ai grandi partiti popolari dell’epoca: dal PCI al PSI, dai gruppi della sinistra organizzata allo stesso MSI.  Ma la Dc era oggettivamente un partito che vantava una originalità ed una specificità diversi rispetto alle altre organizzazioni politiche dell’epoca. Una presenza che, comunque sia, era anche il frutto della sua identità politica e culturale in quel particolare momento storico. Detto con altre parole, non era soltanto l’ormai celebre “diga anticomunista” ma era anche, e soprattutto, l’espressione più compiuta di un progetto politico che rispecchiava l’evoluzione della società italiana. Un partito, cioè, che era capace di rappresentare segmenti crescenti della società italiana e che cercava, al contempo, di farsi carico delle domande, degli interessi e dei bisogni concreti di larga parte della popolazione. Non solo, quindi, “un partito Stato “ ma anche, e principalmente, “un partito società”.

In terzo luogo la Democrazia Cristiana ha saputo dispiegare, con rara efficacia e capacità, quella che comunemente viene chiamata “cultura di governo”. Un dato che oggi viene riconosciuto non solo da chi ha sempre espresso giudizi positivi sull’esperienza politica della Democrazia Cristiana ma anche dagli storici detrattori. Una cultura di governo che si è identificata con i suoi storici statisti – da De Gasperi a Andreotti, da Fanfani a Moro, da Donat-Cattin a Marcora, da Gaspari a Emilio Colombo, da Gava a Scotti, da Tina Anselmi a De Mita a Rosa Russo Iervolino solo per citarne alcuni. Una cultura di governo che, attraverso la “cultura della mediazione”, la “cultura del confronto” con amici ed avversari, la “cultura della composizione e della concertazione” degli interessi contrapposti con le rappresentanze sociali e la “cultura del rispetto dell’avversario” che non era mai un nemico da annientare e da distruggere, ha saputo concretamente ed efficacemente governare ed amministrare la società italiana. Senza strappi istituzionali e senza mettere in discussione i principi e i valori contemplati nella Costituzione repubblicana.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, la Democrazia Cristiana era un partito che garantiva. Garantiva la governabilità di un paese complesso e articolato come l’Italia; garantiva la conservazione della libertà e della democrazia nel nostro paese; garantiva il rispetto delle istituzioni, di tutte le istituzioni; e infine garantiva il sistema perché era un partito di cui si poteva fidare e che non avrebbe creato strappi a livello europeo ed internazionale. Insomma, con la Dc al governo non si navigava al buio e né, soprattutto, si correva il rischio di radicalizzare il conflitto e lo scontro politico, malgrado le violente contestazioni che piovevano da destra e in modo più marcato e virulento dalle sinistre nelle loro multiformi espressioni. Per queste ragioni, semplici ma oggettive, la Dc non è mai stato un “inciampo della storia” ma, al contrario, un partito che ha saputo essere un luogo politico rassicurante, sicuro, affidabile e normale. Questo è stato, sinteticamente, il segreto del successo politico ed elettorale della Democrazia Cristiana.




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Giorgio Merlo

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