Dal treno all’ospedale, la vita in “Frammenti”: il primo libro del valdarnese Luca Livi – ValdarnoPost


Il valdarnese, nato a San Giovanni Valdarno e oggi residente a Figline e Incisa, racconta la genesi del suo primo libro, pubblicato da Masso delle Fate. “È nato da un’esigenza personale, quasi terapeutica”. Un viaggio quotidiano in treno, la musica di Bach, i pazienti, i colleghi, il dolore e la speranza diventano una riflessione sul tempo e sulla vita

A volte un libro non nasce dalla volontà di diventare scrittori. Nasce da qualcosa che accade e che chiede di essere raccontato. Può essere un dolore, un ricordo, un’immagine rimasta impressa nella mente. Può essere anche un viaggio quotidiano fatto per anni, sempre uguale eppure mai davvero identico. Per Luca Livi tutto questo è arrivato insieme.

È nato a San Giovanni Valdarno nel 1970, vive a Figline e Incisa Valdarno e dal 1991 lavora come infermiere presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Careggi. Trentacinque anni trascorsi in ospedale e altrettanti, o quasi, di viaggi verso Firenze. Una professione vissuta con passione, migliaia di incontri, pazienti, colleghi, situazioni difficili e momenti di gioia.

Poi, a un certo punto, nella sua vita è arrivato un dolore privato. La perdita di Sheila, la cagnolina di famiglia, morta ancora giovane a causa di una grave malattia. Ed è anche da lì che è cominciato “Frammenti – Storie e silenzi tra i luoghi di un ospedale e il finestrino di un treno”, la prima pubblicazione letteraria di Livi, edita da Masso delle Fate Edizioni nel luglio 2026. “Abbiamo dovuto sopprimere Sheila quando era ancora giovane per una brutta malattia”, racconta Livi. “Io e la famiglia abbiamo vissuto questa cosa e io ho sentito la necessità di trovare un espediente per metabolizzare il dolore”.

Non c’è, dunque, soltanto la storia di un infermiere che decide di raccontare la propria professione. C’è prima di tutto la necessità di mettere ordine dentro qualcosa che fa male.“È stata una scelta in parte dettata anche da questa esigenza emotiva, legata alla perdita del cane”, spiega. “Per me è stato anche terapeutico scrivere e buttare giù queste pagine”. Ed è proprio in questa dimensione, apparentemente lontana dall’ospedale, che prende forma il libro.

Il viaggio che da trentacinque anni si ripete e non è mai lo stesso. Livi prende il treno ogni giorno per raggiungere il luogo di lavoro. Un’abitudine consolidata nel corso di decenni. Ma il treno, per lui, non è mai stato soltanto il mezzo che permette di arrivare a Firenze.È uno spazio; un tempo sospeso; Un momento nel quale poter stare con se stesso. “Viaggio sempre in treno, da più di trentacinque anni”, racconta. “Però in quel momento storico ho fatto un processo, un’elaborazione interiore. Ho cercato di vedere il mondo, le cose, da un punto di vista che mi ha un pochino scosso”.

Il cambiamento nasce anche dal modo in cui vive quel viaggio. “Il treno è un’occasione: ascolto la musica, leggo e così via. Io amo ascoltare la musica, in modo particolare la musica classica. Bach è diciamo un po’ il filo conduttore del libro”. Il paesaggio scorre oltre il finestrino. Le persone entrano ed escono dal campo visivo. Il viaggio procede. E Livi comincia a guardare tutto quello che conosce da una prospettiva diversa. “Ascoltando Bach, guardando il finestrino, guardando le persone, mi sono un pochino interiorizzato. Ho cercato di vedere ciò che vedevo tutti i giorni, però da una prospettiva, da una lente diversa”.

È allora che arriva il cellulare. “Ho preso il cellulare e nello spazio del viaggio ho cominciato a buttarci dentro, a descrivere i vari momenti: il momento del viaggio, il momento dell’arrivo all’ospedale, il saluto alla collega”. Erano soltanto appunti. “Piccole note, appunti presi che poi avevo rielaborato il giorno stesso, ampliandoli, trasformandoli in un capitolo”. Il libro nasce così: non da una scrivania, ma da un vagone ferroviario. Non da un progetto editoriale, ma dalla necessità di fissare pensieri che rischiavano di sfuggire.

Sheila, il dolore e la necessità di scrivere. La presenza di Sheila all’interno della genesi del libro è importante perché permette di comprendere da dove parta il percorso emotivo di Livi. La perdita della cagnolina non rimane semplicemente un episodio della vita privata dell’autore. Diventa un momento di rottura, uno di quei passaggi che costringono a guardare le cose in maniera diversa. “Ho sentito la necessità di trovare un espediente per metabolizzare il dolore”, dice Livi. E quell’espediente è stato il pensiero. Il viaggio. La scrittura. “Non è stato niente di pianificato a tavolino. Tutto è nato in maniera naturale, spontanea”. La scrittura arriva dunque come una risposta a qualcosa che non poteva essere semplicemente lasciato lì.

Livi racconta di essersi dedicato completamente a quelle pagine. Una settimana intensa, nella quale quello che per anni aveva accumulato dentro di sé è improvvisamente diventato testo.“Tanto ero carico e motivato di cose”. E aggiunge: “Mi sono dato anima e corpo, mi sono proprio dedicato in quei pochi giorni a completarlo”. Ma il tempo della scrittura non coincide con il tempo dell’esperienza. Quelle pagine, infatti, hanno alle spalle trentacinque anni di vita professionale e personale. Il libro è stato scritto in una settimana, ma è stato vissuto per decenni. “Non volevo raccontare la mia giornata”. Livi ci tiene a precisare che “Frammenti” non è un diario professionale. E neppure vuole essere una cronaca dell’ospedale. “Non è raccontare stile Ulysses, Joyce. È una rielaborazione ulteriore di una giornata tipo”.

Una giornata che diventa, però, il punto di partenza per raccontare qualcosa che riguarda tutti. Il libro non racconta quindi semplicemente ciò che succede a un infermiere durante il lavoro. Cerca di fermarsi su ciò che normalmente non viene raccontato. Uno sguardo. Un abbraccio. Una voce. Un rumore. Una porta. Una pianta. Il vento. Sono questi i dettagli che, nelle pagine di Livi, acquistano un significato più grande.

L’ospedale è l’altro grande protagonista del libro. Ma è un ospedale molto diverso da quello della cronaca. “Ho voluto spogliare l’ospedale dagli stereotipi della solita cronaca asettica o drammatica”, spiega Livi. Quello che emerge è invece un luogo profondamente umano:“L’ospedale che racconto è una comunità viva, fatta di sguardi intimi, intese silenziose tra colleghi, gesti minimi e una tenacia straordinaria da parte dei pazienti”. Livi lo conosce da dentro, lo attraversa da decenni; e proprio per questo riesce a coglierne anche gli aspetti più piccoli. “Parlo di un abbraccio, del passaggio di un profilo, di questa vita. Nell’abbraccio vedo passare, ci sfioriamo con gli sguardi e con gli sguardi ascolti e il contatto umano”.

Anche il percorso attraverso i corridoi e le scale diventa una parte della narrazione:“Le scale sono un momento in cui cambiano i suoni, cambiano i livelli di intensità, anche emotiva”. Le persone si incrociano; le voci si avvicinano e si allontanano.“Ci incrociamo, conosciamo persone, studenti, team medici e quant’altro. È come un effetto Doppler: le voci si avvicinano e si allontanano”. E allora anche un luogo fisico diventa metafora.“Le scale diventano un momento di passaggio, di riflessione, così come le porte”. Quasi come se fosse possibile fermarsi e guardarsi da fuori.

In “Frammenti” anche le cose più piccole possono assumere un significato profondo. Una pianta appoggiata su un tavolo, per esempio, diventa per Livi un’immagine di “resistenza” e “tenacia”. È uno degli elementi che raccontano meglio il suo modo di guardare alla realtà: “C’è anche tanto il soffermarsi sulle piccole cose. Dare importanza, dare rilievo, imparare a conoscere anche cose che possono essere apparentemente insignificanti”.

Lo stesso accade con il vento. Una porta semiaperta e una corrente d’aria diventano per l’autore uno spunto creativo: “Io ho descritto il vento come un messaggero di qualcosa”. Un messaggero che in ospedale può portare dolore, ma anche “notizie buone, positive”. Il vento diventa così quasi una presenza che accompagna chi entra: “Mi accompagna, come dire: vieni, ti accompagno io, non aver paura”.

Anche le ombre assumono un significato diverso da quello immediato. “Le ombre non sono soltanto momenti, zone scure, buie, ma sono fonte di luce, di speranza”. Non a caso uno dei capitoli si intitola “Le ombre sono luci”. Anche un momento difficile, spiega Livi, “non vuol dire necessariamente e per forza che debba andare male”: può essere “un momento di passaggio”. Perché “c’è sempre una speranza, c’è sempre una luce nelle ombre”.

Il filo conduttore del libro è però anche l’acqua, simbolo del tempo e del cambiamento. “Tutto passa, tutto scorre”. Un concetto che Livi collega al “panta rei” e alla propria esperienza quotidiana: “Io la mattina parto, arrivo in un certo modo, ma torno a casa comunque in modo cambiato”. Un messaggio che, secondo l’autore, non riguarda soltanto chi lavora in ospedale, ma chiunque affronti la propria giornata: “Parte la mattina, torna diverso”. Anche se magari “tornerà anche arrabbiato, però sicuramente è arricchito di qualcosa”. Come l’acqua, che continua a scorrere e non è mai la stessa, anche noi cambiamo attraverso le esperienze.

Dopo 35 anni, anche il rapporto con l’ospedale continua a essere profondamente legato alla passione. “Ci vado volentieri”, racconta Livi, sottolineando quanto sia importante il coinvolgimento umano nelle professioni sanitarie. “La passione c’è sempre stata”. Anche nei momenti più difficili, quella passione lo ha spinto “a fare bene e ancora meglio il mio lavoro”.

A 56 anni continua inoltre a formarsi: “Quest’anno ho seguito il mio quinto master universitario”. Ma la soddisfazione più grande rimane il rapporto con le persone: “La soddisfazione più bella è entrare in una realtà ospedaliera che è brulicante di vita, brulicante di emozioni, di persone, di situazioni che ancora mi emozionano”.

È soprattutto il rapporto con i pazienti a mantenere viva questa dimensione: “Io mi emoziono come mi emozionavo all’inizio, quando parlo con un paziente, quando conforto una persona che è in difficoltà dal punto di vista della salute”. E quando il percorso si conclude positivamente, anche un abbraccio assume un significato particolare: “Un abbraccio che non è in realtà un addio, ma è un rivederci magari fuori perché siamo guariti”. Sono questi, conclude Livi, “i veri motivi che ancora alimentano questa passione”.

Nel libro alcuni capitoli non hanno una conclusione definitiva. “Vorrei che il lettore interiorizzasse, personalizzasse sulla base proprio della sua esperienza”. È una scelta voluta: “Il mio lavoro è volutamente incompiuto”. Livi vuole lasciare al lettore la possibilità di proseguire il percorso: “Vorrei dare la possibilità ai lettori, almeno ci provo, di prendere quella linea che io avevo avviato e farne la propria”.

Anche la pubblicazione è arrivata dopo un percorso nato per motivi personali. “Non è stato l’obiettivo principale pubblicare”, racconta. All’inizio “le mie pagine erano per me, per la mia necessità”. Poi, però, quella necessità “ha preso sempre più forma, più corpo, più consistenza”, fino alla decisione di condividere il lavoro con gli altri. “Non voglio essere egoista. Non voglio che sia un lavoro che aiuti solo me”.

L’auspicio è che “Frammenti” possa diventare anche uno strumento per chi attraversa momenti difficili. “Mi auguro che questo lavoro possa aiutare anche chiunque, le persone che hanno difficoltà”, dice Livi, con l’obiettivo di offrire uno “strumento di speranza” e un invito a “vedere le cose da un punto di vista diverso, ma incoraggiante”.


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Martina Giardi

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