Roma, 11 maggio 2026 – La vicenda della MV Hondius e dell’hantavirus non è soltanto la storia di un virus raro comparso su una nave da crociera. È anche il racconto di una lunga zona grigia, durata settimane, in cui una morte improvvisa, sintomi gravi e contatti ravvicinati sono stati gestiti prima che fosse chiaro il nome del patogeno. Oggi sappiamo che il focolaio era legato all’Andes hantavirus, una variante rara degli hantavirus perché, a differenza della maggior parte di questi virus, può trasmettersi anche da persona a persona, di solito attraverso contatti stretti e prolungati.
Proprio questa caratteristica rende la vicenda più complessa: non era facile prevederla subito, ma alcune cautele avrebbero potuto essere adottate prima. Insomma, se è vero che in questo caso – come si suol dire – il diavolo ci ha messo lo zampino, è altresì importante mettere a fuoco la catena di criticità. Non per scatenare una caccia al colpevole. Sarebbe troppo facile, oggi, dire che tutto era evidente fin dall’inizio. Non lo era. Il virus era raro, il ceppo ancora più particolare e la prima ipotesi poteva apparire compatibile con un evento non infettivo. Analizzare le falle nella “catena” è fondamentale per rafforzare i protocolli sanitari e di gestione di possibili emergenze, soprattutto in contesti particolarmente a rischio, come quelli di una nave da crociera.
Il comandante: “La nave è sicura”
Il primo passaggio delicato risale al 12 aprile 2026, il giorno dopo la morte del primo passeggero, un cittadino olandese. In un video mostrato da diverse testate internazionali, si vede il comandante della MV Hondius, Jan Dobrogowski, comunicare ai passeggeri il decesso avvenuto nella notte precedente. Dice: “Per quanto tragico, riteniamo che sia avvenuto per cause naturali”. Poi aggiunge: “Il medico mi ha detto che non era contagioso, quindi sotto questo aspetto la nave è sicura”. È una frase centrale, perché fissa il tono della prima comunicazione a bordo: rassicurazione, non precauzione. Va però contestualizzata. In quel momento non risultava ancora una diagnosi di hantavirus, né era evidente che la nave fosse davanti a un focolaio da virus Andes. Il punto è un altro: in un ambiente chiuso, con una morte improvvisa e cause non ancora chiarite, una comunicazione meno netta avrebbe probabilmente lasciato più spazio al principio di precauzione.
Ventuno giorni prima dei protocolli
Secondo diverse ricostruzioni (ancora da verificare in via definitiva) fra i sintomi del primo passeggero e l’attivazione dei protocolli anti-contagio sarebbero passati almeno 21 giorni. Secondo diverse fonti, il secondo decesso sarebbe stato comunicato con 24 ore di ritardo e che la compagnia avrebbe ignorato per un giorno la notizia dell’infezione apparsa sui media. Sono elementi da attribuire con cautela, ma sono rilevanti per capire il clima iniziale della gestione. La questione non è pretendere che l’equipaggio diagnosticasse subito un virus raro. La questione è il tempo. Il virus è stato identificato dalle autorità sanitarie di Johannesburg il 2 maggio, dopo il ricovero in terapia intensiva di un passeggero britannico che era già sbarcato dalla nave. Era passato circa un periodo di tre settimane dalla morte del primo passeggero olandese.
La nave non era più una bolla
Quando l’Oms viene informata del cluster, il 2 maggio, 34 persone fra passeggeri e membri dell’equipaggio avevano già lasciato la Hondius. È uno dei dati più importanti della vicenda, perché significa che il tracciamento dei contatti è partito quando la nave non era più una bolla chiusa. Alcune persone erano già entrate nel circuito di voli, scali, alberghi, famiglie e luoghi pubblici. Non significa che il virus potesse diffondersi come il Covid. L’Ecdc ricorda che l’Andes hantavirus richiede normalmente contatti stretti e prolungati e che il rischio per la popolazione europea resta molto basso. Ma proprio per questo le persone a bordo e quelle sbarcate in precedenza sono diventate oggetto di sorveglianza, monitoraggio e quarantene.
Uno degli snodi più delicati è lo sbarco a Sant’Elena, nell’Atlantico meridionale. L’Oms riferisce che il tracciamento dei passeggeri scesi sull’isola era ancora in corso e che sono stati contattati anche coloro che hanno viaggiato sullo stesso volo da Sant’Elena al Sudafrica con una persona poi risultata positiva.
La nave Honidus ormeggiato in un porto di Tenerife
Sebbene lo sbarco non possa essere definito automaticamente un errore, perché al momento non era ancora stata confermata la natura del focolaio, è diventato, col senno di poi, uno dei punti in cui la catena di controllo si è allargata: non più una nave da monitorare, ma passeggeri da rintracciare in Paesi diversi. Che sono entrati in luoghi pubblici, a contatto con centinaia di persone.
Abbracci, buffet e normalità
Alcuni comportamenti raccontati dai passeggeri vanno maneggiati con attenzione. Secondo ricostruzioni giornalistiche basate anche su testimonianze di persone a bordo, dopo la prima morte molti passeggeri avrebbero continuato a vivere la nave quasi normalmente: momenti comuni, socialità, contatti ravvicinati. È stato riferito anche che diversi ospiti, capitano della nave compreso, avrebbero consolato e abbracciato la vedova del primo passeggero morto. La donna, a propria volta contagiata, è deceduta a causa della patologia in una clinica di Johannesburg il 26 aprile. Gli hantavirus, in generale, si trasmettono soprattutto tramite roditori, attraverso urine, feci o saliva contaminate. La trasmissione uomo-uomo è rara e riguarda in particolare il virus Andes. Quindi non si può dire che quegli abbracci abbiano provocato nuovi casi. Si può però dire che, alla luce di quanto emerso dopo, rappresentano il simbolo di una prudenza mancata: non panico, ma distanza, mascherine e minore socialità sarebbero state misure ragionevoli in attesa di chiarire la causa dei decessi e dei sintomi.
Il possibile paziente zero: l’ipotesi del birdwatching
Posto che l’origine del focolaio è ancora oggetto di ricostruzione, l’ipotesi più accreditata è che sia avvenuto prima dell’imbarco, non sulla nave. Secondo l’Oms, il primo caso probabile era un uomo olandese di 70 anni, salito sulla MV Hondius il 1° aprile 2026 dopo oltre tre mesi di viaggio in Argentina, Cile e Uruguay: ha sviluppato i sintomi il 6 aprile ed è morto a bordo l’11 aprile. La stampa internazionale lo ha identificato come Leo Schilperoord, ornitologo olandese, appassionato di birdwatching. Secondo diversi investigatori argentini, una possibile esposizione potrebbe essere avvenuta durante un’uscita di osservazione degli uccelli in una discarica nei pressi di Ushuaia. Schilperoord e la moglie, anche lei morta, avrebbero potuto entrare in contatto con roditori infetti o con i loro escrementi.
Questo non è, al momento, un errore accertato della nave. È piuttosto un problema di valutazione del rischio turistico: portare o lasciare che persone fragili o non informate frequentino aree con forte presenza di roditori, in zone endemiche per hantavirus, può diventare pericoloso. In tal senso, la riflessione che si apre, è ovviamente ad ampio spettro.
Il caso del matrimonio
C’è poi il tema dei comportamenti dopo lo sbarco. Matteo Bassetti, infettivologo del San…
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