La presenza di studenti stranieri all’interno delle aule universitarie in Italia è un tema tanto attuale quanto “nascosto”, che appare relegato principalmente all’esperienza quotidiana di chi l’Università la vive dall’interno. Esso meriterebbe, tuttavia, un’attenzione pubblica diversa, e certamente più sistematica. In quest’ottica, il 38º Rapporto Italia dell’Eurispes prova a indagare la questione per comprenderne le potenzialità e le criticità. In un mondo sempre più globale, infatti, il fenomeno della migrazione legata alla formazione – in particolare a quella di livello superiore – è facilmente dato per scontato, pur ponendo sfide spesso non dissimili da quelle sollevate dalla migrazione per motivi economici o umanitari. Ma è stato sempre così? Come, e quanto, si è trasformata nel tempo la presenza di studenti stranieri nelle nostre Università? E cosa è possibile fare, oggi, per rendere la nostra Università davvero equa nel trattamento dei suoi utenti nazionali e non?

Breve storia della presenza degli studenti stranieri in Italia

A partire dal secondo dopoguerra – grazie alla riapertura di un dialogo internazionale e agli accordi via via sottoscritti dal nostro Stato con altri paesi esteri – la presenza di stranieri giunti in Italia per ragioni di studio diviene un fenomeno apprezzabile e misurabile, e in costante crescita nel corso di un trentennio circa: la percentuale di studenti stranieri in relazione all’intera popolazione universitaria italiana passa così dall’1,3% dell’anno accademico 1955/1956 al 3% calcolato nel 1981/1982. Una crescita che andava di pari passo con la crescente internazionalizzazione dell’intero Paese, prima di arrestarsi alla metà degli anni Ottanta e segnare un’inversione di tendenza protrattasi per il ventennio successivo. La semplificazione dell’accesso ai permessi di lavoro da un lato, e, dall’altro, l’adozione di politiche sempre più restrittive verso gli studenti stranieri da parte degli atenei per evitare il cosiddetto effetto parking sono le principali ragioni di questa regressione statistica. Una regressione durata fino alla fine degli anni Novanta e definitivamente interrottasi nell’anno accademico 2009/2010, quando la quota degli studenti stranieri iscritti nelle Università italiane ha superato la soglia del 3%.

Le ragioni di una scarsa attrattiva sugli studenti stranieri

La crescita numerica avviata col nuovo Millennio dura ancora oggi (nel 2022/2023 gli studenti di origine straniera iscritti nelle nostre Università ammontavano a 121.165 unità, pari al 6,3% di tutti gli iscritti). Tuttavia, sebbene il trend sia in positiva ripresa, non abbiamo di che gioire troppo. Se confrontati con quelli degli altri paesi competitors, i dati italiani segnalano il persistere di un deficit sfavorevole per il nostro Paese. I nostri numeri, a ben vedere, rimangono lontani dagli obiettivi quantitativi che paesi come Francia, Finlandia o Giappone si sono dati implementando programmi specifici di attrazione di studenti dall’estero. Nonostante il nuovo aumento delle presenze straniere tra i nostri studenti, infatti, e a differenza di quanto avviene in altri paesi europei, il saldo italiano dei flussi migratori studenteschi è in negativo (4,2% in uscita, 2,9% in entrata; dati del 2020).

Tra le ragioni di questa persistente difficoltà ad attrarre studenti stranieri nelle nostre Università – oltre all’oggettiva difficoltà, per molti, di completare un percorso di studi segnato da ostacoli linguistici e culturali – spicca l’incapacità del nostro Paese di sfruttare la propria influenza in nazioni con le quali storicamente si sono sviluppate relazioni (anche di origine coloniale) che rimangono oggi poco battute sul piano della “diplomazia” universitaria. Senza contare, poi, che persiste ancora oggi in Italia un elevato tasso di inospitalità nei confronti dello studente di origine straniera, il quale fatica a trovare un alloggio e si vede spesso “ingabbiato” nelle maglie di una Pubblica amministrazione che lo costringe ad accettare, subito dopo l’ottenimento del titolo, impieghi lavorativi al di sotto del proprio livello di istruzione pur di non perdere il diritto alla permanenza sul territorio. O, peggio, che lo spinge a migrare ancora, trasferendo ai paesi competitors i frutti dell’investimento sviluppato dall’Italia.

Studenti “stranieri” e studenti “internazionali”: una sovrapposizione complessa

L’accoglienza universitaria di studenti di origine straniera è altresì da intendersi in continuità con il diritto allo studio garantito, anche per i meritevoli privi di mezzi, non solo dalla nostra Costituzione (articoli 33 e 34), ma anche dall’ordinamento sovranazionale. Se, da un lato, questa ispirazione è recepita dall’art. 2, co. 2, lett. l), della legge n.240/2010 – nel quale si indica alle Università il criterio del «rafforzamento dellinternazionalizzazione» (mobilità dei docenti e degli studenti, cooperazione interuniversitaria, attivazione di insegnamenti in lingua straniera) –, dall’altro essa si scontra con certi paradossi normativi.

In particolare, all’interno del Testo unico sull’immigrazione (DLgs n.286/1998) si fa riferimento alle distinte nozioni di “studenti universitari stranieri” (studenti universitari di Stati non Ue) e “studenti internazionali” (riferibile anche agli stranieri universitari italiani ed europei che hanno svolto periodi di studio all’estero), le quali, tuttavia, non risultano sovrapponibili sul piano giuridico poiché diverse sono le condizioni giuridiche vissute da queste due categorie. Come trattare, perciò, i minori stranieri non accompagnati? E gli studenti residenti in Italia, figli di immigrati? In un Paese come il nostro la questione della cittadinanza ha un ruolo centrale e il principio dello ius sanguinis annovera statisticamente i figli degli immigrati tra gli studenti universitari stranieri, e come tali li “amministra”. 

L’idea di uno ius universitatis 

Perché non cominciare a ragionare seriamente, allora, sulla possibilità di riconoscere a coloro che ottengono il titolo di laurea nel nostro Paese un credito utile ad agevolare l’iter di ottenimento della cittadinanza, qualora il ragazzo ne volesse fare richiesta? Uno ius universitatis, insomma, da contrapporre allo ius sanguinis, e che supererebbe anche la difficoltà di attrarre cervelli dall’estero puntando sull’integrazione degli “italiani senza cittadinanza” all’interno del cursus di studi, incentivandoli a investire le proprie competenze, nonché i propri progetti esistenziali, nel Paese. 

Oltre le disuguaglianze, per un’Università davvero competitiva

Tra paradossi normativi, ostacoli amministrativi e difficoltà linguistiche – dal momento che la conoscenza della lingua italiana resta un fattore essenziale di supporto al percorso di studi – il cursus accademico per gli studenti stranieri in Italia risulta più difficile e faticoso che non per gli studenti italiani. A tutto questo si affianca, poi, il fattore socioeconomico; già discriminante per l’accesso all’Università dei giovani italiani, esso si dimostra – dati alla mano – una vera e propria “aggravante” nel caso degli studenti stranieri, che subiscono perciò una doppia penalizzazione per la loro integrazione.

In questo contesto, l’assenza di misure concrete per un reale “governo” della situazione si traduce in una perdita netta di capitale umano e, dunque, in un conseguente svantaggio strutturale all’interno di una competizione internazionale sempre più esigente.

*Marco Omizzolo, sociologo, docente e ricercatore dell’Eurispes


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