Gentile direttore, a seguito della mia precedente lettera aperta, ho continuato a seguire con attenzione gli articoli del Suo giornale dedicati al progetto dell’impianto agrivoltaico nella Piana degli “Scrisi”. Mi trovo oggi a intervenire nuovamente per chiarire alcuni punti già trattati che, forse per mia poca chiarezza, non sono stati compresi.
Li riassumo di seguito in modo semplice e schematico, ma è opportuno fare prima una premessa: nessuno degli attori che hanno animato il dibattito si è pronunciato sulla correttezza di tali dati o ne ha contestato il merito. Si è preferito ignorarli. Di conseguenza, la protesta – almeno per gli aspetti che ho evidenziato – si è sviluppata su presupposti errati, fino a sfociare nelle richieste del PD di Vibo Valentia, del tutto fuorvianti e contraddittorie rispetto al quadro legislativo.
Fa eccezione quanto affermato dal Dott. Paolillo che trattando di aspetti agronomici di mio esplicito interesse, mi spinge nuovamente a scrivere.
Chiariamo dunque le differenze sostanziali tra le due tipologie di impianto fotovoltaico:
1. Fotovoltaico a terra puro (FV industriale): è costituito da pannelli posizionati stabilmente sul terreno, con un’altezza e una densità tali da impedire qualsiasi coltivazione sottostante. Per questo motivo viene assimilato all’edificazione (al pari di strade o fabbricati) ed è considerato consumo di suolo agricolo. Per legge (D.L. 63/2024, c.d. “Decreto Agricoltura”, convertito in L. 101/2024), questi impianti sono sempre vietati in area agricola, tranne che nelle zone classificate come “aree idonee” (art. 20 del D.Lgs. 199/2021 e D.M. 21 Giugno 2024, ad esempio cave dismesse, aree adiacenti a stabilimenti produttivi, fasce di rispetto autostradali o ferroviarie).
2. Agrivoltaico Avanzato: è composto da pannelli elevati e distanziati in modo da consentire (e garantire) l’obbligata prosecuzione dell’attività agricola sottostante. Rispettando i requisiti stabiliti dalle Linee Guida MASE/ENEA e dai criteri PNRR – altezza minima dei moduli da terra (2,1 – 2,5 metri), continuità dell’attività agricola, mantenimento di almeno l’80% della produttività e monitoraggio microclimatico e agronomico continuo – non consuma suolo ed è sempre realizzabile su terreni agricoli. La sottostante attività agricola non è un’opzione facoltativa ma un obbligo di legge. Proprio perché considerato un intervento ad uso integrato compatibile con la destinazione agricola (non significa pariteticità tra reddito energetico ed agricolo), la legge non prevede per l’agrivoltaico avanzato alcuna perimetrazione di “area idonea”. Resta inteso che l’impianto deve comunque conformarsi a tutte le altre normative di tutela (VIA, Vinca, vincoli paesaggistici, ecc.).
Va infine chiarita anche la questione relativa al grano “Rosìa”: si tratta di una varietà da conservazione (iscritta al Registro Nazionale ai sensi della L. 194/2015 e del D.M. 30/09/2010). Se da un lato il recupero della varietà è un ottimo risultato per la biodiversità, dall’altro la normativa sementiera vigente impone precisi tetti quantitativi per evitare speculazioni industriali. Si stima che la superficie massima di produzione da seme per questa cultivar non possa superare i 30 ettari a fronte di un’area immensamente più vasta che coinvolge non soltanto il Comune di Maierato ma anche porzione di quelli limitrofi di Sant’Onofrio, Pizzo, Francavilla Angitola, Filogaso, Monterosso, Polia.
Quindi affermare, come è stato fatto, che vi siano pericoli di estinzione del grano Rosìa per la ventilata sottrazione di 73 ettari appare del tutto privo di consequenzialità logica. D’altronde, la stessa normativa di salvaguardia dimostra quanto sia difficile ipotizzare un’espansione della cultivar su vasta scala come grano da consumo. Il “granaio di Vibo Valentia” non dipende dal Rosìa e, conseguentemente, l’incremento del reddito agricolo degli Scrisi non può basarsi su una sua coltivazione diffusa.
Alla luce di ciò, la posizione del PD di Vibo Valentia e il ricorso al gruppo consiliare regionale appaiono del tutto privi di aderenza alle norme:
• Chiedere il blocco dell’iter in attesa del Piano Regionale delle Aree Idonee significa ignorare la legge nazionale (D.Lgs. 199/2021 e D.M. 21/06/2024). Si chiede un fermo per applicare una limitazione che l’agrivoltaico avanzato non prevede. Trattare l’agrivoltaico come se fosse un impianto fotovoltaico industriale è un palese errore di diritto.
• Proporre un tetto dello 0,8% della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) includendovi l’agrivoltaico è un suggerimento superfluo, infatti, la L.N. 4/2026 già stabilisce minimi (0.8 %) e massimi (3 %) della SAU regionale. È un dato quantitativo che va continuamente monitorato per il controllo dei terreni investiti a fotovoltaico, nel conteggio della percentuale entrano a far parte gli agrivoltaici avanzati ma, almeno al momento, per essi non opera alcun blocco.
Venendo alle considerazioni del dott. Paolillo, esse, insieme ad alcuni elementi di verità, nascondono errori di prospettiva, inesattezze, e rilevanti omissioni.
L’errore di prospettiva è indicare nel Rosìa il perno dell’agricoltura della Piana degli Scrisi: ciò non corrisponde alla realtà. Da quanto sopra riportato, sembra evidente e dimostrato che la sua ventilata scomparsa a cagione dell’impianto agrivoltaico sia una narrazione priva di fondamento. Sulla Piana degli Scrisi la coltivazione del Rosìa è minimale (direi ininfluente) rispetto ad altre colture – essenzialmente foraggere – e la sua espansione su più ampie superfici è problematica, come dimostra l’esistenza stessa degli agricoltori suoi “custodi”. Con ciò il discorso potrebbe ritenersi concluso.
Tuttavia, per non sottrarci al confronto, entriamo nel merito di alcune affermazioni. Innanzitutto, l’eziolamento si manifesta nelle specie vegetali in completa assenza di luce: non è il caso che stiamo esaminando, poiché a noi interessano i meccanismi fisiologici che si attivano nelle piante a seguito dell’ombreggiamento. L’eziolamento ha dinamiche biochimiche completamente differenti da quelle messe in atto dai vegetali in presenza di ombra. Tra questi ultimi meccanismi di difesa figura l’allungamento del culmo (citato dal dott. Paolillo), ma anche l’aumento della superficie della lamina fogliare. Ma tali meccanismi di difesa potrebbero verificarsi soltanto nelle limitatissime zone più ombreggiate e non nella stragrande maggioranza dell’area, dove non sussiste un ombreggiamento severo. Tra l’altro, negli impianti dotati di tracker (inseguitori solari), questo fattore può essere governato a piacimento dall’uomo tramite software. Per brevità taccio sugli effetti positivi dell’ombreggiamento già trattati nel precedente articolo.
Dolersi poi dell’aggravamento del fenomeno dell’allettamento non sembra molto logico quando si semina una cultivar come il Rosìa. Gli agronomi, che conoscono l’allettamento, sanno benissimo che le varietà di grano antico – il Rosìa tra essi – hanno una riconosciuta predisposizione ad allettare. Tanto che la tecnica agronomica suggerisce correttivi sui quali non mi dilungo, citando soltanto la riduzione della concimazione azotata a favore di quella fosfo-potassica (soprattutto potassica).
Infine, è prassi comune negli impianti agrivoltaici seminare le zone più ombreggiate (quelle lungo la fila di piantoni che sostengono i pannelli) con piante sciofile, interrompendo così (almeno spazialmente) la monocoltura e favorendo la biodiversità (similmente a quanto avviene con il Rosìa).
Circa l’eventualità di alterazione delle proprietà organolettiche del Rosìa a causa dell’ombreggiamento, non la si può escludere, ma nessuno (a mia conoscenza) è al momento in grado di dire se ciò avverrebbe in senso positivo o negativo. Ricordo, però, che spesso i grani antichi venivano coltivati in coltura promiscua con ulivi secolari, vegetando proprio all’ombra delle loro chiome.
Fa piacere che il dott. Paolillo prenda atto di ciò che ho sostenuto fin dal primo momento, ammettendo espressamente che nell’area sottesa ai pannelli si possa e si debba coltivare. Se anche tutti coloro che finora hanno elevato proteste – imbastendo narrazioni fantasiose su presunte impossibilità di coltivazione, spoliazione del suolo o privazione della terra agli agricoltori – facessero un bagno di realtà e riconoscessero questa verità non più negabile, si potrebbe finalmente abbandonare lo scontro ideologico e impostare il discorso su un piano di reale e proficua collaborazione per il territorio.
Il dott. Paolillo afferma il vero quando dice che le produzioni coltivate debbano giungere a rese non inferiori all’80% della PLV storica. Sarebbe stato opportuno, però, informare anche che l’area coltivabile sotto i pannelli deve essere obbligatoriamente pari o superiore al 70% dell’area totale dell’impianto e che la proiezione a terra dei pannelli deve essere inferiore al 40% della medesima superficie. Ciò significa che più del 60% del terreno resta “libero da pannelli”. Ne consegue che la preoccupazione di sconvolgimenti idrogeologici da lui paventata – a cagione di una copertura continua di 73 ettari impermeabile all’acqua – non ha alcuna base d’appoggio. Infatti, più del 60% dell’area non è coperta, mentre la parte rimanente non sostiene un mega-terrazzo impermeabilizzato di 30 ettari, bensì un complesso di piccole superfici che frazionano e regimano le acque meteoriche, scaricandole in molteplici zone.
Le sanzioni e lo smantellamento delle opere
Qualche accenno va fatto alla parte relativa alle sanzioni. Sotto la parvenza della critica per sanzioni ritenute risibili per questo tipo di impianti (da 1.000 a 100.000 euro, sulle quali peraltro non si concorda, potendo superare i 600.000 euro), si nasconde l’omissione più grande. Il dott. Paolillo tace sulla circostanza che al mancato raggiungimento dell’80% della PLV storica segue la perdita della qualifica di Agrivoltaico Avanzato. Ciò fa decadere i titoli autorizzativi e innesca un vero disastro finanziario per la società proponente, costretta alla coattiva restituzione dei contributi PNRR e alla perdita degli incentivi per somme complessive che superano ampiamente i 35 milioni di euro. Non le chiamerei “quisquilie” o “pinzillacchere”: parafrasando Totò, esclamerei «alla faccia del bicarbonato di sodio!». Tra l’altro, il controllo sul raggiungimento della PLV è affidato al Comune sul quale insiste l’impianto.
Infine, rimane il problema dello smantellamento delle opere. A tale proposito bisogna sapere che, ancor prima della posa della prima pietra, la società energetica deve garantire, mediante una fideiussione bancaria escutibile a prima richiesta, il ripristino dei luoghi (ossia il ritorno a terreno agricolo). Se la società sopravviverà all’esborso (sanzioni e ripetizione delle somme), avrà tutto l’interesse a ripristinare il sito, se non altro per recuperare il valore dei pannelli sul mercato secondario; in caso contrario, eseguirà il ripristino il GSE escutendo le garanzie.
Come già espresso nella mia precedente lettera, non sono entrato nel merito di fauna, avifauna, caccia, paesaggio, archeologia, vincoli UNESCO, impatto sociologico ed altri molteplici aspetti affrontati da altri che si sono affrettati a contestare il progetto su questi temi forse ancor prima ancora di averlo studiato. Tuttavia, vista la confusione creata sulla classificazione degli impianti, ritengo sia necessaria un’operazione di verità anche su tali aspetti, che non escludo di approfondire personalmente.
Posso comunque sin d’ora affermare che paventare “espropri devastanti” dimostra una scarsa conoscenza degli atti. Per la maggior parte non si tratta di espropri, ma di servitù elettrodotto. La procedura riguarderà una superficie media di circa 110 mq per ditta proprietaria coinvolta: un’estensione irrisoria rispetto ai campi coltivati. Inoltre, terminati i lavori, il terreno potrà essere regolarmente lavorato e coltivato dai trattori (con qualche limitazione).
In definitiva, non intendo promuovere né bocciare a prescindere l’impianto degli “Scrisi”. Sostengo però che, ragionando sui fatti anziché su interpretazioni preconcette, l’integrazione tra reddito energetico e reddito agricolo potrebbe rappresentare un’opportunità positiva per l’intera zona.
Portare avanti battaglie basate sulla confusione tra fotovoltaico industriale e agrivoltaico avanzato e magnificare oltre ogni limite il grano Rosìa non serve a tutelare il territorio, ma rischia solo di soffocare una reale occasione di modernizzazione dell’agricoltura locale e di valorizzazione della Piana degli Scrisi (compresa la coltivazione del Rosìa).

*agronomo
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Michele Lombardi*
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