Piano di fine vita, cos’è e come redigerlo


L’edilizia rappresenta uno dei settori a maggior impatto ambientale. I CAM mirano ad orientare i processi verso un’economia circolare attraverso l’analisi del ciclo di vita.

Nel settore delle costruzioni, l’evoluzione dei Criteri Ambientali Minimi (CAM) rappresenta uno dei principali strumenti con cui il legislatore orienta la progettazione e l’esecuzione delle opere verso obiettivi di riduzione degli impatti, uso efficiente delle risorse e coerenza con i principi dell’economia circolare.

In questo contesto, la gestione del fine vita dell’edificio non è più considerata un aspetto residuale, demandato esclusivamente alla fase di dismissione, ma una variabile da governare già in fase progettuale, con ricadute dirette sulla scelta dei sistemi costruttivi, sulla selezione dei materiali e sull’organizzazione del cantiere.

Cos’è il piano di fine vita (e cosa deve garantire)

L’innovazione apportata dai CAM riguarda la valutazione del ciclo di vita degli edifici (life cycle assessment – LCA) a monte delle scelte progettuali e dei materiali, con molteplici obiettivi:

  • ridurre l’impatto ambientale degli edifici, usando le risorse in modo efficiente e circolare;
  • contenere le emissioni di CO2 attraverso la realizzazione di infrastrutture verdi e l’utilizzo di materiali da costruzione organici;
  • incentivare il recupero, il riciclo e il riutilizzo dei materiali anche in altri settori.

Attraverso l’analisi del ciclo di vita, l’edificio così come gli elementi in cui è possibile scomporlo (componenti, materiali) seguono diverse fasi vitali, dalla produzione all’utilizzo, fino alla gestione e alla dismissione e conseguente riutilizzo.

Il passaggio dai CAM 2022 ai CAM 2025 segna un cambio di approccio significativo al piano di fine vita: nel 2022 era legato alla manutenzione e alle ipotesi di riuso/riciclo; nel 2025 diventa invece un requisito autonomo e operativo, focalizzato su decostruzione e demolizione selettiva, quantificazione dei flussi e controlli più stringenti.

L’evoluzione centrale riguarda quindi il diverso inquadramento e peso attribuito al fine vita nel processo, pur potendo continuare a definirlo, per praticità, “piano di fine vita”.

Il piano di fine vita è il documento che attesta le sorti dei materiali, componenti edilizi ed elementi prefabbricati costituenti l’edificio dopo la demolizione dello stesso. In particolare, specifica per ognuno di essi il futuro utilizzo che ne potrà essere fatto, in termini di riciclo, riuso o recupero di qualsiasi altro tipo.

La direttiva 2018/851/EU del 30 maggio 2018 si esprime riguardo alle attività di costruzione e demolizione, sottolineando la necessità di incentivare la ricostruzione attraverso procedure di demolizione selettiva dei materiali e di istituire piattaforme di condivisione.

Il piano di fine vita ha lo scopo, dunque,  di progettare e programmare la fase di demolizione, catalogando i materiali e, in contemporanea, i rispettivi rifiuti con la futura “destinazione” all’interno del mercato. Il singolo componente edilizio sarà sottoposto ad un processo di decostruzione selettiva, ossia di scomposizione, al termine del quale sarà riciclato o riutilizzato, quindi, reso nuovamente disponibile per l’utilizzo con la funzione originaria o per altri fini attinenti, o impiegato con un nuovo uso.

In sostanza, il piano è un “manuale operativo” che collega il progetto alla futura dismissione, introducendo criteri e scelte che aumentano la recuperabilità reale dell’edificio.

Perché il fine vita si decide in fase di progetto?

Un edificio non diventa “circolare” al momento della demolizione: lo diventa quando è progettato per consentire separazione e recupero. Connessioni meccaniche al posto di incollaggi irreversibili, stratigrafie ispezionabili, componenti modulari e sostituibili, scelta di materiali compatibili e facilmente separabili: sono tutte decisioni che determinano la qualità delle frazioni ottenibili a fine vita e, quindi, la reale possibilità di riuso e riciclo.

L’obiettivo è evitare che materiali potenzialmente recuperabili finiscano in rifiuti misti, difficili da trattare e spesso destinati allo smaltimento. Un piano ben redatto traduce questa logica in un’impostazione tecnica: inventario, strategie, quantità, destinazioni e modalità di controllo.

Cos’è la demolizione selettiva?

La demolizione selettiva è una tecnica di demolizione basata su un approccio sistematico di pianificazione dello smontaggio e dei costi, con lo scopo di facilitare le operazioni di separazione dei componenti e dei materiali. Ciò consente di massimizzare il potenziale di riutilizzabilità e/o riciclabilità di componenti e materiali, ottenendo come risultato prodotti il più possibile integri, non danneggiati né contaminati dagli elementi adiacenti.

A valle della scomposizione dell’edificio in componenti semplici, si configurano due filiere:

  1. materiali, prodotti da costruzione – riciclo o riuso;
  2. rifiuti – recupero o dismissione.

Obiettivi della demolizione selettiva

La demolizione selettiva ha obiettivi chiari e sostenibili: da un lato facilita il riciclo, riuso e recupero con risultati certamente soddisfacenti, dall’altro effettua una cernita dei rifiuti, garantendo la rimozione e il trattamento sicuro delle eventuali sostanze pericolose.

Elenco EER e codici CER

I rifiuti sono identificati dall’elenco europeo dei rifiuti EER, attraverso un codice (rifiuti da costruzione e demolizione, rifiuti da demolizione stradale, rifiuti inerti da demolizione edilizia..ecc.); una volta individuati, saranno destinati ad impianti di smaltimento ai fini del recupero o della dismissione.

Piano di fine vita: EER e codici CER

Tabella codici CER da EER

CAM 2022 e CAM 2026: differenze sostanziali sul fine vita

Il passaggio dai CAM 2022 ai CAM 2026 introduce un cambio di impostazione rilevante proprio sul tema del piano di fine vita: da un lato, nel 2022 il tema risulta maggiormente collegato alla documentazione di manutenzione e alla previsione delle possibilità di riuso/riciclo; dall’altro, nel 2026 il fine vita viene strutturato come un requisito autonomo e operativo, centrato su decostruzione e demolizione selettiva, quantificazione dei flussi e verifiche più stringenti.

L’evoluzione più importante tra i CAM 2022 e i CAM 2026 riguarda il modo in cui il fine vita viene inquadrato e “pesato” all’interno del processo.

Da piano fine vita a piano di decostruzione e demolizione selettiva a fine vita (criterio autonomo)

Con i CAM 2026 si assiste ad un passaggio sostanziale da “documento di archivio” a criterio autonomo e strategico di progettazione.

Il fine vita non è più un allegato “a valle” della manutenzione, ma diventa un criterio dedicato e strutturato: 2.3.17 “Piano di decostruzione e demolizione selettiva a fine vita”.

L’impostazione è esplicita: il criterio inquadra la decostruzione come leva progettuale dentro una traiettoria di economia circolare, richiamando che una delle “sfide sistemiche” è “esplorare e sviluppare strategie di progettazione per favorire la durabilità, la decostruzione e il riuso” (Indicazioni per la stazione appaltante, 2.3.17).

In questa logica:

  • favorire la durabilità significa progettare edifici capaci di “mantenere le funzionalità dei componenti nel tempo”, riducendo manutenzione/riparazione e riducendo il flusso dei rifiuti;
  • favorire la decostruzione selettiva significa progettare per consentire “il recupero di materiali ed elementi da costruzione” e…


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 Natascia Martinelli

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