Aquisgrana, 14 maggio 2026 – Un’esortazione all’Europa a prendere fiducia e ad agire in piena unità, nonostante il futuro non si preannunci facile. È questo uno dei punti cardine del discorso fatto da Mario Draghi ricevendo il Premio internazionale Carlo Magno della città di Aquisgrana, in Germania. “Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme – ha detto l’ex premier italiano ed ex presidente della Bce –. L’Europa sta reagendo a questa nuova realtà. Ma lo sta facendo all’interno di un sistema che non è mai stato concepito per affrontare sfide di questa portata”. Per la prima volta dal 1949″ c’è “la possibilità che gli Usa non possano più garantire la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate. Né la Cina offre un punto di riferimento alternativo“, ha aggiunto.
Draghi ha parlato della guerra in Medio Oriente, che “ha riportato l’inflazione nelle nostre economie e l’ansia nelle nostre famiglie”. “Anche quando lo stretto di Hormuz riaprirà, le fratture inferte alle catene di approvvigionamento potrebbero estendersi per mesi o anni”. “Questi shock sarebbero difficili in qualsiasi circostanza. Ma arrivano proprio nel momento in cui il bisogno di investimenti dell’Europa è diventato enorme – ha continuato l’ex presidente del Consiglio –. La crescita è quindi la precondizione per tutto ciò che l’Europa dice oggi di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano. E il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista”.
Il discorso integrale di Mario Draghi
“Non fingerò che ciò che attende l’Europa sia facile. La tensione cui è sottoposto il nostro continente è profonda e si fa più pesante di mese in mese. Ma questo non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione. Perché le forze che oggi mettono alla prova l’Europa stanno compiendo qualcosa che decenni di pace e prosperità non sono riusciti a fare: stanno spingendo gli europei a riconoscere, ancora una volta, ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme. Questo dovrebbe darci fiducia. Dovrebbe anche renderci lucidi riguardo alla portata del compito che ci attende. Dal 2020, gli shock esterni si sono susseguiti uno dopo l’altro, ciascuno aggravando il precedente e restringendo ulteriormente lo spazio per l’esitazione. Stiamo ancora assorbendo i dazi da parte del nostro principale partner commerciale, a livelli senza precedenti da un secolo a questa parte. Da ultimo, la guerra in Medio Oriente ha riportato l’inflazione nelle nostre economie e l’ansia nelle nostre famiglie. Anche quando lo stretto di Hormuz riaprirà, le fratture inferte alle catene di approvvigionamento potrebbero estendersi per mesi o anni. Questi shock sarebbero difficili in qualsiasi circostanza. Ma arrivano proprio nel momento in cui il bisogno di investimenti dell’Europa è diventato enorme. La precedente stima di circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva è salita, con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media. La crescita è quindi la precondizione per tutto ciò che l’Europa dice oggi di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano. E il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista. Al di là dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine postbellico restino impegnati a preservarlo. Decisioni dalle profonde conseguenze per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente, ignorando le regole delle quali gli Stati Uniti un tempo si facevano paladini. E per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate. D’altra parte neanche la Cina offre un’àncora alternativa. Sta generando surplus industriali su una scala che il mondo non può assorbire se non svuotando la nostra stessa base produttiva. E sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia. In un mondo di partnership in evoluzione, ogni dipendenza strategica deve ora essere riesaminata. Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme. L’Europa sta rispondendo a questa nuova realtà. Ma sta rispondendo all’interno di un sistema che non era stato concepito per sfide di questa portata.
La presidente della Bce Christine Lagarde e il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa)
Il progetto europeo è stato costruito, deliberatamente e saggiamente, per impedire la concentrazione del potere. Dopo le catastrofi della prima metà del Novecento, gli europei stabilirono che nessuno Stato membro avrebbe dominato sugli altri. Crearono invece un modello di governance diverso, condiviso e diffuso. Ci si affidò ad agenzie indipendenti, processi basati su regole e mercati finanziari per svolgere un lavoro che, altrove, avrebbe richiesto una scelta politica aperta. Laddove occorreva trovare accordi tra i governi, la governance europea li avvolgeva in strati di procedura che li privavano della loro carica politica. Decisioni che in un altro contesto sarebbero state divisive hanno finito per apparire amministrative. I risultati di quel sistema sono stati straordinari. La pace su un continente un tempo definito dalla guerra. Il ritorno di nazioni che avevano trascorso generazioni dietro la Cortina di Ferro in una comunità di popoli liberi. Il mercato unico. L’euro. La libertà di muoversi attraverso confini che per secoli avevano diviso gli europei gli uni dagli altri. Per settant’anni, questa architettura ha portato avanti l’Europa. Ci ha permesso di raggiungere qualcosa di storicamente raro: l’integrazione senza subordinazione. Ma si basava su due assunti fondamentali. La prima era che l’Europa avesse costruito un’economia davvero aperta in cui lo Stato non avesse bisogno di dirigere la crescita: libero scambio al suo interno attraverso il mercato unico, e libero scambio all’esterno attraverso un ordine internazionale basato su regole. La seconda era che l’Europa non avrebbe mai più dovuto affrontare le questioni più difficili sul potere e sulla sicurezza, perché sarebbero state risolte per noi. Entrambi gli assunti si sono ora rivelati fallaci. E man mano che vengono meno, le questioni politiche che l’Europa aveva cercato di attenuare stanno tornando al cuore del progetto europeo.
Nulla rende tutto questo più visibile delle contraddizioni del modello economico europeo. All’esterno, abbiamo smantellato le barriere commerciali, accolto le catene di approvvigionamento globali e costruito la più aperta delle grandi economie mondiali. All’interno, però, non abbiamo mai praticato pienamente l’apertura che predicavamo: abbiamo lasciato incompiuto il mercato unico, frammentati i mercati dei capitali, i sistemi energetici insufficientemente connessi e ampie parti della nostra economia avviluppate in strati di regolamentazione. C’è dell’ironia in tutto questo. L’Europa si è affidata ai…
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