La stampa professionale in Italia ormai è full digital, ma non è proprio una scelta


Il settore della stampa italiana sta vivendo una transizione che non è guidata dalla modernità ma da tre pressioni convergenti: il marketing che ha smesso di pianificare e produce in tempo reale, l’AI generativa che sostituisce intere filiere di produzione contenuti, e il ricambio generazionale fallito tra i tipografi. Le tre forze stanno spingendo le tipografie italiane verso la stampa digitale a una velocità che il settore non aveva previsto.

A raccontarlo è Daniele Ferrari, titolare di Magnetic Media di Busto Arsizio, in attività dal 1986 e tra i principali concessionari Xerox in Italia, con un parco installato di quasi mille macchine, concentrate soprattutto (ma non solo) nel triangolo Milano-Varese-Novara. La sua è una posizione di osservazione privilegiata: vende, installa e segue nel tempo le tipografie che stanno attraversando la transizione, e vede i clienti cambiare modello di business prima ancora che cambino macchina.




Il primo motore è il cambio di logica del marketing, che spesso e volentieri rappresenta il primo cliente dei tipografi. Le grandi aziende hanno smesso di stampare migliaia di cataloghi da tenere in magazzino; sono spariti prodotti come le Pagine Gialle non si distribuiscono o il catalogo IKEA, per lasciare posto a forme di comunicazione just in time dove tenere le cose in magazzino non ha più senso.

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Anche dove la stampa offset resta lo strumento più economico per le tirature giganti, i committenti chiedono produzioni piccole e on-demand perché non sanno se il prodotto esisterà ancora tra sei mesi.

“Il segnale è che anche l’azienda industriale che doveva fare il catalogo non ne stampa più diecimila e li mette nel magazzino”, spiega Ferrari, “perché gli cambiano i prodotti, c’è la crisi delle memorie, c’è la crisi di questo, c’è la crisi dell’altro, non sai più se il prodotto ce l’avrai. Hai bisogno di una produzione che ti segue con quello che hai da vendere.”

Il marketing ha smesso di pianificare. Stampa quando vende, e quanto vende.

L’esempio concreto arriva da un produttore di cuscini conto terzi nel Nord Italia, un’azienda che stampa quel foglio di carta che trovate nella confezione del cuscino.

“Prima stampava in offset”, racconta Ferrari, “decideva il prezzo da scrivere, il codice a barre, la grafica, ne faceva ventimila copie, le impilava a magazzino e man mano le vendeva. Quando il cliente cambiava prodotto, buttava via tutto e rifaceva. Oggi l’azienda gli chiede duecento cuscini con quella grafica e glieli produce on-demand”. Carta, PVC, tessuto non tessuto: niente costi di impianto, niente magazzino, niente rischio di obsolescenza grafica. La macchina digitale ad alta produzione non è più un’alternativa, è la condizione per stare nel mercato, perché certi volumi in offset semplicemente non hanno senso.

Cos’è la stampa offset — È il principale processo industriale di stampa su carta dal Novecento in poi. Funziona in due passaggi indiretti: l’inchiostro viene trasferito da una lastra incisa a un cilindro di caucciù, che a sua volta lo deposita sul foglio. Serve una lastra dedicata per ogni colore, con costi di avviamento significativi (lastre, registri, calibrazione). Una volta ammortizzati i costi fissi, il prezzo per copia è bassissimo: per questo l’offset domina ancora le tirature dalle decine di migliaia in su (libri, riviste, cataloghi, packaging). Per piccoli lotti il costo unitario diventa proibitivo, ed è qui che la stampa digitale (zero impianto, costo per copia più alto) sta progressivamente conquistando spazi che storicamente erano dell’offset.

Il secondo motore è l’AI generativa, e qui Ferrari cita un cliente del settore tessile che ha cambiato completamente la propria filiera produttiva nell’ultimo biennio. “Spendevano centinaia di migliaia di euro all’anno per fare due o tre location di shooting fotografici. Prendevano tutto il campionario, quattro o cinque persone dell’ufficio marketing, due o tre della logistica, modelli, li spedivano in Francia, affittavano una villa per quattro o cinque giorni di scatti. È sparito tutto. Adesso l’AI fa tutto lei, soprattutto per contenuti social che durano una giornata, anche meno”.

Lo stesso vale per il CAD architettonico: prodotti AI che fanno varianti di rendering in due ore al posto di decine di ore di disegnatori. La stampa digitale diventa l’ultimo miglio fisico di una catena marketing-AI sempre più automatizzata, e il pezzo cartaceo che arriva al cliente è il punto di contatto residuo tra mondo digitale e mondo reale.

L’AI fa il rendering, la stampa il fisico. Cartaceo come ultimo miglio del marketing.

L’offset va in pensione, e nessuno arriva a sostituirlo

Il terzo motore è meno raccontato ma forse il più decisivo. Ferrari lo sintetizza con una battuta che vale come diagnosi: “siamo arrivati a un punto in cui il tipografo si muove in una realtà molto simile allo one-man-show. I dipendenti, magari del padre, sono andati in pensione. È rimasto lui a portare avanti l’azienda, e nuovi non se ne trovano. Abbiamo avuto diversi casi in cui abbiamo messo il digitale perché i dipendenti offset sono andati in pensione e non trovano il personale per sostituirli. Molto spesso è uscito l’offset piccolo ed è entrato un digitale grande proprio per questo motivo”.

Non è certo la prima volta che sentiamo parlare di difficoltà nel trovare personale, o di un ricambio generazionale che non funziona. Succede relativamente spesso, e quando il dipendente esperto va in pensione la PMI familiare non rimpiazza il know-how; un po’ perché non si trova la persona con quella competenza e un po’, forse, perché non serve più. La si sostituisce con tecnologia digitale che richiede meno formazione operativa ma più investimento in capitale. Per molte tipografie, dunque, questo passaggio ha più il sapore di una soluzione di sopravvivenza che di un investimento in innovazione, anche se poi il risultato non cambia.

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Il dipendente offset va in pensione, entra il digitale. La transizione è anagrafica, non strategica.

Tre segmenti, tre destini diversi

Sotto la pressione delle tre forze, il mercato italiano della stampa si divide in tre segmenti con traiettorie distinte. Le tipografie industriali offset che lavorano sulle tirature giganti sopravvivono, seppure con volumi in costante calo. Le tipografie tradizionali familiari restano in piedi grazie al fatto che attrezzature e dipendenti sono già pagati, l’azienda è familiare e nessuno conta le ore. “Cosa costa farlo? Dieci. Lo vendo a venti, ho guadagnato dieci. Quante ore ci ho messo? L’ho fatto io, è già pagato”, riassume Ferrari, illustrando una situazione che è…


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 Valerio Porcu

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