Falcone odiato da vivo celebrato da morto


C’è una memoria pubblica che ogni anno si ripete uguale a se stessa.
Le celebrazioni, le passerelle, le frasi rituali, l’antimafia trasformata in liturgia civile. Ma esiste anche una verità molto più scomoda, che spesso viene rimossa o nascosta sotto il peso delle commemorazioni ufficiali.

Per questo ho deciso di ricordare il massacro di Capaci e l’assassinio di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e degli uomini della scorta in modo diverso.

Non attraverso una mia ricostruzione personale, ma lasciando parlare una testimone diretta: Ilda Boccassini. Una magistrata che lavorò nelle indagini successive alla strage e che, nel libro “La stanza numero 30: cronaca di una vita”, racconta con crudezza il clima di odio, isolamento e invidia che circondava Falcone persino dentro la magistratura.

È un racconto devastante.
Perché smonta la narrazione semplificata costruita negli anni attorno all’icona di Falcone.

Boccassini descrive un uomo bersagliato non soltanto dalla mafia, ma anche da una parte consistente dell’ordine giudiziario. Un magistrato considerato “ingovernabile”, troppo autonomo, troppo moderno, troppo intelligente per essere accettato da apparati che vivevano il suo prestigio come una minaccia.

E allora ecco che quei due capitoli — “13 maggio 1992” e “23 maggio 1992” — assumono un valore storico e umano enorme.

Nel primo, Boccassini racconta il convegno di Pavia in cui Falcone venne attaccato pubblicamente da colleghi magistrati con toni carichi di astio e livore. Non critiche tecniche o giuridiche, ma un’aggressione all’uomo Giovanni Falcone.

Nel secondo, il racconto della notte di Capaci diventa ancora più feroce. Perché mentre Falcone giace morto all’obitorio, alcuni di quei magistrati che lo avevano osteggiato si presentano davanti al suo corpo. E Boccassini reagisce con rabbia e disgusto, vivendo quella presenza come un’offesa alla sua memoria.

Sono pagine che dovrebbero essere lette nelle scuole, nei tribunali, nelle università. Perché spiegano meglio di qualsiasi retorica cosa significhi davvero essere lasciati soli.

E forse aiutano anche a comprendere perché ancora oggi una certa area politico-culturale radical chic, costruita attorno all’antimafia professionale e rituale, continui a utilizzare Falcone più come simbolo da esibire che come esempio da comprendere fino in fondo.

Falcone non chiedeva celebrazioni.
Chiedeva riforme, rigore, coraggio, responsabilità.

E soprattutto chiedeva una magistratura capace di combattere il potere senza trasformarsi essa stessa in un potere autoreferenziale.

13 maggio 1992

Era una giornata bellissima. Sole e temperatura ideale. Giovanni era atteso in mattinata a Pavia per un dibattito organizzato dal giurista Vittorio Grevi al Collegio Ghislieri. Eravamo d’accordo che lo avrei raggiunto per l’inizio della sua relazione. Ero felice, non ci vedevamo da un po’ di tempo anche se i nostri contatti telefonici erano pressoché quotidiani. Avevo scelto con cura l’abito da indossare: un tailleur blu scuro.

Arrivai a Pavia prima che Giovanni cominciasse a parlare e presi posto tra il pubblico. L’aula del Ghislieri era per lo più gremita di studenti della facoltà di Legge, nella quale insegnava Grevi, ma non mancavano colleghi, avvocati, semplici curiosi.

Insieme a loro lo ascoltai mentre illustrava le sue riforme: la Dia, formata dalle varie forze di polizia, le Direzioni distrettuali antimafia nelle procure, la Direzione nazionale antimafia.

In sala, tra i magistrati, c’era anche l’allora procuratore capo di Pavia, che prese la parola intenzionato a demolire punto per punto le tesi illustrate da Giovanni.

E quello fu solo il primo di una serie di interventi dello stesso tenore, tutti svolti da colleghi, tesi a smontare gli argomenti di Falcone e, naturalmente, il suo ruolo di direttore degli Affari penali che pochi mesi prima aveva accettato dal ministro Claudio Martelli.

Una scelta intollerabile, secondo molti magistrati, che coglievano ogni occasione per prenderne platealmente le distanze.

Quello che mi colpì fino a togliermi il respiro, ed era purtroppo accaduto altre volte, non erano tanto le critiche in sé, ma il clima di astio che si percepiva nei suoi confronti.

Toni sferzanti, respingenti, argomentazioni aspre, piene di livore, che mostravano una verità non dissimulabile: Giovanni avrebbe potuto trattare qualsiasi altro argomento e non sarebbe cambiato nulla, perché gli attacchi erano mirati all’uomo, non alle sue idee o alle sue proposte.

Anche in quella giornata pavese potei toccare con mano quanto Giovanni fosse inviso all’interno dell’ordine giudiziario, nonostante fosse una persona buona, solare, unica.

Quindi una figura imperdonabile agli occhi dei più, perché impossibile da eguagliare e quindi frustrante nel paragone.

Mi chiesi che cosa pensassero i giovani presenti in aula, se anche loro avessero percepito quell’alone di sulfurea ostilità che rendeva l’aria irrespirabile, almeno per me.

Quel giorno, come tante altre volte, Giovanni si trattenne, non diede a vedere la sua amarezza e nascose la frustrazione dietro il sorriso e le parole misurate di cui era capace.

Terminato il convegno, ci fermammo a colazione con il professor Grevi, dispiaciuto e imbarazzato per l’accoglienza riservata al suo ospite.

A tavola si parlò ancora delle riforme, dell’imminente decisione del Consiglio superiore della magistratura sulla nomina del direttore nazionale antimafia, si accennò alle previsioni, tutte sfavorevoli a Giovanni, dato che aveva contro magistrati, politici e media, nonostante a parole tutti riconoscessero – né poteva essere altrimenti – il suo profilo eccezionale per professionalità, competenza, dirittura morale.

Nel migliore dei casi, le critiche muovevano dalla preoccupazione per un’eccessiva concentrazione di poteri in capo al procuratore nazionale antimafia; nella versione dei peggiori detrattori – purtroppo in netta prevalenza – Giovanni era considerato scomodo perché ingovernabile, troppo indipendente, un utopista che non si limitava a sognare, ma che agiva con determinazione e intelligenza per realizzare il cambiamento.

Tornammo a Milano seduti sul sedile posteriore dell’auto di servizio. Giovanni aveva detto all’autista di guidare con calma, poi mi aveva preso la mano stringendola forte e, dopo un po’ di tempo trascorso in silenzio, aveva cominciato a lasciarsi andare, esternando la rabbia, la mortificazione, la stanchezza per gli attacchi che subiva e per la cattiveria che lo circondava.

Io lo ascoltavo e, comprendendo pienamente il suo stato d’animo, non avevo nulla da replicare.

Eravamo entrambi consapevoli che non sarebbe stato nominato procuratore nazionale antimafia.

Mi sentivo impotente, non ero in grado di attenuare il suo dolore, se non mostrandogli una volta di più il mio affetto, la mia sincera amicizia, la stima profonda che nutrivo per lui.

Durante il tragitto aveva anche chiamato la moglie e dopo aver scambiato con lei qualche frase mi aveva passato il telefono. Francesca e io ci eravamo salutate brevemente, ripetendoci che ci saremmo molto presto viste a Palermo.

Ma a Palermo la rividi su un tavolo di obitorio.

Mentre l’automobile si avvicinava all’aeroporto, avevo scorto tra i capelli di Giovanni una specie di minuscolo verme bianco. Avrei voluto toglierlo, ma la mano…


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 Pasquale Motta

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