Il professor Torre a BsNews: l’efficienza lasciamola alle macchine, l’Ai senza etica svuota le aziende



(redazione) All’evento “Sparking Thoughts” svoltosi ieri a Brescia e promosso da Sparq (società di HR advisory e head hunting) dedicato al futuro del lavoro e all’impatto dell’IA sui modelli organizzativi, abbiamo intervistato in esclusiva il prof. Giuseppe Torre (DataHubs, Osservatorio 4Manager e Pontificia Università Antonianum), una voce unica nel panorama italiano, capace di coniugare potenza computazionale, etica e centralità dell’essere umano.

L’INTERVISTA A GIUSEPPE TORRE

Buongiorno Professor Torre, il titolo dell’evento di oggi, “Sparking Thoughts”, evoca scintille di pensiero. Qual è la scintilla più urgente che le aziende bresciane e il tessuto produttivo italiano devono cogliere oggi di fronte alla rivoluzione dei dati?

Ce n’è una fondamentale: mettere l’intelligenza umana al centro delle decisioni. Grazie alla cosiddetta intelligenza artificiale, stiamo riscoprendo il valore profondo dell’intelletto umano ed è arrivato il momento di rimetterlo al centro. Dopo un secolo in cui abbiamo inseguito prevalentemente il profitto e l’efficienza, oggi abbiamo un’opportunità unica: liberarci dall’ossessione dell’efficienza.

Le macchine sono già incredibilmente efficienti; noi possiamo dedicarci a costruire organizzazioni competitive usando l’intelligenza umana e la cultura che ci contraddistingue.  Oggi possiamo orientarci verso una manifattura dove l’uomo, l’etica e l’ambiente siano i veri protagonisti di una visione condivisa per un futuro migliore.

Questo passaggio dall’efficienza pura alla centralità dell’uomo è affascinante, ma come si traduce nella pratica per il nostro sistema Paese?

Possiamo e dobbiamo farlo per il nostro Paese, per l’Europa e per l’umanità. Oggi questo obiettivo è più raggiungibile perché abbiamo superato il limite storico dell’accesso al sapere: attraverso uno smartphone possiamo consultare la conoscenza degli ultimi 10.000 anni. La sfida attuale è trasformare questo sapere nel “saper fare”, un motto storicamente molto amato dall’imprenditoria bresciana.

Dobbiamo liberarci dalle zavorre di competenza del secolo scorso per immaginare nuovi prodotti, servizi e modelli di produzione. Gli italiani hanno già proposto in passato modelli rivoluzionari all’umanità: nel Basso Medioevo abbiamo inventato l’economia di mercato e la finanza, e più recentemente il Made in Italy. Operiamo in un continente che ha tutte le caratteristiche per indicare una strada competitiva, produttiva e sociale, e abbiamo il dovere di proporla al resto del mondo.

Spesso l’innovazione tecnologica spaventa o viene vista come un obbligo. Come si trasformano i pensieri, le intuizioni e le strategie di data intelligence concretamente per il business?

Dobbiamo innanzitutto fare una considerazione importante, soprattutto noi italiani: il cambiamento non è guidato dalla tecnologia, ma dalla cultura. La cultura è il vero sistema operativo che fa girare il mondo e, di conseguenza, le imprese. Dobbiamo lavorare prima di tutto su quella. La tecnologia è solo uno strumento. In Italia abbiamo organizzazioni e imprese con un livello di digitalizzazione relativamente basso che sono comunque iper-competitive; questo dato deve farci riflettere.

Spesso importiamo dall’estero metriche di misurazione che creano correlazioni rigide tra competitività e innovazione tecnologica, ma che non appartengono al nostro modello produttivo. Il nostro sistema è legato alla logica di filiera del “bello e ben fatto” e alla qualità. C’è una componente tecnologica, certo, ma l’elemento culturale resta primario: noi riusciamo a inserire all’interno di un prodotto, di un gioiello, di una borsa o di un abito, millenni di storia. Nel settore agroalimentare, ad esempio, la tecnologia serve, ma dobbiamo investire di più sugli elementi unici che contraddistinguono il nostro modo di intendere il prodotto. Per compensare l’assenza di materie prime, dobbiamo sviluppare intelligenza e cultura. In questo i dati sono fondamentali e ne abbiamo in quantità mai vista prima, a partire dalla conoscenza tacita che le nostre imprese custodiscono e che non dobbiamo assolutamente disperdere.

Cosa ne pensa del dibattito in atto sull’intelligenza artificiale? Ci sono molte prese di posizione, sia negative sia positive. Ci stiamo forse ponendo sul mercato in modo non del tutto trasparente rispetto alla realtà?

Oggi affrontiamo due grandi nodi. Il primo riguarda la sovranità dei dati e la tracciabilità delle informazioni che inseriamo nei sistemi di intelligenza artificiale tramite prompt e documentazione. Il secondo è che, nonostante queste criticità, l’intelligenza artificiale si conferma uno strumento straordinario, potente e utilissimo. Va però usato con enorme attenzione, altrimenti rischia di sottrarci ricchezza. Finché non troveremo risorse alternative, questa asimmetria potrebbe causare gravi danni sociali ed economici al sistema di welfare. Ecco perché nelle imprese dobbiamo sempre partire dalle competenze, prima ancora che dalle tecnologie.

Altrimenti rischiamo di ripetere l’errore fatto con l’automazione nei decenni scorsi: abbiamo inserito molti robot nelle fabbriche senza sviluppare le competenze per gestirli, rendendo l’investimento controproducente. Oggi stiamo facendo lo stesso con l’intelligenza artificiale, integrandola in azienda senza aver prima alimentato consapevolezza e competenza. Per questo motivo, a Brescia stiamo avviando diversi progetti sulla cultura d’impresa insieme a Federmanager e Confindustria. È un tema su cui noi ricercatori crediamo molto, e fortunatamente anche le organizzazioni di rappresentanza e i sindacati si stanno muovendo nella stessa direzione.

Il dibattito sull’intelligenza artificiale sarà lungo e vedrà diverse opinioni. Lei, da ricercatore ma anche da esperto di etica, come lo vede?

Non dobbiamo guardare all’intelligenza artificiale enfatizzata dal marketing d’oltreoceano o dalla finanza. È fondamentale comprenderne la reale natura: capire come integrarla in sicurezza e stabilire quali attività delegare alle macchine e quali riservare tassativamente a noi stessi, anche a costo di sacrificare un po’ di efficienza. Il nostro obiettivo deve essere l’efficacia; l’efficienza è ormai un compito che spetta alle macchine

Stiamo attraversando una fase estremamente delicata della storia umana. A questo proposito, il Papa presenterà a breve un documento incentrato proprio su questi temi; un testo che invito tutti a leggere, poiché offre riflessioni e linee guida essenziali su come governare questa complessa materia in maniera più consapevole e “all’italiana”.

Cosa intende esattamente quando parla di governare l’innovazione “all’italiana”?

Mi riferisco a un popolo che ha inventato l’economia, le banche e la finanza. Siamo una nazione che, per storia, clima e collocazione geografica, ha una fortuna immensa. Credo che siamo obbligati a trasmettere questi frutti alle generazioni future attraverso l’impresa e la manifattura. Negli anni passati ci hanno raccontato che la manifattura era un settore superato, “sporco e cattivo”, e che gli imprenditori e i manager fossero solo sfruttatori Poi, nel momento del bisogno, ci siamo accorti che ci mancavano i ventilatori polmonari e le mascherine. Oggi è in atto una riflessione seria verso una…


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 Redazione BsNews.it

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