AI e datacenter fanno aumentare la bolletta, ma la gente non lo sa


Le famiglie irlandesi hanno pagato in media trecentosessanta euro in più sulla bolletta elettrica tra il 2015 e il 2023 per finanziare l’espansione dei data center hyperscaler installati sull’isola. Lo dice uno studio commissionato da Friends of the Earth Ireland e Beyond Fossil Fuels, presentato il 28 maggio 2026, che traduce per la prima volta in cifre concrete il prezzo nascosto della corsa al digitale. Le proiezioni per il decennio successivo, dal 2025 al 2034, oscillano tra duecentonovantacinque e seicentoquarantaquattro euro per nucleo, a seconda di quanto velocemente continueranno ad accendersi nuovi impianti.

Il meccanismo è complicato da spiegare a un cittadino che paga la bolletta. La domanda elettrica dei data center è grande, costante e poco flessibile: non si spegne di notte, non si modula nei picchi, non assorbe i surplus rinnovabili. Per coprire quella domanda, la rete attiva centrali a gas che fissano il prezzo all’ingrosso dell’energia per tutta l’isola. Quando il gas decide il prezzo, paga di più chiunque consumi corrente in quell’ora, dai data center fino al singolo appartamento di Dublino. Il sovrapprezzo non compare nella voce “data center” della bolletta, perché quella voce non esiste.

Trecentosessanta euro a famiglia, distribuiti su anni di bollette, per finanziare le scelte di pochi operatori globali.

Il ventidue per cento di tutta la corrente del paese va alle macchine

Il dato di sistema è quello che pesa di più. Nel 2024 i data center hanno consumato il ventidue per cento dell’elettricità metered irlandese, contro il diciotto per cento di tutte le case messe insieme. La proporzione era del cinque per cento nel 2015, secondo i dati dell’ufficio statistica CSO. EirGrid, il gestore della rete, prevede di arrivare al trenta-trentuno per cento entro il 2030-2034 nello scenario mediano. Un solo settore industriale, costituito da poche decine di operatori in larga parte statunitensi, brucia più corrente di tutte le famiglie del paese.

Il governo ha cambiato approccio ai data center quattro volte negli ultimi sei anni, oscillando tra moratorie de facto e nuove aperture. La policy del gennaio 2026 ha riaperto le porte agli investimenti, a condizione che gli operatori portino con sé generazione propria. Sulla carta è la stessa logica del Ratepayer Protection Pledge firmato a Washington dai sette principali hyperscaler il 4 marzo 2026. Sulla carta, perché il pledge statunitense non prevede sanzioni, audit indipendenti o metriche chiare per stabilire cosa significhi “coprire i propri costi”.

Il quadro irlandese è più stringente sulle nuove connessioni, ma il danno sulle bollette esistenti è già fatto. Nove anni di crescita non vincolata hanno costruito un sistema in cui il prezzo dell’elettricità per il cittadino dipende da quanto consumano gli iperscaler. Tornare indietro su quel meccanismo richiede investimenti in rete, batterie, generazione zero-carbon che nessun governo singolo è in condizione di sostenere senza un partner privato. Il partner privato sono gli hyperscaler stessi, ed è il motivo per cui non se ne va via nessuno.

Il pattern lombardo è già scritto, la differenza la fa il vincolo

L’Italia osserva la stessa dinamica con dieci anni di ritardo, ma sta arrivando rapidamente al punto di non ritorno. La Lombardia ha approvato il 26 maggio la prima legge italiana sui data center e ha ricevuto subito la critica di Cia Agricoltori Italiani, che denuncia vincoli deboli sul suolo agricolo e costi infrastrutturali scaricabili sul territorio. Il problema irlandese sulla bolletta non è esplicitato nella legge lombarda, ma la struttura è la stessa, l’investitore hyperscaler porta domanda massiccia, la rete si potenzia, gli oneri di trasmissione si distribuiscono.

L’Italia ha ricevuto richieste di connessione per sessantanove gigawatt in un solo anno, una cifra che la rete nazionale non può soddisfare neppure parzialmente nel breve periodo. Senza un vincolo nazionale che imponga agli iperscaler di finanziare integralmente i potenziamenti di rete a loro servizio, lo scenario irlandese si ripete con dieci anni di ritardo. La differenza la fa il vincolo, non l’annuncio.

La rete italiana ha ricevuto richieste per sessantanove gigawatt, qualcuno dovrà pagarne il conto.

Dallo studio Friends of the Earth Ireland esce uno scenario politico scomodo per tutti. La socializzazione dei costi infrastrutturali del digitale è la condizione implicita che ha permesso all’Irlanda di attrarre quaranta miliardi di investimenti negli ultimi due decenni. Nessuno ha esplicitato lo scambio al cittadino, perché esplicitarlo lo avrebbe reso politicamente impraticabile. La nota dei ricercatori del 28 maggio è la prima volta che il bilancio diventa una cifra leggibile per chi paga la bolletta.

Chi guadagna sopra, chi paga sotto

La struttura di incentivo è la chiave della critica. Gli hyperscaler estraggono ricavi globali dalle infrastrutture irlandesi e li allocano in giurisdizioni fiscalmente vantaggiose, lasciando sul territorio una occupazione qualificata di poche centinaia di posti per impianto e oneri di rete distribuiti su tutta la cittadinanza. È lo schema classico delle estrazioni neocoloniali aggiornato alla tecnologia: il valore esce dalla giurisdizione che ospita l’infrastruttura, i costi restano in loco.

La replica dell’industria è prevedibile e arriva puntuale. L’associazione di settore irlandese ha sostenuto il 28 maggio che le famiglie non stanno sussidiando i data center, perché il prezzo wholesale dell’elettricità è influenzato da molti fattori, e i data center pagano la propria bolletta come tutti. La risposta è formalmente corretta e sostanzialmente fuorviante. Pagare la propria bolletta non significa coprire l’esternalità sistemica che si è creata. Il prezzo all’ingrosso lo fissa il gas naturale perché un singolo settore lo richiede, e quel costo lo paga chiunque consumi corrente in quelle ore.

L’agenda politica europea su data center, energia e generazione dedicata via SMR ruota intorno a questa contraddizione. Gli hyperscaler hanno dichiarato di voler portare nucleare modulare nei loro siti, ma le centrali non sono in linea prima del 2030-2032, e nel frattempo il gas continua a fissare i prezzi. Il consumo previsto per il 2026 dei data center AI in Europa supera già l’intera produzione elettrica italiana. La regolazione che imponga di pagare l’esternalità di sistema non è ancora arrivata, ed è esattamente lo spazio politico che lo studio irlandese ha aperto.

Resta da affrontare la trasparenza sulla ripartizione dei costi di rete. La Lombardia ha approvato la legge, ma non ha chiarito chi paga i potenziamenti di trasmissione richiesti dai sessantasette data center che ospita. Senza quel chiarimento, e senza un vincolo nazionale che impedisca la socializzazione, il modello irlandese aspetta solo di replicarsi. La nota di Friends of the Earth Ireland è una lettera al mittente per i sindaci, gli assessori, i ministri che firmano protocolli con gli iperscaler senza esplicitare cosa fanno firmare ai propri cittadini.


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 Sara Romano

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