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Maurizio Sacconi

«Il primo maggio non è la festa della Cgil, ma di tutti i sindacati e di tutti i lavori, che hanno bisogno di nuove tutele, dal diritto all’apprendimento a misure di welfare integrativo», dice Maurizio Sacconi, ministro del lavoro del governo Berlusconi IV, presidente dell’associazione “Amici di Marco Biagi”, il giuslavorista ucciso dalle nuove Brigate rosse nel 2002. I bonus per i nuovi assunti o per il lavoro femminile? «Mah, credo poco ai bonus, di ogni tipo. Servono misure strutturali». E per tutelare le retribuzioni, altro che salario minimo, dice Sacconi, «serve la tassazione minima, ovvero piatta e automatica per i salari aziendali. La progressività si interrompe di fronte al merito di produrre ricchezza in azienda».

Domanda. Celebriamo il primo maggio, un rito che ha ancora senso oggi davanti alla polverizzazione del mondo del lavoro?

Risposta. Sì, e non solo perché onora una importante tradizione ma anche perché consente ovunque nel mondo in cui si celebra di realizzare un momento di riflessione sui cambiamenti che sono intervenuti nei mercati del lavoro e soprattutto su quelli che interverranno.

D. Pensa all’utilizzo dell’intelligenza artificiale?

R. Certo, penso alla grande trasformazione della produzione e del lavoro che richiede politiche nuove.

D. La piazza del primo maggio è vista spesso appannaggio della sinistra e della Cgil.

R. Il primo maggio è la festa di tutti i lavoratori e di tutti i sindacati. C’è stata una tendenza a sinistra a farne un momento divisivo, dimenticando che rappresentano da anni una parte minoritaria dello stesso lavoro subordinato, oltre al fatto, come direbbe Marco Biagi, che dobbiamo celebrare tutti i lavori perché è venuta meno la rigida separazione tra lavori dipendenti e indipendenti. Tutti i lavori sono sempre più orientati a obiettivi e risultati e allo stesso tempo tutti i lavori hanno bisogno di nuove tutele fondate soprattutto sul diritto all’apprendimento e su prestazioni di welfare integrative rispetto a quelle garantite dallo stato.

D. Il diritto al lavoro lo si matura già a scuola?

R. Dobbiamo riflettere sull’accesso al lavoro e constatare che le corporazioni scolastiche e accademiche resistono alle necessarie innovazioni dei contenuti e dei metodi didattici. In molta parte dell’offerta educativa permane una incapacità di gestire adeguatamente l’integrazione tra apprendimento teorico e pratico, dove l’esperienza lavorativa è parte del processo di apprendimento, non è lavoro.

D. Anche l’alternanza scuola-lavoro di un sedicenne al McDonald’s è apprendimento?

R. Una settimana al McDonald’s è utile non per imparare il mestiere ma per tutti i vantaggi che può dare al giovane, se seguito bene, in termini di relazionalità, di attitudine al risultato, ecc. Perché i cambiamenti intervenuti e quelli che ci saranno richiedono che le persone siano integralmente formate e non solo nozionisticamente riempite. In tal senso ritengo positiva la riforma Valditara dell’istruzione tecnologica e professionale e la volontà di diffondere gli ITS in quanto formazione concorrente all’università per tecnici qualificati anche grazie alla presenza di docenti del mondo delle imprese.

D. Tra gli slogan più in uso da parte di alcune associazioni di studenti vi sono “fuori il lavoro dalla scuola” oppure “la scuola non è un’azienda”.

R. Partono bene…si è perso il senso del lavoro, che è dovere di risultato, è responsabilità, è fatica. Ma ci sono ragazzi che capiscono la valenza del lavoro e studiano per costruirsi un futuro, e ritengo che siano la maggioranza mentre altri mescolano ideologia e poca voglia di faticare.

D. L’Italia ha sperimentato anche il reddito di cittadinanza, i risultati in termini di occupazione sono stati pessimi.

R. È stato un segnale molto negativo dato a una parte di Paese. L’idea di un reddito garantito nasce non da ambienti popolari ma da ambienti elitari, dalle big tech, che danno per scontata l’esclusione dalla vita attiva di fasce di popolazione, mentre noi dobbiamo rifiutare questa ipotesi: le tecnologie devono aumentare la capacità della persona e non sostituirla.

D. Il governo Meloni ha varato il nuovo decreto “primo maggio”, con sgravi per nuove assunzioni e per l’occupazione femminile ma per platee limitate: misure che impattano positivamente?

R. Il governo è fortemente condizionato dalla situazione di finanza pubblica che sconta il peso di impegni assunti da chi lo ha preceduto. I bonus sono comprensibili ma io non ho mai creduto alla loro efficacia, all’efficacia di ogni tipo di bonus.

D. E quindi?

R. Gradualmente, tenendo conto delle condizioni di indebitamento, serviranno interventi strutturali.

D. Per esempio?

R. Sono convito che il governo abbia fatto bene per esempio ad attenuare la progressività del prelievo sui redditi da lavoro autonomo, ma bisogna rendere strutturale la flat tax agevolata per tutti i redditi che sono erogati in azienda così da tutelare le retribuzioni. Perché il reddito erogato in azienda è di per sé meritevole e dunque serve rendere agevole l’accesso alla tassazione secca del 10%.

D. Perché?

R. Il lavoro è remunerato male, in modo egualitario, dai contratti nazionali e se vogliamo che i salari crescano dobbiamo fare in modo che la ricchezza venga distribuita là dove la si produce e dopo che la si è prodotta. Davanti al merito dei lavoratori di contribuire a produrre ricchezza la progressività della tassazione deve fermarsi, così come accade per i titoli di stato. Insomma, non salario minimo per legge, ma tassa minima per alzare i salari mediani.

D. Senza soglie reddituali?

R. Ovviamente servono soglie. Dobbiamo però pensare a far crescere i redditi mediani, a ricostruire un ceto medio, assieme a un sistema di tutele e di riqualificazione professionale per chi perde il lavoro.

D. I sindacati sono pronti rispetto a queste nuove sfide?

R. Fa bene a dire sindacati e non sindacato, la storia sindacale italiana è una storia plurale, con più sindacati che hanno avuto idee e culture diverse. Io riconosco il riformismo della Cisl che è sempre stata un sindacato cooperativo, che ha fatto della partecipazione dei lavoratori nelle aziende la sua bandiera.

D. La Cgil vuole rottamare, e il Pd è d’accordo, il Jobs act.

R. Avrei voluto sentire la loro opinione critica quando c’è stata la riforma Fornero delle pensioni.

D. Volendo guardare alle politiche per il lavoro di maggioranza e opposizione, chi sono i conservatori e chi i riformisti?

R. Non spetta a me dare patenti. Quello che posso dire, e lo scrisse bene Marco Biagi nel suo ultimo editoriale prima di essere ucciso, è che il riformismo è pratica faticosa, graduale, paradossalmente conflittuale. La conflittualità, purché civile, è naturale in un confronto politico. Io oggi vedo in giro una conflittualità che definirei inutile, fatta su categorie astratte e vecchie. La si faccia almeno per fare lavoro e lavoro di qualità.

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