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Prosegue in Europa il dibattito sulla direttiva sulle case green, ovvero sull’efficienza energetica degli edifici. In ballo, una ricalibrazione delle diverse lettere del certificato di efficienza energetica e l’urgenza nell’obbligatorietà di interventi di miglioramento sul parco immobiliare costruito.

Dopo l’accordo raggiunto lo scorso maggio dal Parlamento Europeo sulla riforma della Direttiva sull’Efficienza Energetica nell’Edilizia (EPBD), si è avviato il complesso apparato legislativo europeo. Durante questa fase di dialogo a tre, il Parlamento, la Commissione europea e il Consiglio difendono importanti sfumature nella sua applicazione.

Ciò che è chiaro è che l’UE implementerà standard minimi di efficienza energetica per le abitazioni, la difficoltà è concordare come. Ed è questo ora il terreno della discussione, anche se è ancora presto per anticipare come sarà la formulazione finale. Conviene però capire quali sono le posizioni di una Direttiva che, con il suo recepimento nell’ordinamento dei Paesi membri, può obbligare i proprietari di un’abitazione con la certificazione più bassa a realizzare lavori di miglioria fino all’etichetta F, prima della vendita o della locazione

Quali immobili sono interessati

Il punto principale di attrito ruota attorno ai cosiddetti standard minimi di efficienza energetica. L’UE vuole istituire un sistema di qualificazione basato su criteri oggettivi comuni, ma tenendo conto della specificità di ciascuna regione climatica: è ovvio che il termometro di un’isola greca o di una città nel nord della Polonia condiziona il consumo energetico delle famiglie tipo.

Il problema sorge quando si deciderà come si concretizzerà questa armonizzazione. La soluzione può passare attraverso un ridimensionamento autoreferenziale in ciascun Paese delle etichette energetiche. In questo modo, la lettera G raggrupperebbe la categoria peggiore e A sarebbe un Edificio a Zero Emissioni, come definito dalla Direttiva. Nel frattempo, in ogni nazione verrebbe effettuato un ridimensionamento proporzionale con il resto delle etichette.   

Ma di fronte a questo adeguamento tecnico, le tre istituzioni europee preparano un intervento di grande impatto per le case europee. In gioco c’è l’urgenza nell’applicazione delle misure con cui l’Ue vuole andare verso la neutralità climatica entro il 2050 negli edifici residenziali.

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Per capire qual è la posta in gioco è necessario conoscere le diverse posizioni in merito agli standard minimi di efficienza energetica:  

  • Commissione Europea. Il testo attuale dice che entro il 2030 il rating minimo per una casa europea deve essere la lettera F, ed entro il 2033 raggiungere la categoria E.
  • Consiglio dell’Unione Europea. L’organismo che riunisce i capi di Stato o di governo dei 27 Stati membri dell’Ue si impegna a misure più permissive. La sua che ogni Paese (attraverso il recepimento della Direttiva) decida quale percentuale del parco residenziale costruito deve intervenire urgentemente entro il 2030.
  • Parlamento europeo. La sua proposta abitativa passa attraverso l’etichetta E per il 2030 (invece di F) e la lettera D per il 2033.

Come verranno applicati gli standard minimi

E in questo scenario, ci si chiede come verranno applicati questi standard minimi di efficienza energetica. Secondo Raquel Díez, direttrice dei progetti al GBCe (Green Building Council Spain):

“Da una parte si dice che entro il 2030 tutti gli edifici residenziali devono essere almeno in classe energetica F, il che implicherebbe che molte case debbano affrontare con urgenza la loro riabilitazione. Tuttavia, in altre parti del testo si dice che queste case dovrebbero andare in riabilitazione quando ci sono le condizioni che lo prevedono, come quando saranno messe in vendita o in affitto”.

Forzare un rating minimo F entro il 2030 ed E entro il 2033 per l’acquisto o l’affitto di una casa è senza dubbio una decisione di grande portata per un settore, che osservatori come GBCe ritengono fondamentale chiarire. E non è l’unico monito alle misure proposte. 

Díez rileva incongruenza nella possibilità che “per vendere una casa si sia costretti a riabilitarla, quando invece si promuove la riqualificazione integrale dell’edificio in quanto ritenuta la misura più praticabile dal punto di vista economico e tecnico per le comunità dei proprietari”. 

Informazioni sulle tempistiche  

Un maggiore o minore obbligo di miglioramento dipenderà da quale posizione verrà imposta, ma in Europa si discute anche sui termini di esecuzione. Ancora con posizioni diverse tra le tre istituzioni.  

  • Commissione Europea. Vorrebbe che l’armonizzazione dei titoli di efficienza energetica, secondo un modello comune, sia effettiva nel 2025.
  • Consiglio dell’Unione Europea. Chiede che questa armonizzazione sia applicata entro il 2026, dando agli Stati un termine più lungo per approvare i loro piani di rinnovo.
  • Parlamento europeo. Coincide con la Commissione nell’approvazione per il 2025, ma sempre legata al ridimensionamento di tutte le classi di certificazione energetica.  

Rinnovo della certificazione energetica

Altro punto di scontro nella trattativa è la durata della validità dei titoli di efficienza energetica. Attualmente la certificazione ha validità decennale, indipendentemente dalla classe energetica dell’edificio o dell’abitazione. Termine che, qualora si imponesse la volontà della Commissione, verrebbe ridotto a cinque anni per le lettere inferiori alla C (dalla D alla G), mentre per le prime tre continuerebbe ad essere valido per 10 anni.  

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Ancora una volta il Consiglio dell’Unione Europea difende una posizione più conservatrice, chiedendo che sia mantenuto in ogni caso un termine di dieci anni per il suo rinnovo. 



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